Recensioni

Papillon

di Michael Noer

drammatico, biografico, Usa (2017)

CAST & CREDITS

cast:
Charlie Hunnam, Rami Malek, Roland Moller, Tommy Flanagan, Eve Hewson, Michael Socha, Yorick van Wageningen

regia:
Michael Noer

distribuzione:
Eagle Pictures

durata:
133'

produzione:
Red Granite Pictures

sceneggiatura:
Aaron Guzikowski

fotografia:
Hagen Bogdanski

scenografie:
Jennifer Gentile

montaggio:
John Axelrad, Lee Haugen

costumi:
Bojana Nikitovic

musiche:
David Buckley

Papillon | Recensione | Ondacinema

Papillon

di Michael Noer

drammatico, biografico, Usa (2017)

di Rudi Capra

Voto: 4.0

Il regista danese Michael Noer firma il secondo adattamento cinematografico delle memorie di Henri Charrière detto "Papillon", criminale francese che in undici anni di prigionia nella Guyana francese tentò varie rocambolesche evasioni, l’ultima delle quali gli garantì la libertà nel 1941. Sospeso tra il dramma carcerario e il film d’avventura, "Papillon" si concentra sul rapporto tra Charrière e il falsario Louis Dega, interpretati da Charlie Hunnam e Rami Malek. Nella brutalità organizzata della colonia penale, Dega trova in Papillon protezione, e Papillon trova nel danaroso Dega un prezioso mezzo di sussistenza. Negli anni, la diffidenza si muta in rispetto, l’opportunismo in lealtà; sorge una profonda e virile amicizia, topos consolidato di molti prison movies.

Arduo recensire il nuovo "Papillon" senza tirare in ballo l’originale (Schaffner, 1973). Non tanto per l’omonimia, né per il soggetto condiviso, quanto piuttosto perché il film di Noer è una pedissequa ricalcatura del precedente (che pure non era esente da difetti), a cominciare dai protagonisti. Tra denti digrignati e smorfie attonite, il duo Hunnam-Malek offre una replica assai stinta della coppia a suo tempo formata da Steve McQueen e Dustin Hoffman. Privato della vocazione epica e depurato di ogni intonazione onirica, l’intreccio che resta in mano a Noer è asciutto e sterile come un ramo secco, incapace di evocare il sentimento disperato dell’immobilità del tempo e il vertiginoso baratro della follia.

Ma è la generale mise en scène a macchiarsi di sciattezza. I costumi paiono noleggiati al negozio di quartiere, la storia è disseminata di incongruenze (come avrà fatto Dega, durante la prigionia, a trovare il gel per mantenere la sua graziosa acconciatura?), le scene si susseguono con un andamento piatto, incolore, che non sfrutta a sufficienza l’ambientazione esotica. Con la probabile intenzione di soffocare e disorientare lo sguardo, Noer opta per un flusso di inquadrature molto brevi e ravvicinate a camera mossa, che alla lunga si rivelano poco incisive e inefficaci, salvo indurre un vago mal di mare. L’impressione di artificiosità è acuita dal nitore innaturale della pellicola, più adatto a un videoclip di Beyoncé che a un dramma carcerario.

Idealmente, un remake dovrebbe presentare un’aggiunta o un’alternativa rispetto alla matrice; il "Papillon" di Noer conserva gli aspetti peggiori del precedente (prolissità e uniformità dell’intreccio), amputando gli aspetti più seducenti e fascinosi del film di Schaffner (la follia, la parentesi nel villaggio indigeno, la denuncia del sistema carcerario, l’evasione con le noci di cocco). Traspare dietro a quest’operazione il chiaro intento di rimasticare un cult adattandolo al gusto del pubblico giovane. Ne risulta un film castrato, inane, che non ha nulla da dichiarare se non la propria precoce obsolescenza.