CAST & CREDITS

cast:
Henry Fonda, George Voskovec, Ed Begley, Joseph Sweeney, Edward Binns, Jack Klugman, E. G. Marshall, John Fiedler, Martin Balsam, Jack Warden, Lee J. Cobb, Robert Webber

regia:
Sidney Lumet

distribuzione:
United Artists

durata:
96'

produzione:
Orion-Nova Productions

sceneggiatura:
Reginald Rose

fotografia:
Boris Kaufman

scenografie:
Bob Markel

montaggio:
Carl Lerner

musiche:
Kenyon Hopkins

pietra miliare

La parola ai giurati | Recensione | Ondacinema

La parola ai giurati

di Sidney Lumet

drammatico, Usa (1957)

di Lorenzo Taddei

 

E allora, cosa sarebbe superiore alla giustizia?
Sarebbe, più concretamente, la clemenza...

 (da "Straniera" di Sergej Dovlatov)

 



Senza infine aggiungere niente sulla sorte dell'imputato, senza neppure concedergli una seconda inquadratura, né concederci chiarimenti sul suo effettivo coinvolgimento nel crimine, Lumet si congeda con una stretta di mano, come quella fiera ma frettolosa fra i giurati Davis e McArdle, proprio come Davis ci aiuta a infilarci la giacca senza una parola di più, perché non importa aggiungere altro quando si è fatta la cosa giusta. E la cosa giusta stavolta è aver impedito alla giustizia di fare il suo corso. Anteporre alla giustizia la clemenza, questo è il tema che il film comunica forte e chiaro: prestare ascolto, agli altri e a se stessi, se proprio dobbiamo giudicare, liberandosi almeno del pregiudizio.


"12 Angry Men" esce nel 1954 come film tv e tre anni dopo Reginald Rose, autore del soggetto, scrive la sceneggiatura per l'adattamento cinematografico. La regia viene affidata da Rose ed Henry Fonda - coproduttori insieme alla "Orion" -  al trentatreenne esordiente Sidney Lumet. Il budget stanziato per il film fu di 350.000 dollari. Grazie alla meticolosità del giovane regista (due settimane di prove) le riprese si conclusero in diciannove giorni, cioè un giorno prima del previsto, e con un risparmio di mille dollari.
Nel 1957 il film vince l'Orso d'Oro al Festival di Berlino e l'anno seguente riceve tre candidature agli Oscar come "miglior film", "miglior regista" e "miglior adattamento", ma tutte e tre le statuette gli saranno soffiate da "Il Ponte sul fiume Kwai" di David Lean.

Tra i remake il più importante è certamente il film tv di William Friedkin del 1997 scritto ancora da Reginald Rose: il giurato che insinua il dubbio, interpretato da Jack Lemon, non è più il numero 8 ma il 7; il giudice è una donna (Mary McDonnell); quattro giurati sono afroamericani e a tutti i giurati non è permesso fumare. Anziché porre al centro la pena di morte, Friedkin si interessa maggiormente al declino culturale dell'America di cui i giurati rappresentano dei campioni. Da annotare anche il remake del regista indiano Besu Chatterjee del 1986 e quello del cinese Ang Xu, prodotto lo scorso anno. 


I supplenti sono liberi
New York, anni '50. La prima inquadratura riprende la facciata del Palazzo di Giustizia, dal basso verso l'alto, per poi ridiscendere nell'atrio e condurci con una staffetta di comparse all'aula 228 dove si sta svolgendo il processo che ci riguarda: omicidio (parricidio) di primo grado, premeditato, il più grave. L'inquadratura è piena, suddivisa dal banco della corte, una sorta di diagonale "segmentata" (a forma di saetta) che unisce l'angolo in basso a sinistra a quello in alto a destra dello schermo. Seduto sulla destra in primo piano il giudice, sullo sfondo (al centro e in alto a sinistra) la giuria, in altro a destra invece l'usciere (l'unico in piedi) e il banco dei testimoni vuoto; la porzione d'aula visibile (in basso a destra) è occupata dallo stenografo e dal disegnatore. L'inquadratura è piena, come la maggior parte delle inquadrature del film, lo spazio interamente sfruttato. Con un'imparzialità quasi indolente il giudice rammenta ai giurati che un uomo è morto ed è loro dovere separare i fatti dalla fantasia; l'imputato potrà essere giudicato colpevole solo se non sussiste dubbio alcuno ("presunzione di innocenza" ed eventuale condanna "al di là di ogni ragionevole dubbio"). Nel caso di unanime verdetto di colpevolezza (l'unanimità è requisito necessario, altrimenti il processo deve essere ripetuto) la sentenza di morte sarà senz'altro esecutiva. Nel frattempo una lenta carrellata da destra a sinistra riprende i giurati - sono ancora quattordici - alcuni dei quali già contraddistinti da particolari gesti o espressioni che ritroveremo più avanti. I due giurati supplenti sono liberi di andare. Gli altri dodici invitati a ritirarsi in camera di consiglio. Per la prima volta - finora fuori campo - compare l'imputato, di spalle, le mani giunte sul tavolo, mentre osserva i giurati uscire dall'aula. Segue un primo piano diviso, stavolta da una diagonale "immaginaria": dal vertice in basso a destra una luce rischiara la bocca, il naso, gli occhi del giovane imputato; l'altra metà dell'inquadratura è invece nell'ombra. L'illuminazione del volto triste del ragazzo, la sua compostezza, le mani che ricordiamo unite come in una preghiera, sono una dichiarazione silenziosa di onestà che prepara già il terreno all'eroe giurato n.8 (Henry Fonda).


