CAST & CREDITS

cast:
Joseph Bour, Chantal Dechuet, Sébastien Roussel, Samuel Theis, Angélique Litzenburger

regia:
Samuel Theis, Claire Burger, Marie Amachoukeli

distribuzione:
Bim Distribuzione

durata:
96'

produzione:
Elzévir FIlms, Centre National de la Cinématographie, Canal +

sceneggiatura:
Marie Amachoukeli, Claire Burger, Samuel Theis

fotografia:
Julien Poupard

montaggio:
Frédéric Baillehaiche

musiche:
Alexandre Lier, Sylvain Ohrel, Nicolas Weil

Party Girl | Recensione | Ondacinema

Party Girl

di Samuel Theis, Claire Burger, Marie Amachoukeli

drammatico, Francia (2014)

di Stefano Guerini Rocco

Voto: 6.5

Angélique ha sessant'anni e per tutta la vita ha fatto l'entraîneuse in club per soli uomini. Quando la incontriamo è seduta al bancone di un bar, mentre intorno a lei alcune spogliarelliste ballano sui pali e sparuti clienti ordinano bottiglie di champagne per comprare l'attenzione delle ragazze del locale. Angélique invece è sola, gli occhi bistrati di nero, i suoi monili dozzinali e i troppi bicchieri di liquore come unica compagnia. A fine serata i buttafuori la scortano, ubriaca e sfatta, nella sua stanzetta ammobiliata, un loculo saturo di ninnoli e paccottiglia al piano superiore del locale in cui lavora.

La scena sembra ripetersi come un grottesco ritornello nella vita della donna, la quale, nonostante l'amicizia e la complicità delle colleghe, appare ormai esausta. Per questo si reca a casa di Michel, minatore in pensione e suo cliente di lungo corso che, innamorato da sempre, con un colpo di scena di sincero romanticismo, le chiede di sposarlo. Angélique, spiazzata e lusingata, accetta: si trasferisce, arreda la nuova casa, mette ordine nei suoi affetti e cerca di adattarsi alla sua nuova quotidianità. Ma nonostante le più rosee aspettative, il cambiamento si rivela più ostico del previsto.

Lungometraggio d'esordio dei registi Marie Amachoukeli, Claire Burger e Samuel Theis , "Party Girl" è stato insignito della Camera d'Or all'ultimo Festival di Cannes. Quando la presidente di giuria Nicole Garcia è salita sul palco per annunciare il premio, ha definito il film "selvaggio, generoso, ribelle". La descrizione, calzante, si addice bene anche alla complessa e sfaccettata protagonista che, infatti, è il cuore pulsante dell'intera opera.

Ispirato alla storia vera della madre di uno dei tre autori, Samuel Theis, anche interprete di se stesso, "Party Girl" è il ritratto di una donna passionale e contraddittoria, caparbia e vulnerabile, capace tanto di imprevedibili slanci emotivi quanto di chiusure egoistiche e infantili. Una donna, provata da una vita ai margini, che sa essere anche scostante e brusca. Eppure è impossibile non amarla, così sincera e vitale nei suoi moti d'entusiasmo, nelle sue aspirazioni, nelle sue fragilità.

La amano le sue amiche e colleghe, sodali compagne di troppe notti balorde. La amano i suoi quattro figli, che pure hanno sofferto a causa di questa madre impulsiva e irresponsabile, ma che la accudiscono con benevola clemenza. La ama, teneramente e incondizionatamente,  Michel, che le offre, per la prima volta, la possibilità di una vita stabile, serena, pacificata.

Ma tutto questo non sembra appagare Angélique. La macchina da presa, assai mobile e inquieta, la assedia per tutta la durata del film, alla ricerca di qualche indizio del suo vero stato d'animo nei guizzi vivaci degli occhi azzurri, nelle pieghe della bocca, nei solchi lungo il viso. Ma i numerosi primi e primissimi piani, così attenti al dettaglio e dimentichi del contesto, non possono che restituirne un ritratto frammentario e incompleto, che non infrange mai il velo della sua misteriosa impenetrabilità.

La "falena" Angélique, creatura notturna senza radici, resta dunque inaccessibile: il suo non è un viaggio di scoperta né di crescita interiore. Compie piuttosto un giro su se stessa per ritrovarsi nell'esatto punto di partenza, solo appesantita (forse) da una delusione in più: basti pensare alla dolente marcia di ritorno verso il locale con cui si chiude "Party Girl", accompagnata dalle note struggenti della canzone omonima di Chinawoman.

In questo senso, il film è coraggioso nel rinunciare a qualsiasi happy ending o scorciatoia conciliatoria. E i suoi autori onesti nel seguire senza giudicare mai la loro protagonista, in un'operazione di riscrittura cinematografica che, vista l'impronta documentaristica e il dato autobiografico, si propone come più vera del vero.

Spiace solo che non abbiano usato la stessa sensibilità e la stessa lucidità di analisi per allargare lo sguardo al contesto, sociale e umano, in cui si muove Angélique: una cittadina povera e degradata al confine tra Francia e Germania, un non-luogo di frontiera e di passaggio che potrebbe dire molto sulla natura irrisolta e sfuggente della protagonista.