CAST & CREDITS

cast:
Mark Whalberg, Dwayne Johnson, Tony Shalhoub, Ed Harris, Anthony Mackie, Bar Paly, Ken Jeong

regia:
Michael Bay

distribuzione:
Universal Pictures

durata:
129'

sceneggiatura:
Christopher Markus, Stephen McFeely

fotografia:
Ben Seresin

scenografie:
Jeffrey Beecroft

montaggio:
Tom Muldoon, Joel Negron

costumi:
Colleen Kelsall, Deborah Lynn Scott

musiche:
Steve Jablonsky

Pain & Gain - Muscoli e denaro | Recensione | Ondacinema

Pain & Gain - Muscoli e denaro

di Michael Bay

azione, commedia, Usa (2013)

di Alex Poltronieri

Voto: 7.0
"Suda & Cresci". Era questo il primo titolo affibbiato dalla distribuzione nostrana al nuovo film di Michael Bay, prontamente modificato in un più banale "Muscoli & Denaro". Peccato. Per una volta l'idiozia della "traduzione" italiota si confaceva perfettamente all'assunto demenziale della pellicola del regista macho per eccellenza. In attesa di rivederlo al lavoro sulla saga dei "Transformers" (il quarto episodio è atteso per la prossima estate), Bay si avventura in un territorio a lui estraneo (più o meno), quello della commedia grottesca. Come più volte ribadito durante il film, ciò a cui stiamo assistendo è basato su eventi realmente accaduti, e di fatto la sceneggiatura di Christopher Markus e Stephen McFeely (quelli di "Captain America: Il primo vendicatore" e "Le cronache di Narnia") è ispirata ad una serie di articoli del giornalista Pete Collins.

Non ci è dato sapere quanto di quello che accade sullo schermo si attiene alla realtà dei fatti, e nemmeno ci interessa molto. Fatto sta che la vicenda del personal trainer Daniel Lugo-Mark Whalberg (e dei suoi nerboruti collaboratori Paul Doyle - Dwayne "The Rock" Johnson e Adrian Doorbal - Anthony Mackie) pare uscire direttamente dalla mente dei fratelli Coen, e la galleria di idioti rappresentati da Bay non ha nulla da invidiare a quella dei registi de "Il grande Lebowski". La parabola al testosterone del palestrato che "crede nel fitness" e nel mito tutto americano della "seconda occasione" è una ghiotta occasione per smontare e fare a pezzettini l'american dream. Certo, Michael Bay lo fa con il suo stile, che può esaltare o irritare sin dai primi minuti. E' uno stile, come ben sanno i suoi fan e detrattori, all'insegna dell'eccesso e dell'iperbole. Che però si sposa bene con l'assurdità grottesca della vicenda di questi muscolosi e stupidi rapinatori. Colori saturi e accecanti, riprese al ralenti, macchina da presa incapace di stare ferma per un solo secondo, con lunghi piani sequenza improbabili e digitali (compreso un movimento di macchina "circolare" preso di peso da "Transformers - La vendetta del caduto").

Ma anche tutto il resto è sopra le righe, dalla direzione del ricco cast, all'umorismo spesso greve, alla messa in scena della violenza, cruda e senza fronzoli. Tutto ciò contribuisce però a restituire un'immagine grottesca e decadente degli Usa di metà anni '90 (che poi sono gli stessi di oggi), dove ogni simbolo dell'american way of life viene fatto implodere con conscia autoironia. L'ideale del successo e della realizzazione di sé stessi garantito dalla stessa costituzione, il mito del corpo perfetto e della cura del sé sono i bersagli primari, ma Bay prende in giro collateralmente anche il fondamentalismo religioso (in questo caso nello spassoso personaggio dell'ex detenuto interpretato da Dwayne Johnson, convertitosi al cristianesimo, ma propenso a ricadere in tentazione senza problemi, tra droga, alcool e sesso a go go), l'inefficienza delle istituzioni (i poliziotti sono dei cretini pari ai protagonisti, e difatti a far catturare i colpevoli ci penserà un investigatore privato disilluso e fuori dagli schemi, interpretato da Ed Harris), irridendo la virilità maschile (l'impotenza del personaggio di Doorbal), insistendo con sarcasmo e misoginia (altro topos del regista) sullo stereotipo degli Usa come terra delle opportunità (si veda la stripper rumena e oca, che si fa abbindolare dai protagonisti credendoli agenti della C.I.A.).

In questa divertente pochade, tutto pare governato dalla stupidità e dal caso come nei momenti più memorabili della filmografia dei Coen, e Bay si diverte a raffigurare questa carneficina degli ideali con uno humour nero che da lui non ci aspettava, che non sempre funziona, ma quando ingrana, regala momenti indimenticabili (come i goffi, inutili, tentativi dei protagonisti di ammazzare il ricco ebreo che hanno rapito e derubato). Certo, ribadiamolo, è tutto eccessivo e portato all'estremo (a partire dalla durata, come accade sovente con questo regista), ma l'esito finale è funzionale e amaro. Come non capitava da parecchio nel cinema a stelle e strisce. Non male per un regista presunto reazionario e guerrafondaio. Notazione di merito per l'intero cast, che si presta con coraggio e generosità, strappando parecchie risate (tra quelli non ancora citati ottimi Tony Shaloub nel ruolo della prima vittima dei muscolosi rapitori, e il Ken Jeong di "Una notte da leoni", che interpreta un viscido guru dell'ideologia del self made man).