CAST & CREDITS

cast:
Ji-tae Yu, Hye-jeong Kang, Min-Sik Choi

regia:
Chan-wook Park

distribuzione:
Lucky Red

durata:
119'

sceneggiatura:
Jo-yun Hwang Chun-hyeong Lim Chan-wook Park

fotografia:
Chung Chung-hoo

Old Boy | Recensione | Ondacinema

Old Boy

di Chan-wook Park

thriller, drammatico, Corea del Sud (2004)

di Manuel Billi

Voto: 8.5
"Se ridi, tutto il mondo riderà con te; se piangi, piangerai da solo". Questa massima ripetuta più volte dal protagonista sintetizza il senso intimo di un'opera, ispirata a un manga giapponese, la cui originalità risiede, più che nel plot (ennesima disamina sulla genesi dello spirito di vendetta, oltre che ricerca affannosa del senso di un gesto apparentemente gratuito, con tanto di duplice agnizione finale), nella messa in scena, abile intreccio di iperrealismo e non-sense, in cui l'alternanza di lacrime (quelle della giovane cuoca di sushi dalle "mani fredde", Mi-Do) e di sangue (fatto scorrere dal suo "amante" Dae-Soo) pare dipanarsi non secondo la logica della sorpresa, ma secondo quella della necessità.

L'ossimoro del titolo traduce la forma mentis del protagonista, uomo che, paradossalmente fin dal nome, dovrebbe "star bene con gli altri" (Dae-Soo significa questo), prima e dopo la kafkiana reclusione: vi entra vecchio, maturo, alcolizzato,"smemorato" (Old) e vi esce ringiovanito, costretto a ricercare nel proprio passato di piccolo delatore di un collegio cattolico il senso del presente. Ognuna delle quattro mura della prigione privata stimola in lui una "spinta verso": verso la vendetta, nella parete in cui si allena prendendo a pugni la silhouette del fantomatico sequestratore che ha disegnato; verso l'esterno, la libertà, il sole, la pioggia, la parete con la fittizia finestra, aperta su una distesa verde con tanto di mulino a vento; verso l'altro, la parete dell'ingresso, unico legame con l'altro da sé impersonato da colui che, quotidianamente, gli porta il cibo; verso la riscoperta di sé, nella parete in cui è appeso una sorta di "ritratto di Dorian Gray", sempre meno dipinto, sempre più specchio in grado di riflettere le "rughe", le piaghe dell'anima.

Park Chan-Wook, giunto al secondo capito del trittico sulla vendetta iniziato con lo splendido "Sympathy for Mr. Vengeange", non teme la contaminazione anzi, pare auspicarla, così come sembra ignorare i pericoli che, in operazioni rischiose come questa, sono sempre in agguato (in tale furia stilistica, il regista almeno in due occasioni si fa prendere la mano, rischiando il cattivo gusto come nel riferimento a Silvia Plath, lettura preferita di una futura giovane suicida...).

Tuttavia, le scelte stilistiche adottate (primissimi piani, grandangoli deformanti, voce "off", anticipazioni sonore, efficaci interazioni tra flashback/passato e "presente", dialoghi da programma di divulgazione scientifica, motivati dal fatto che nei quindici anni di prigionia l'unico contatto col mondo esterno del protagonista è stato giusto un apparecchio televisivo) non hanno nulla della gratuità di molto cinema orientale "di genere", oramai fotocopia di se stesso, iterazione infinita del già visto, ma sono giustificate e inglobate in uno sguardo profondamente coerente gettato su un mondo surriscaldato, concitato, in cui ogni atto d'amore pare blasfemo o provocato da strani meccanismi derivanti dall'arte dell'ipnosi.

Nella proliferazione di atti estremi - polipi vivi divorati in un sol boccone, denti estratti con metodi che neanche il Laurence Olivier del "Maratoneta", mani amputate, bypass con telecomando e lingue tagliate - si coglie in filigrana la disperazione che pare determinare ogni gesto, condizionare ogni movimento: la vendetta non è più un piatto che va servito freddo, ma è una pietanza andata a male, maleodorante, che non libera l'autore dalla pesantezza del gesto che si accinge a compiere, ma che anzi lo lega in maniera ancora più indissolubile a un passato che vorrebbe dimenticare, e che il protagonista riuscirà a rimuovere solo grazie all'intervento provvidenziale dell'ipnosi, quindi dell'altro. Così il regista: "[quello della vendetta] è un tema che mi interessa perché vendicarsi è un comportamento che non ha alcun senso, che non riporta in vita le persone che non ci sono più, eppure che spesso non si può evitare. Pur non avendo senso la vendetta richiede moltissime energie per portare a termine l'azione. Chi si vendica è consapevole del fatto che la sua vendetta non porterà a nulla, ma non è capace di fermarsi. Questa vacuità dell'azione con il dispendio di molte energie è un tema che mi affascina molto dal punto di vista psicologico".

L'immensa solitudine dell'uomo che soffre, il consenso che gravita attorno all'uomo felice: per questo, un sorriso forzato nei momenti di massimo dolore pare l'unica soluzione in grado di permettere al protagonista, novello Edipo, di "essere il proprio nome", di "stare bene con gli altri".
Meritatissimo Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes.


(In collaborazione con Gli Spietati)