Recensioni

Ogni tuo respiro

di Andy Serkis

biografico, drammatico, Gran Bretagna (2017)

CAST & CREDITS

cast:
Andrew Garfield, Claire Foy, Hugh Bonneville, Tom Hollander, Stephen Mangan

regia:
Andy Serkis

distribuzione:
Bim distribuzione

durata:
118'

produzione:
Imaginarium Productions

sceneggiatura:
William Nicholson

fotografia:
Robert Richardson

montaggio:
Masahiro Hirakubo

musiche:
Nitin Sawhney

Ogni tuo respiro | Recensione | Ondacinema

Ogni tuo respiro

di Andy Serkis

biografico, drammatico, Gran Bretagna (2017)

di Stefano Guerini Rocco

Voto: 5.0

Inghilterra, anni 50. Brillanti, gagliardi e innamoratissimi, Robin e Diana sono una coppia di novelli sposi in procinto di partire per il Kenya, dove lui si guadagna da vivere commerciando tè tanto esotici quanto pregiati. Tra una partita a cricket nell'esclusivo club coloniale e una suggestiva escursione notturna nel deserto, i due conducono una vita placida e avventurosa al tempo stesso, fino all'arrivo dell'agognato erede. Ma proprio quando questo quadro di amore e benessere sembra ormai completo, improvvisamente, il fato beffardo interviene a spezzare l'idillio. Scosso dalla febbre e da violenti tremori, Robin viene ricoverato d'urgenza in ospedale. Il verdetto è tragico e inappellabile: poliomelite, paralisi totale del corpo, un orizzonte di vita di pochi mesi.

L'uomo, atterrito e incredulo, non sa reagire alla notizia e decide di attendere la morte in uno stato di rancorosa apatia. Sarà la moglie Diana, decisa a non lasciare il proprio figlio orfano di padre, a combattere per entrambi, sola contro i medici, la burocrazia e la malattia stessa, riuscendo infine a regalare alla propria famiglia nuovi lunghi decenni di avventure, feste, gite, risate.

Nella folta schiera dei (troppi) film smaliziatamente "tratti da una storia vera", come citano strilloni e trailer pubblicitari, "Ogni tuo respiro" è senz'altro tra quelli che più fanno strabuzzare gli occhi e palpitare i cuori, perché imbastisce una sorta di inno tronfio e accorato al coraggio e alla tenacia di chi ha condotto una battaglia umana all'insegna di un inossidabile e incontrovertibile ottimismo. Nel tentativo di coinvolgere lo spettatore in un tour de force di sospiri e turbamenti. Infatti, la sceneggiatura non concede spazio alcuno alle difficoltà minute e agli inconvenienti quotidiani della convalescenza, bensì procede per piccole ellissi temporali, inanellando, una dopo l'altra, le tappe e le conquiste di una storia decisamente bigger than life. L'effetto, però, è inevitabilmente quello del bigino sbrigativo e di grana grossa, un racconto agiografico di monolitica piattezza, che non è mai capace di sondare in profondità la complessa trama delle relazioni intime tra i due protagonisti, né di dare sostanza ai personaggi secondari potenzialmente più interessanti - si pensi per esempio al compagno di corsia Paddy, costretto a vivere la propria malattia in una condizione assai diversa da quella del sodale Robin.

A una scrittura grezzamente enfatica, opera del William Nicholson già autore di blockbuster come "Il gladiatore" e "Les misérables", si aggiunge poi una messinscena di un'eleganza insostenibilmente posticcia, magniloquente e patinat(issim)a. Il regista esordiente Andy Serkis, divo della motion capture dietro alle creature immaginifiche di "King Kong", "L'alba del pianeta delle scimmie" e soprattutto "Il Signore degli anelli", si dimostra infatti piuttosto indelicato e confuso dietro la macchina da presa, pronto a cambiare tono, registro e palette cromatica a ogni svolta drammaturgica. Solido artigiano senza guizzi visivi né, fortunatamente, velleità autoriali, Serkis confeziona un film impomatato e stantio, che viene riscattato in parte dalle prove dei due prim'attori - Andrew Garfield e Claire Foy, entrambi di sfrenato talento e misurata intensità - e da un filo sottile ma persistente, molto british, di cinica ironia.

Sorprendono, in questo indigeribile intruglio di melassa e sentimenti a buon mercato, la delicatezza e il pudore con cui viene affrontata l'annosa questione dell'eutanasia, non problematizzata attraverso approcci inutilmente moralistici, bensì presentata con una maturità di sguardo e una naturalezza d'analisi quasi pacificate. Per il resto, "Ogni tuo respiro", roboante incrocio tra "La teoria del tutto" e "La mia Africa" sotto steroidi, non ha la leggerezza necessaria per diventare la favola malinconica che ambisce a essere. Anche se, nonostante le lacrime, si chiude sullo stesso gaio motivetto con cui si era aperto: "Oh, how lucky we are".