CAST & CREDITS

cast:
Sam Riley, Garrett Hedlund, Kristen Stewart, Tom Sturridge, Viggo Mortensen, Amy Adams, Kirsten Dunst

regia:
Walter Salles

distribuzione:
Medusa

durata:
137'

produzione:
VideoFilmes; Film4; MK2 Productions; Nomadic Pictures; SPAD Films

sceneggiatura:
José Rivera

fotografia:
Eric Gautier

scenografie:
Carlos Conti

montaggio:
François Gédigier

costumi:
Danny Glicker

musiche:
Gustavo Santaolalla

On the Road | Recensione | Ondacinema

On the Road

di Walter Salles

drammatico, on the road, Usa (2012)

di Giuseppe Gangi

Voto: 4.0

E Neal che parlava, nessun altro che parlava. Gesticolava furiosamente, si allungava fino a me qualche volta per chiarire un punto, qualche volte staccava le mani sul volante eppure l’auto procedeva dritta come una freccia, senza mai deviare di un soffio dalla riga bianca in mezzo alla strada che si srotolava baciando la nostra ruota anteriore sinistra.[1]

Sal Paradise (nome di fantasia dietro cui si cela Jack Kerouac),[2] Carlo Marx (Allen Ginsberg) e gli altri amici che saranno i protagonisti della beat generation fecero,  dapprima, il loro ingresso nel mito letterario grazie al secondo romanzo di Kerouac, "On the Road", scritto nel 1951 grazie a numerosi litri di caffè e su un unico rotolo di carta per telescrivente lungo circa 36 metri. Fu pubblicato per la prima volta solo nel 1957 ed ebbe un successo inimmaginabile, divenendo l’opera-manifesto di un movimento e di un’intera generazione.

"Sulla strada" narra dell’incontro di due anime legate inizialmente da un’amicizia che sembrava indissolubile: lo stesso Kerouac scrive che Neil Cassady era come un fratello perduto che aveva finalmente ritrovato. Il fratello cresciuto sulla strada che l’avrebbe accompagnato nell’unica cosa che a quel tempo sapevano fare, cioè "andare".  Nel romanzo Cassady diventa Dean Moriarty, è lui il perno e il motore di molte azioni di "Sulla Strada", è uno dei folli con cui il giovane Kerouac/Paradise ama accompagnarsi. Un ragazzo che brucia, brucia la sua fiamma il più rapidamente possibile, agisce prim’ancora di pensare ed è proprio Moriarty a diventare il primo eroe beat grazie al romanzo.[3]

Quando proviamo  a confrontarci con una pellicola basata su un’opera letteraria e, in questo caso, su un classico del secondo Novecento, culto di più generazioni, diviene quasi inevitabile il paragone col testo di partenza. È inevitabile persino ritornare sui soliti discorsi che si intavolano ogni qual volta ci si ritrova in una situazione di questo tipo. Iniziamo da un presupposto fondamentale: non crediate al luogo comune secondo il quale la fonte letteraria sia sempre superiore alla pellicola. Purtroppo, l’adattamento per il grande schermo di "On the Road" da parte di José Rivera è la via peggiore che si possa scegliere quando si traduce per il cinema un libro di questa portata: prende di peso il romanzo del 1957, riprendendone la narrazione in prima persona, i dialoghi tra i personaggi e sfrondandolo di vari passaggi ed episodi (la voce over interviene soprattutto per sintetizzare sommariamente gli eventi e per spargere perle letterarie), così da mantenersi entro una durata commerciale. Quello che ne esce fuori è essenzialmente un bignami: lavorando con la maggiore adesione possibile all’opera di Kerouac, con le musiche di Santaolalla che risuonano nell’aria insieme al jazz nero delle bettole americane, la splendida fotografia di Eric Gautier e un cast di giovani di belle speranze, la ritrovata accoppiata Salles-Rivera cerca sostanzialmente di riproporre moduli e crew che avevano portato al successo il (sopravvalutato) "I diari della motocicletta", tratto dalle memorie giovanili di Ernesto Guevara.
In "On the Road" la voluta disfunzionalità dello stile di Kerouac (il suo essere "colloquiale", per intenderci) viene abbrutita da una macchina a mano che copia nemmeno tanto velatamente il nervosismo bruciante del Penn di "Into The Wild", e il montaggio linearizza in maniera didascalica l’accumularsi sincopato di episodi che si muove a strappi, come una jam-session di rimembranze, rendendo così inerme la narrazione cinematografica di Salles.

Nemmeno il cast regala grosse soddisfazioni: Sam Riley è un ottimo attore, ma se in "Control" riusciva a far trapelare la malinconia e il crescente bipolarismo di Ian Curtis con un solo sguardo, al suo Sal Paradiso manca ogni lampo di follia degno del personaggio; il Dean Moriarty di Garrett Hedlund è un Jimmy Dean senza carisma, senza alcuna sfumatura mistica; si salvano i comprimari, dal cameo di classe di Viggo Mortensen nei panni di Old Bull Lee (William S. Burroughs) e Amy Adams nel ruolo della moglie, a Tom Sturridge che interpreta Carlo Marx, finanche alla stessa Kristen Stewart (Marylou) che, anche grazie al poco minutaggio e a poche battute, ha una resa decorosa in uno dei suoi ruoli più incisivi e sensuali.

Per sintetizzare, Salles dimostra tutta la sua inettitudine di regista, vista l'incapacità sia di infondere una propria anima al film, una sua personale visione, sia di restituirne lo spirito, poiché fa il torto più grande che si potesse fare a Kerouac: realizzare una pellicola cinematograficamente normalizzata e seguendo il ricettacolo del film da Sundance.


Per saperne di più: Salles, Stewart - Speciale On The Road


[1] Jack Kerouac, On the Road – Il "rotolo" del 1951, p. 138, Milano, 2010.

[2] Inspiegabilmente tradotto dagli adattatori italiani del film in “Sal Paradiso”.

[3] «Willie si stava dando da fare intorno a una cipolla. "ho parlato con Neal Cassady. ormai è pazzo come un cavallo." "Sì, va in giro a implorare che gli diano qualche calcio nel culo. è una stronzata. costruirsi un mito forzato, il fatto essere finito nel libro di Kerouac gli ha fatto dare i numeri." "amico" dissi, "non c’è niente di peggio di una sceneggiata di sporchi pettegolezzi letterari."» in Charles Bukowski, Compagni di sbronze, p. 180. Milano, 1979.