CAST & CREDITS

cast:
Jim Caviezel, Maia Morgenstern, Mattia Sbragia, Christo Jivkov, Monica Bellucci, Rosalinda Celentano

regia:
Mel Gibson

distribuzione:
20th Century Fox

durata:
127'

produzione:
Icon Productions

sceneggiatura:
Benedict Fitzgerald - Mel Gibson

fotografia:
Caleb Deschanel

scenografie:
Carlo Gervasi

montaggio:
Steve Mirkovich - John Wright

costumi:
Maurizio Millenotti

musiche:
John Debney

La Passione di Cristo | Recensione | Ondacinema

La Passione di Cristo

di Mel Gibson

drammatico, storico, Usa (2004)

di Piero Calò

Voto: 7.0

Gesù Cristo sta pregando nell’Orto dei Getsemani. Sembra spaventato.
Gli Apostoli un po’ sonnecchiano, sazi dell’Ultima Cena, un po’ sono inquieti. Gesù è arrestato e condotto al Gran Sinedrio, dove è accusato di blasfemia, colpa insufficiente per la condanna a morte, e di sedizione. La determinazione di Caifa lo porta al Golgota, a morire sulla Croce. Tre giorni dopo risorge.
Una delle storie più note e vibranti mai raccontate è anche la storia di un film osteggiato con estrema virulenza e, spesso, con argomentazioni risibili; per questo motivo l’analisi verterà su tre fattori produttivi: tecnico, intensivo e simbolico.

Dal punto di vista tecnico è d’obbligo ricordare che "La Passione di Cristo" è spesso additato come un “film ingenuo”, scoordinato, che non sta in piedi.
Sergio Rubini, stimato attore e regista italiano che in questo film interpreta il "ladrone buono", ha più volte sottolineato che "gli sembrava il tournage di un articolo 28", sia di uno di quei film italiani spesso inutili, finanziati dallo Stato e girati da ottimi fund-raiser ma pessimi cineasti.
Premesso che prima di questo Mel Gibson aveva già girato "Braveheart" (5 Premi Oscar), l’accusa non sta in piedi. "La Passione di Cristo" è una grande produzione di tipo hollywoodiano; la location principale, Matera e i suoi sassi, ricostruiscono una Palestina sghemba, quasi espressionista, e brulla, dove solo con molta pazienza si possono fissare i binari per le carrellate e le gru per le panoramiche, location non a caso scelta da uno "sgrammaticato" come Pasolini per il tournage de "Il Vangelo secondo Matteo". Gibson, che nasce come attore di blockbuster, conosce e mette in opera i canoni del cinema spettacolare (si veda anche "Apocalypto"), con movimenti dosati, scene di masse che si muovono, dialoghi brevi e assertivi detti in latino, dai romani, e in aramaico, dagli ebrei.
Nel ruolo di Gesù è stato scritturato Jim Caviezel che già si era distinto nel capolavoro di Terrence Malick "La sottile linea rossa" e che ha costruito una maschera molto intensa del Figlio di Dio, prima spaventato, poi sofferente, infine moribondo, raramente sereno nei brevissimi flashback.
La fotografia è stata trattata con ottima cura, fin dal prologo imbibato di un nero corvino che lancia degli inquietanti riflessi blu-metallici e che si anima improvvisamente con l’arancione delle torce degli sgherri che compiono l’arresto. Al cospetto di Caifa (uno ieratico Mattia Sbragia), la luce acquisisce una dominante rossa che farà da prologo alla flagellazione di Gesù il cui corpo acquisisce le fattezze di un melograno, in cui il rosso rubino dei grani sembrano esplodere sottopelle alla corteccia marrone e rugosa del suo involucro.

Questo passaggio ci permette l’analisi dal punto di vista simbolico, un piano usato massicciamente dalla regia (o abusato, secondo i detrattori).
La nostra storia inizia precisamente la notte del Giovedì Santo, nel post-Cena diciamo, e d’altra parte già il titolo del film "La Passione di Cristo" è abbastanza chiaro: non vedremo l’ingresso trionfale a Gerusalemme (la domenica prima), né i miracoli e le buone parole per chiunque… non vedremo la Divinità, neanche nei flashback, ma l’inscindibile fattura umana, il Figlio di Dio che si è fatto uomo, la consustanzialità. La sua natura divina è mostrata solo nell’incipit del film, quando l’uomo che ha paura e suda sangue accetta il suo destino che culmina con l’unico miracolo visibile, l’orecchio mozzato da Pietro a uno degli sgherri e da Lui riattaccato.
Persino nei flashback, dicevamo, si vedono tranche de vie simboliche ma non rappresentative: Gesù giovincello che è un bravo falegname; Gesù che incrocia lo sguardo con la Maddalena che salva dalla lapidazione (una Monica Bellucci senza trucco e senza balconi a vista); in un altro addirittura non c’è, o forse è lui da piccolo, che cade e si sbuccia come tutti i bambini vivaci e la madre gli si avvicina sgomenta come tutte le madri del mondo, ma che in questo caso si fa simbolo, un raccordo "intellettuale" alla prima caduta di Cristo nella Via Crucis.
Non c’è il Bene e non c’è il Bello in questa storia che dispiega invece tutta la potenza del Male: Satana che si muove in passerella su tutti i luoghi di dolore (una criticatissima Rosalinda Celentano), serpi, vermi, corvi, bambini deformi, cani infernali e scudisciate, tante, sessanta, nessuna delle quali ci viene risparmiata, e scandite dal crasso latino dei flagellatori che le enumerano una per una.

È proprio questo l’ultimo campo che proviamo ad analizzare, l’intensità. La scena della flagellazione dura ben 11 minuti; la Via Crucis 15.
Sono durate abnormi, in cui la violenza si mostra senza nessun pudore, una sorta di danza macabra come nelle più grottesche rappresentazioni di Bosch o, se si preferisce, come in quell’iconografia medioevale che la Chiesa usava per timorare i fedeli ignoranti.
La scelta di tanta intensità può essere discutibile (e lo è) ma di sicuro è coerente con la mano registica. Abbiamo già accennato all’incipit, alla consustanziazione di Gesù che dopo molta sofferenza e preghiera accetta il calice amaro. La prima frase del film è detta da un apostolo: “Sembra spaventato…”, sussurra, riferendosi al Maestro, e lui stesso, piccolo uomo, ne è sgomento. Il passaggio da Dio a uomo (ciò quello che accade nell’Orto) è lungo e laborioso, doloroso, non c’è la "polvere di stelle" del cinema a renderlo più lieve, magari glorioso. Fu sofferto invece, dice il film, aprì una cascata di sudore che era sangue, e il sangue diventa la sua dominante, sempre e ovunque. Solo Giuda muore senza sangue, un fantoccio che penzola oscenamente da un albero morto.
È una rappresentazione che esaspera, è vero, che “pretende” l’adesione emotiva, tanto che Giovanni Paolo II, vedendolo, pare abbia esclamato “È così che è andata” e poco importa che questa versione sia stata smentita, probabilmente per un’opportunità politica.

È fuori di dubbio che la figura di Mel Gibson sia molto osteggiata in alcuni ambienti.
Questo importa poco. Quel che atterrisce, al contrario, è che a volte sembra che sia la figura di Gesù Cristo ad essere diventata scomoda, quasi un ostacolo alla real-politik dei nostri tempi.