CAST & CREDITS

cast:
Chasten Harmon, William Jackson Harper, Barry Shabaka Henley, Golshifteh Farahani, Adam Driver

regia:
Jim Jarmusch

distribuzione:
Cinema

durata:
118'

produzione:
K5 International; Le Pacte; Animal Kingdom; Inkjet Productions

sceneggiatura:
Jim Jarmusch

fotografia:
Frederick Elmes

scenografie:
Mark Friedberg

montaggio:
Affonso Gonçalves

costumi:
Catherine George

musiche:
Sqürl

Paterson | Recensione | Ondacinema

Paterson

di Jim Jarmusch

commedia, drammatico, Usa (2016)

di Giuseppe Gangi

Voto: 8.5

 

You tell me that silence
is nearer to peace than poems
but if for my gift
I brought you silence
(for I know silence)
you would say
"This is not silence
this is another poem"
and you would hand it back to me.

Paterson vive a Paterson, tranquilla cittadina del New Jersey nota per aver dato i natali al poeta William Carlos Williams che alla sua città dedicò l'omonimo poema. Paterson fa l'autista di autobus di linea e ogni mattina si alza tra le sei e le sei e un quarto (sei e mezza quando fa tardi) senza che nessuna sveglia suoni, solo aprendo gli occhi sull'orologio che segna l'ora buona per cominciare una nuova giornata. Si gira verso la moglie per baciarla dolcemente, lei gli racconta il sogno della notte, e può andare a fare colazione; poi si dirige al lavoro e seduto sulla sua poltroncina, da solo, in silenzio, scrive. Scrive sul suo taccuino segreto poesie che nessun altro, se non la moglie, talvolta, leggerà.
Scrive per se stesso, Paterson, e procrastina la promessa di farne delle copie per poterle, magari, pubblicare. Nei suoi giri quotidiani ascolta e osserva i passeggeri che chiacchierano, bambini che ricordano il pugile Rubin "Hurricane" Carter, operai che raccontano di quella ragazza che sì, si capiva cosa volesse, ma loro erano troppo stanchi per darglielo, studenti (la coppia protagonista di "Moonrise Kingdom") che disquisiscono di anarchia e di Gaetano Bresci che viveva proprio a Paterson, per poi andare a morire in Italia dopo aver assassinato il re Umberto I. Si ferma a pranzo in un punto panoramico del Parco Nazionale che dà sulle grandi cascate del fiume Passaic la cui immagine lo ispira per scrivere qualche altro verso. Dopo il lavoro rientra a casa, non prima di aggiustare la cassetta delle lettere perennemente storta, stupirsi della creatività della sua donna, mangiare un boccone e andare a portare fuori Marvin, il loro bulldog inglese. Durante il tragitto si ferma allo stesso bar dove beve una birra, scambiando due chiacchiere con Doc, il padrone, o con gli altri avventori. Per ricominciare da capo il giorno dopo.

Jim Jarmusch realizza con "Paterson" una delle sue opere più ambiziose, un road movie che fa dell'immobilità l'elemento attivo che reagisce in combinazione con i microscopici avvenimenti della settimana del suo protagonista. Quasi azzerando la narrazione orizzontale, la trama che si srotola ogni giorno offre poche vette emozionali - prima di un infausto sabato sera - ossia il guasto dell'autobus di Paterson ed Everett, uno degli habitué del bar, che minaccia di uccidere l'amata che l'ha lasciato e di uccidersi, prontamente steso dal protagonista - forse la reazione automatica del soldato che era - anche se Doc dimostrerà come la pistola avrebbe sparato solo pallini di polistirolo.
I pannelli si avvicendano in un loop di immagini e suoni, in cui la ripetizione non lavora sulla graduale aggregazione di elementi ma su impercettibili variazioni che nulla spostano in una quotidianità fatta di routine e monotonia. Jarmusch combina astrazione e concretezza nel mettere in scena non solo i gesti del quotidiano ma anche una rappresentazione in cui la fissità delle inquadrature, una recitazione al confine con lo straniamento e sottile comicità deadpan costruiscono un quadro onirico della città di Paterson. Il regista, che modella la narrazione su una serie di isotopie che rimandano l'una all'altra sul piano strutturale, lavora nello stesso modo all'interno delle singole sequenze, con dialoghi e immagini che rimano e si richiamano: battute uguali che passano di bocca in bocca sui vari personaggi, come se Paterson facesse il medesimo dialogo con tutti; la figura dei gemelli che Laura, la moglie, sogna all'inizio del film e che Paterson vede per strada o sul proprio autobus: una coppia di bambine, una coppia di anziane, una coppia che gioca a biliardo, ancora una coppia di bambine. Una di queste è una poetessa in erba e scrive una poesia che sembra proprio una di quelle che abbiamo visto realizzare al protagonista. E chi è la bambina se non il doppelgänger di Paterson e cosa la cittadina se non l'estensione che cartografa il suo spirito?
Se il cinema di Jarmusch è una continua variazione sul road movie di stampo wendersiano, "Paterson" raggiunge un radicalismo fatto intravedere in "The Limits of Control" che seguiva la monotona quotidianità di un killer in attesa, in attesa di dispensare la morte. La morte o la consapevolezza della caducità della vita è il binario parallelo al tema del viaggio che Jarmusch ha esplorato variamente, esplicitando tale connubio in "Dead Man". L'esperienza empirica del nulla eterno dell'essere non sembra però causare alcun imbarazzo ai personaggi che, semplicemente, esistono. In una delle serate al bar, Paterson è solo al bancone a bere la sua birra, Doc sta parlando in disparte con una donna raccontando una barzelletta, in un angolo due uomini giocano a scacchi: intorno a lui il vuoto e il silenzio, davanti a lui solo un bicchiere. Dissolvenza in nero.  