La stanza della giuria
Una dissolvenza, accompagnata dalla musica di Kenyon Hopkins (che ritroveremo nei punti salienti del film, finale compreso) ci trasferisce dallo sguardo dell'imputato nella sala di consiglio: scorrono i titoli di apertura ed entrano i "12 Angry Men", in verità ancora abbastanza sereni.
Come scrive Lumet nel manuale autobiografico "Fare un film" edito in Italia da Minimum Fax (lo consiglio a tutti, fan e non) la prima inquadratura della stanza della giuria, che dura quasi otto minuti, è stata una delle illuminazioni più complesse del film. La ripresa inizia sul ventilatore (ne vediamo solo metà) in basso a sinistra dello schermo. Lo schermo è diviso in due dal tavolo dove siederà la giuria, la scena è ripresa dall'alto, i giurati si aggirano per la stanza cercando ognuno la propria collocazione (il giurato n.8 , Henry Fonda è l'unico che guarda fuori dalla finestra); seguono diversi piani americani, almeno uno per ogni  persona. Scrive Lumet: "Mi servii di una gru. La base della gru (il dolly) doveva fare almeno tredici movimenti in quello che era un set piccolo. Il braccio (il boom) sul quale era piazzata la macchina da presa doveva fare almeno undici movimenti diversi a destra e a sinistra e otto in su e in giù. Boris Kaufman impiegò sette ore per illuminare la sequenza. La quarta ripresa fu quella buona."
Lumet ha collaborato con Kaufman in otto film, tra cui "Pelle di serpente" del 1959 con Marlon Brando e Anna Magnani; la sua predisposizione a una fotografia dai toni drammatici si esprime al meglio nel film di esordio di Lumet.


Una trappola montata ad arte
Per prima cosa annotiamo che nella stanza si soffoca dal caldo. Fatta eccezione per la prima e l'ultima inquadratura - che riprendono l'esterno del Palazzo di Giustizia (e il percorso che conduce dall'atrio all'aula dove si sta tenendo il processo) -  e per una breve incursione nei gabinetti, l'intero film si svolge nella stanza in cui la giuria si riunisce. Come riferisce il giurato n.7 (Jack Warden) l'ufficio meteorologico ha previsto che sarà la giornata più calda dell'anno. Il tempo in senso meteorologico ha quindi la sua importanza, alimenta fin da subito il disagio, moltiplica i gesti di insofferenza dei giurati inzuppando le loro camicie. Il tempo inteso come "cronos" è invece sospeso. Si fa una volta cenno all'ora, più volte il n.7 esorta gli altri a fare in fretta perché ha comprato i biglietti per la partita serale degli Yankees, ciononostante il tempo resta fermo, non ci sono orologi visibili, l'unico riferimento è il calare della luce esterna, che peraltro coincide con l'arrivo del temporale.
La porta della stanza è chiusa a chiave, il ventilatore non funziona, il tempo non scorre.
Lumet aziona la trappola affinandola con una micidiale "trama di lenti". Per far sì che la stanza sembri progressivamente rimpicciolirsi ha utilizzato obiettivi sempre più lunghi (da 28 e 40 mm, fino a 50, 75 e 100). L'effetto di asfissia, che Lumet riprenderà in altri suoi film (uno su tutti "Quel pomeriggio di un giorno da cani" del 1975) è ulteriormente amplificato dall'altezza della macchina da presa, che riprende inizialmente al di sopra degli occhi, per scendere progressivamente fino ad assestarsi al di sotto degli occhi, provocando così l'illusione che anche il soffitto della stanza si restringa.
Infine il ritmo. Se la trappola è ben montata il dimenarsi della preda - in questo caso dei personaggi e poi dello spettatore - la intrappola ancor di più. Il ritmo è vitale alla riuscita di qualsiasi narrazione.
Scrive Lumet: "Se un film sembra montato male è perché è stato girato male." Dunque questo film è stato girato decisamente bene. Lumet si affida al montaggio più classico, dosa i colpi di scena e guida lo spettatore nello spargimento del "dubbio" portato avanti prima dal n.8 e poi anche dal n.9 (Joseph Sweeney). I personaggi sono presentati a coppie, poi isolati e riuniti di nuovo in gruppi. Ai piani di insieme si alternano primi e primissimi piani, controcampi e dettagli su mani (la votazione segreta), gambe (Fonda che simula il vecchio testimone claudicante), braccia alzate (l'ultima votazione che riprende il braccio di Warden con il ventilatore finalmente acceso sullo sfondo). Il montaggio ha un ritmo elevato per tutto il film, ma sul finire accelera in modo evidente, contribuendo ad aumentare la tensione e il senso di intrappolamento.


