CAST & CREDITS

cast:
Jeffrey Dean Morgan, Sam Worthington, Chloe Grace Moretz, Jessica Chastain, Stephen Graham, Sheryl Lee, Corie Berkemeyer

regia:
Ami Canaan Mann

distribuzione:
01 Distribution

durata:
105'

sceneggiatura:
Don Ferrarone

fotografia:
Stuart Dryburgh

scenografie:
Aran Mann

montaggio:
Cindy Mollo

costumi:
Christopher Lawrence

musiche:
Dickon Hinchliffe

Le paludi della morte | Recensione | Ondacinema

Le paludi della morte

di Ami Canaan Mann

thriller, drammatico, Usa (2011)

di Alex Poltronieri

Voto: 7.0
Due poliziotti dal pensiero e dal carattere diametralmente opposto, entrambi però determinati a fare la cosa giusta. Un maniaco che molesta e infine uccide delle giovani ragazze. Sullo sfondo una città livida e decadente, illuminata dalla fotografia digitale di Stuart Dryburgh. Dietro la macchina da presa il nome è Mann, ma non Michael, anche se i presupposti per crederlo ci sono (quasi) tutti. Trattasi della figlia del grande regista di "Manhunter", "Heat" e "Miami Vice", Ami Canaan Mann, qui al secondo lungometraggio, dopo l'invisibile "Morning" (2000).
Il film, passato abbastanza inosservato alla passata edizione della Mostra del cinema di Venezia, e uscito in sordina sugli schermi Usa, merita attenzione. Certo, è facile vedersi spalancare le porte con un papà di tale calibro (Sofia Coppola ne sa qualcosa), ma nonostante ciò, la giovane regista riesce a far intravedere diverse qualità. E questo torbido noir ambientato nel profondo Texas ha diversi motivi di interesse.
 
La Mann lavora all'interno di coordinate di genere ben definite, non riuscendo (o non volendo) a distaccarsi con decisione da alcuni cliché a cui siamo sin troppo abituati: la coppia di sbirri, nonostante sia interpretata da due attori che lavorano di fino, è abbastanza stereotipata. Quello buono e quello cattivo. Il primo, padre di famiglia, cattolico praticante e pronto ad aiutare il prossimo; il secondo cinico e incattivito dalla vita (ha alle spalle un adolescenza fatta di abusi da parte del padre), violento e solitario. La regista non si sofferma troppo sui suoi protagonisti o sulle loro ragioni, così come il padre non era troppo interessato a narrare le backstory dei suoi agenti Crockett & Tubbs, o del "suo" John Dillinger. La Mann punta invece a ricreare un'atmosfera marcia e malata, da cui non si intravede uno spiraglio d'uscita, se non nel riappacificante finale.
Il Texas messo in scena dalla Mann è una outland fuori da ogni coordinata e traiettoria, un paese in cui la legge, e gli uomini che la devono far rispettare, paiono contare pochissimo. La violenza è come un virus che si diffonde a macchia d'olio, ingovernabile, in un mondo che ha fatto dell'abiezione la sua nuova faccia, e da cui Dio sembra aver distolto il proprio sguardo.

In questo thriller atipico, la tensione cresce sotterranea, disturbante, la paura e il dolore scoppiano improvvisi e senza nessuna catarsi. A.C. Maan non perde mai di vista l'atmosfera generale della sua opera prima, che arriva a contare più di un intreccio sin troppo macchinoso e non sempre chiaro, in cui tante sottotrame e altrettanti personaggi finiscono per sfiorarsi e intrecciarsi, senza necessariamente portare a soluzioni definitive.
Come il padre, che iniziava "Miami Vice" in medias res, o negava l'happy end agli antieroi del suo "Insider", la regista non ama consolare e ingraziarsi il pubblico, ne è una conferma l'antispettacolarità della messa in scena. In una vicenda malsana, che tocca anche temi delicati come la prostituzione minorile e la pedofilia, in cui si sarebbe potuto mostrare tantissimo, la Mann ha il coraggio di adottare un tono sommesso e pudico, in cui la tensione è interamente giocata su quello che accade fuori dallo schermo: la telefonata che arriva ai due poliziotti da parte del killer, quello che accade nell'abitazione della povera Ann Sliger, maltrattata dalla madre dropout (una rediviva, perfetta, Sheryl Lee/Laura Palmer). Rispetto ad altri film recenti che hanno tentato di raccontare l'altra faccia degli Usa, e il suo lato profondo e selvaggio ("Un gelido inverno", "La fuga di Martha" ne sono solo alcuni esempi) qui il punto di vista adottato, a metà via tra il thriller à-la David Fincher e il grottesco di "Twin Peaks", ci pare più originale, più disturbante, e la pellicola potrebbe crescere di visione in visione.

Certo, restano diversi distinguo: la Mann, aiutata da una confezione che non fa una grinza (tra cui è d'obbligo segnalare le musiche di Dickon Hinchliffe dei Tindersticks), dimostra già una buona conoscenza del mezzo, ma si avverte una certa impersonalità dell'insieme, e la mano di papà Michael (qui anche produttore esecutivo) a tratti è davvero troppo visibile. Ma tra tanti altri  "figli d'arte" passati dietro la macchina da presa, la Mann ci pare una una delle poche personalità promettenti e da tenere d'occhio.