CAST & CREDITS

cast:
Al Pacino, Jamie Foxx, Cameron Diaz, Dennis Quaid, James Woods, Matthew Modine

regia:
Oliver Stone

distribuzione:
Warner Bros.

durata:
150'

produzione:
Warner Bros.

sceneggiatura:
John Logan, Oliver Stone

fotografia:
Salvatore Totino

scenografie:
Victor Kempster, Derek R. Hill, Ronald R. Reiss, Ford Wheeler

montaggio:
Thomas J. Nordberg, Keith Salmon, Stuart Waks

musiche:
Richard Horowitz, Paul Kelly

Ogni maledetta domenica | Recensione | Ondacinema

Ogni maledetta domenica

di Oliver Stone

sportivo, Usa (1999)

di Massimo Versolatto

Voto: 7.0
Il football è uno sport che noi europei tendiamo a considerare estremamente "ruvido" e concitato. Generalmente apprezziamo maggiormente il rugby, sport più "regolato" e forse, per molti, considerato più "maschio" (non ci sono armature, nel rugby). In realtà il football americano è uno sport piuttosto lento, molto corale (ci sono due compagini diverse per ogni squadra, una per l'attacco e una per la difesa) e sa essere spettacolare in media ogni cinque o sei minuti. Poi ci sono le pause, i time-out, le pubblicità, i cambi di squadra, i tentativi di passare la linea che non vanno a buon fine. Insomma, tutto tranne uno sport movimentato. Tuttavia il "Super Bowl", incontro che decreta il campione della NFL è l'evento sportivo più seguito d'America e la gran parte dei ragazzi riesce ad andare all'università se gioca in una squadra di football. Questo per dare un'idea dell'importanza mediatica (e non solo) che ha il football in America.

"Ogni maledetta domenica" è la concitata visione americana di questo sport e, contemporaneamente, una sorta di "specchio" attraverso il quale Oliver Stone analizza la sua società. Stone mantiene le premesse "visive" di "Natural Born Killers", implementando in un certo senso l'aspetto sonoro e adagiando le cromature e i forsennati stacchi di montaggio su una superficie più reale, più pratica (il campo di football, ma anche gli spalti, le tribune d'onore, gli spogliatoi, i riflettori e le gradinate). Ne consegue la perdita totale di quella sperimentazione fotografica che contornava le vicende della coppia Harrelson-Lewis, a vantaggio però di una presa totale dello sguardo, trascinato, giocoforza, fin dentro al campo di gioco, a fianco di energumeni rinchiusi in strette armature e osannati dall'America pop e surreale del secolo scorso.

"Ogni maledetta domenica" è un film di attori, straordinari a partire da Al Pacino, stretti nella morsa di un gioco che li accerchia, li sopraffa, toglie loro il respiro. Ci sono tutte le tipizzazioni del caso, in questo film sportivo. C'è il couch Tony D'Amato (Pacino), stanca e logora vecchia gloria, ritenuto troppo conservatore per poter mantenere la guida della sua squadra, c'è la progressista e senza scrupoli manager italoamericana (Diaz), c'è la giovane leva (Foxx), talentuoso quarterback relegato in panchina fino alla sua consacrazione - dovuta al caso -, c'è il capitano (Quaid) gloria del football moderno, ora infortunato e consapevole della fase discendente della sua carriera, poi c'è il medico corrotto (Woods), il medico buono (Modine), ci sono i giocatori, i comprimari, gli avversari. Quelli di ogni domenica, di ogni "maledetta" domenica, quelli che sono tutti diversi eppure tutti uguali. Stessi, identici ostacoli di fronte alla linea di touchdown.

Film sportivo e insieme film politico, film di grandi spazi e contemporaneamente di stretti e vertiginosi zoom, sul pallone, sulle mani, sulle facce arrabbiate - come a dire, che alla fine è tutto lì, in quel centimetro davanti alla faccia - tende a sottolineare che, nonostante intorno al campo di gioco (il field) ci siano sempre interessi di natura economica e mediatica, il vero senso del football sta nella linea di touchdown, in quella lotta titanica per superare le muraglie difensive, aprirsi un varco e vedere la "luce" finale.
Non privo di stereotipi (di cui abbonda nel raccontare il "dietro le quinte" del campo) "Ogni maledetta domenica" è un film gigantesco (e giganteggiante) nella sua concentrazione di eventi e nella messinscena. Oliver Stone muove la telecamera con vigore tra i giocatori e sugli spalti, innova soprattutto in montaggio e in fotografia (sovrassaturando e virando le immagini), ottenendo l'effetto di una concitazione costante, una eterna palpitante esigenza di azione, di movimento. Insomma "amplifica" tutto, non solo quei momenti strepitosi tra un time-out e l'altro, tra un assestamento e un cambio di schema. Spettacolarizza proprio tutto, anche un discorso pre-partita, rendendo forse giustizia a quei singoli momenti di gioco nei quali è l'assoluto talento sportivo a farti alzare dalla poltroncina e battere le mani.

Duro e violento, il film di Stone è e rimane una delle più "accese" pellicole sul football mai realizzate. Lunghissimo, non cede nel montaggio forsennato neanche per un istante né sbaglia un cambio di ritmo. Film di suoni, di rumori, di crash e di boom, di corpi chiusi in armature pesanti e schiacciati a folle velocità l'uno contro l'altro. Dietro la scorza di robusto film d'azione sportiva, è un'opera americana in tutto e per tutto. Nella spettacolarizzazione, nella retorica e nell'enfasi. Ma proprio perché tale, è assoluto specchio di una visione sportiva ben definita. Che molto spesso va ben oltre il concetto di "attività fisica" e si configura come parabola bellica sul genere umano - perlomeno per come lo considera l'esagitato Oliver Stone.
In America la necessità di pathos alimenta la vita di ogni giorno. Tutto si fa grande e importante. Anche le vicende sportive di omoni strapagati e osannati come nuovi dei. E allora, viste le premesse, il football, questo football "stoniano", è lo specchio della belligeranza e dell'istinto animalesco che è dentro ognuno di noi. Solo, semplicemente, si ritrova costretto nelle dimensioni "definite" di un campo di gioco e relegato a uno scoppio, improvviso e violentemente lancinato tra uno schema tattico e l'altro.