Recensioni

Oldboy

di Spike Lee

drammatico, Usa (2013)

CAST & CREDITS

cast:
Elizabeth Olsen, Sharlto Copley, Samuel L. Jackson, Josh Brolin

regia:
Spike Lee

distribuzione:
Universal Pictures International

durata:
104'

produzione:
40 Acres & A Mule Filmworks, Good Universe, OB Productions, Vertigo Entertainment

sceneggiatura:
Mark Protosevich

fotografia:
Sean Bobbitt

scenografie:
Sharon Seymour

montaggio:
Barry Alexander Brown

costumi:
Ruth E. Carter

musiche:
Roque Baños

Oldboy | Recensione | Ondacinema

Oldboy

di Spike Lee

drammatico, Usa (2013)

di Claudio Zito

Voto: 8.0
In fondo è solo uno dei tanti adattamenti possibili del manga di Garon Tsuchiya e Nobuaki Minegishi, un soggetto straordinario che affianca due percorsi vendicativi, uno telediretto e incomprensibile, se non alla fine, per il fruitore, uno costruito passo passo dal protagonista (accompagnato nella ricerca dal lettore/spettatore), che esce da uno stato di cattività coatta per approdare a una più sottile prigionia all'aria aperta, segnata esternamente dalla latitanza agli occhi della legge e soprattutto interiormente dalla gabbia psicologica delle passioni: d'amore, di conoscenza e di rivalsa. Una parabola geniale che guarda alla tragedia e alla filosofia greche, al mito di Edipo e a quello della caverna, riflette sulle pulsioni umane/animalesche, sulla memoria storica e la ricerca della verità, su innumerevoli altri spunti.
Ma sarebbe possibile valutare il lavoro di Spike Lee senza tenere conto dell'illustre predecessore firmato Park Chan-Wook, un film già leggendario nonostante i soli dieci anni di anzianità, una pietra angolare del cinema del nuovo millennio, la punta di diamante della migliore cinematografia dell'epoca, quella coreana?

Impossibile e ingiusto farlo: Spike Lee è ben conscio dell'importanza della prima versione di "Old Boy", da ammiratore ne omaggia ripetutamente l'iconografia, citando - parzialmente fuori contesto - lingue mozzate, tatuaggi con funzioni cronometriche, molluschi cefalopodi, armi improprie contundenti, e farcendo la pellicola di molteplici orientalismi. Ma è anche consapevole che il mondo è cambiato, il linguaggio cinematografico pure (e a Hollywood certi radicalismi vanno smussati), l'ambientazione è differente, la sorpresa dello spettatore che conosce già la storia non potrà sussistere (anche in questa sede ci pare inutile soffermarci su una trama nota; soprassediamo). E pertanto sceglie saggiamente un impianto stilistico più convenzionale; basti notare la colonna musicale pervasiva quanto monocorde, ma non per questo meno efficace nel restituire una sensazione di oppressione angosciante. Niente più ossessive voice over, barocche visioni entomologiche post-moderne, litemotiv su risate collettive e pianti solitari, partiture polifoniche dal volume variamente modulato, oscuri epiloghi psicoanalitici. Lo spettatore è avvertito: se ricerca la stessa scoppiettante, spiccata originalità del precedente adattamento rimarrà profondamente deluso. Anche perché - tocca aggiungerlo - lo stesso Josh Brolin onestamente non vale Choi Min-sik.
Tenendo sempre in mente il capolavoro di Park (perché poi privarsi di un raffronto così stimolante?), è tuttavia corretto considerare il nuovo "Oldboy" come una opera che vive di vita propria, con le sue intenzioni specifiche e suoi valutabili esiti artistici. I quali, a giudizio di chi scrive - ma non del pubblico e della critica che fino ad ora si sono cimentatati nella comparazione - sono forse altrettanto grandiosi.

Il regista newyorkese e lo sceneggiatore Mark Protosevich forniscono un'interpretazione decisamente alternativa sul personaggio principale, sul contesto in cui agisce, sulla parabola che intraprende. Il lungo prologo pressoché assente nel film coreano introduce Joe Doucett, un uomo in preda ai fallimenti, dalla perdita del posto di lavoro alla separazione dalla moglie all'alcolismo che lo consuma. Per lui l'inspiegabile carcerazione - con pena aggiuntiva di cinque anni: con Lee diventano sadicamente venti -, vissuta in un mesto silenzio interiore, senza voci che si rincorrono e si contorcono nella mente, è l'occasione per disintossicarsi, redimersi, inseguire una vigorosa forma fisica. Colui che riemerge in società non è l'animale che deve annusare il prossimo per percepirlo, che tenta di stuprare le donne che incontra, che si riduce all'autolesionismo e a degradarsi al livello di un cane per implorare il suo carceriere (i riferimenti sono sempre a Park). Bensì una macchina da guerra perfettamente addestrata, che combatte in un'America per lui ancora segnata dall'11/9 (curiosamente Brolin interpretò Bush nel film di Oliver Stone), evento a cui ha potuto assistere grazie al televisore della cella. Le prime tappe del revanscismo passano dalla tortura (quanto in stile Cia/Marines?) del piantone interpretato da Samuel L. Jackson, e da un piano-sequenza sulle impalcature disegnate dalla scenografa Sharon Seymour su una struttura in disuso della US Navy; il combattimento di Joe, armato di martello, contro i trentacinque scagnozzi, assomiglia volutamente allo scenario di un videogame, in cui i colpi sono assestati in maniera meccanica.

Ma oltre ad essere impeccabilmente addestrato, il reazionario Doucett, che a differenza del suo omologo coreano darà infine prevalenza al sentimento di vendetta sacrificando gli affetti, è anche un uomo profondamente manipolato. Il suo carceriere Adrian (Sharlto Copley) di cui il regista accentua la componente voyeuristica (con un gustoso cameo virtuale di Salvador Dalì) è un demiurgo pressoché onnipotente, sfrutta al massimo le potenzialità tecnologiche e mediatiche su cui investe le sue ingenti risorse patrimoniali, non solo per intortare Joe, mostrandogli uno spettacolo televisivo creato ad hoc (e assente in Park), ma anche costruendo ad arte la propensione all'altruismo della ragazza Marie Sebastian (Elisaberh Olsen), e l'attrazione empatica verso Joe, cui la unisce un comune percorso di rinascita psico-fisica.
È al termine di una indagine da dramma giudiziario, che passa anche per l'inedito personaggio di una preside scolastica, che il protagonista approda finalmente al confronto con Adrian, in un sontuoso appartamento in parte adibito a set televisivo. La sequenza con cui Spike Lee, attraverso una serie di long take, dilaziona al massimo il momento dell'agnizione, è qualcosa di magistrale. Da sola, vale la visione del film.