Numeri senza nome
I dodici giurati non hanno nome. Uno di loro si firma Scott, e altri due soltanto alla fine si presenteranno: Davis e McArdle. Il cast è eccezionale, ogni personaggio è caratterizzato alla perfezione e di ognuno si delinea sempre più chiaramente il background. Dar loro un nome non farebbe altro che confondere le idee ed attenuare l'effetto di - straniamento e - immedesimazione. L'eroe è indubbiamente Fonda ma altrettanto eroico e commovente è il monologo catartico del giurato n.3 (Lee Cobbs) mentre alle sue spalle imperversa il - refrigerante, purificatorio - temporale. E come non amare il vecchio 9 e non simpatizzare almeno un poco per il 7? Certo che nel suo caso molto influisce il doppiatore, che è lo stesso di Jerry Lewis e Eli Wallach. Può essere anche divertente - e utile - buttar giù la propria lista di giurati:
n.1) il presidente della giuria ma meglio essere allenatore in seconda Martin Balsam; n.2) il bancario mite alla sua prima giuria John Fiedler; n.3) il padre ferito Lee J. Cobb; n.4) il broker imperturbabile, l'unico là dentro che non suda E.G. Marshall; n.5) il taciturno che come l'imputato ha trascorso l'infanzia nei bassifondi Jack Klugman; n.6) Scott l'imbianchino Edward Binns; n.7) lo yankee che vende marmellate Jack Warden; n.8) l'architetto Davis cavaliere bianco Henry Fonda; n.9) il vecchio occhi di falco Joseph Sweeney; n.10) il raffreddato, bisbetico razzista, isolato poi in una delle scene più teatrali del film Ed Begley; n.11) l'orologiaio russo-americano artefice di una delle battute più belle del film "Abbiamo una responsabilità...è la cosa più notevole della democrazia" George Voskovec; n.12) il pubblicitario indeciso Robert Webber.


Ascoltare
La "comunicazione" intesa come corrispondenza fra due o più persone presuppone il dare e ricevere ascolto. L'ascolto è un valore a cui Lumet non rinuncia. Sul set Lumet ha sempre prestato attenzione alle opinioni dei suoi collaboratori, degli attori, di tutti coloro che contribuiscono alla realizzazione del film. E dell'importanza di ascoltare parla soprattutto questo film. I giurati hanno compiuto pienamente il loro dovere, hanno ascoltato uno dopo l'altro. Nella sequenza finale Lumet usa il grandangolare più grande per concedere il massimo respiro ai giurati che guadagnano l'uscita. Se Davis si fosse limitato a seguire la giustizia, o se poi gli altri non lo avessero ascoltato, non avessero accettato il confronto, un uomo avrebbe perso la vita. Innocente? In fondo non è importante. Così come ho aperto citando uno scrittore che amo, concludo con un altro scrittore che pur in maniera diversa condivide la stessa passione per "l'ascolto" e avversione per il giudizio. 

I giudici non sapevano quello che sapevo io e nemmeno facevano la fatica di andare fino in fondo nel destino di un uomo, trattavano tutte le questioni nella stessa maniera, si attenevano ai documenti e ai cosiddetti fatti inoppugnabili e condannavano senza conoscere il condannato e senza conoscere l'ambiente di colui che condannavano e senza conoscere la sua storia e senza conoscere la società che aveva fatto di lui quel delinquente che ora il tribunale bollava per sempre come tale. I giudici si attenevano quasi esclusivamente ai documenti e, con le loro leggi brutali, prive di intelligenza e nemiche del sentimento, distruggevano la persona che veniva condotta davanti a loro. (da "La cantina" di Thomas Bernhard).