I padroni della notte
di James Gray
poliziesco, Usa (2007)
L’asfissia del contesto descritta da James Gray nello splendido "I padroni della notte" non dà adito a dubbi: ai personaggi, determinati dalla nascita, non è concesso libero arbitrio. Non hanno a disposizione che il simulacro della scelta, il fantasma illusorio dell’autodeterminazione. Per loro dirazzare è impossibile, il contesto torna a batter cassa ed esige il suo credito in modo tanto più prepotente quanto più scriteriato è il loro tentativo di evaderlo.
Che fine fanno gli uomini sotto questa cappa opprimente? Che cosa rimane della loro autonomia? Frammenti. Schegge. Particelle, anzi particolari. Ed è questo il cinema squadernato da "We Own the Night": un cinema di particolari che resistono alla pressione contestuale. Sono dettagli intrisi di paura, l’unico straccio di sentimento lasciato all’individuo. Paura di essere colpiti, smascherati, eliminati.
È sorprendente notare come il linguaggio cinetico di questo film sia lontano dalla grammatica dinamica di qualsiasi altro cinema: anziché sacrificare le reazioni dei personaggi alla logica dell’azione, Gray mortifica la scorrevolezza del fraseggio all’imponenza delle espressioni dei volti. Imponenza come grandezza e come oggetto che si impone. Esemplare la sequenza automobilistica della sparatoria: una manciata di inquadrature all’esterno della macchina e poi via dentro l’abitacolo, appiccicati al volto terrorizzato di Bobby (un Joaquin Phoenix gloriosamente imbalsamato).
Lezione di antieconomia cinematografica: togliere peso all’azione spettacolare, concentrare il dramma nelle reazioni facciali del protagonista. Nessun altro regista (nella Hollywood di ieri e oggi) avrebbe il coraggio di deprivare cineticamente il suo film. Gray sì. Sommo rispetto.
(In collaborazione con Gli Spietati)
Che fine fanno gli uomini sotto questa cappa opprimente? Che cosa rimane della loro autonomia? Frammenti. Schegge. Particelle, anzi particolari. Ed è questo il cinema squadernato da "We Own the Night": un cinema di particolari che resistono alla pressione contestuale. Sono dettagli intrisi di paura, l’unico straccio di sentimento lasciato all’individuo. Paura di essere colpiti, smascherati, eliminati.
È sorprendente notare come il linguaggio cinetico di questo film sia lontano dalla grammatica dinamica di qualsiasi altro cinema: anziché sacrificare le reazioni dei personaggi alla logica dell’azione, Gray mortifica la scorrevolezza del fraseggio all’imponenza delle espressioni dei volti. Imponenza come grandezza e come oggetto che si impone. Esemplare la sequenza automobilistica della sparatoria: una manciata di inquadrature all’esterno della macchina e poi via dentro l’abitacolo, appiccicati al volto terrorizzato di Bobby (un Joaquin Phoenix gloriosamente imbalsamato).
Lezione di antieconomia cinematografica: togliere peso all’azione spettacolare, concentrare il dramma nelle reazioni facciali del protagonista. Nessun altro regista (nella Hollywood di ieri e oggi) avrebbe il coraggio di deprivare cineticamente il suo film. Gray sì. Sommo rispetto.
(In collaborazione con Gli Spietati)

cast: Joaquin Phoenix, Mark Wahlberg, Robert Duvall, Eva Mendes, Alex Veadov, Tony Musante, Dominic Colon, Danny Hoch
regia: James Gray
distribuzione: Bim
durata: 105'
produzione: 2929 Productions, Industry Entertainment
sceneggiatura: James Gray
fotografia: Joaquin Baca-Asay
scenografie: Ford Wheeler
montaggio: John Axelrad
costumi: Michael Clancy
musiche: Wojiciech Kilar