In una sua poesia l'autista scrive che i bambini scoprono con stupore l'esistenza della quarta dimensione, quella del tempo, e il tempo o la sua assenza è l'altro grande protagonista della pellicola: in una trama organizzata intorno al vuoto di senso, il tempo sembra non andare da nessuna parte, è solo tempo che passa. Paterson si sveglia ogni mattina guardando un orologio che non segna mai la stessa ora, ma quasi la stessa ora; ogni giornata si svolge quasi esattamente nello stesso modo e, durante il turno dell'autista, Jarmusch monta in sovrimpressione una serie di immagini che riflettono sul parabrezza e sul volto di un Adam Driver mai così compunto l'idea cinematica del tempo che scorre, come il fiume che tanto ama il protagonista o come le lancette dell'orologio che, in una singola e significativa inquadratura, si muovono rapide fino alla conclusione del turno lavorativo.
Jarmusch realizza qui il suo capolavoro concettuale, riuscendo a rendere tramite un linguaggio cinematografico ridotto all'essenziale l'idea di uno spazio-tempo rarefatto in una paralisi che avrebbe fatto la gioia di James Joyce. Paterson è morto, la città di Paterson è forse popolata da soli fantasmi: la pellicola risolve l'orizzonte di attesa in un cul-de-sac, poiché ogni pannello non tende verso quello successivo, non confluisce ma si dissolve su schermo nero, come ogni giorno muore nella notte, finché il sole non torna a sorgere (come dice Everett a un cupo Paterson). Eppure, questo affresco, venato di inquietudine, non è necessariamente negativo.

Se la poesia che omaggia il film di Jarmusch è quella di William Carlos Williams e degli altri minimalisti, poeti della quotidianità e forse della mediocrità, la forma cinematografica assunta da "Paterson" è quella peculiare dell'haiku, un componimento tradizionale giapponese che in soli tre versi racchiude spesso un'opposizione semantica conclusa in se stessa. Il massimo autore che ha fatto di questa forma quasi trascendentale una pratica cinematografica è naturalmente Yasujiro Ozu: ed è l'ultimo Ozu, quello che gioca con le rispondenze cromatiche come il rosso di "Tardo autunno" , le simmetrie, le ripetizioni inquadrate con la fissità del rito che contempla la vita ammantata di spiritualità Zen, ad apparire quale stella polare di "Paterson". In modo non dissimile anche Jarmusch sembra fotografare tutte le gradazioni di azzurro, sottili e a volte impercettibili variazioni sul colore del cielo e dell'acqua che vediamo scorrere, ogni giorno, durante le sovrimpressioni poco prima accennate; le inquadrature sono cesellate attorno a una medesima formula estetica in cui varia solo la disposizione di oggetti e persone. Fermo nella delicata posizione di chi osserva mosso solo dall'inerzia della vita, Paterson ha un punto di vista privilegiato per cogliere anche degli scampoli di bellezza e di felicità. Non lo disturba nemmeno la volubilità della moglie, che ogni mattina ha sognato qualcosa di diverso e ogni sera dichiara di voler realizzare i propri sogni, ora con l'apertura di una pasticceria, ora diventando una cantante country, sempre cambiando le decorazione di tappeti e tendaggi e spingendosi in esperimenti culinari non sempre graditi dal marito che mai, però, si permette di muoverle una critica. La moglie, rappresentando una forma in continuo movimento e trasformazione, completa un(a) Paterson sempre uguale a se stesso.

Oltre a scrivere, l'autista è un avido lettore e tra le sue mani passano grandi scrittori, tra cui Frank O'Hara nel cui libro "Meditations in an Emergency" vi è la poesia "Mayakovsky" che Don Draper leggeva nella seconda stagione di "Mad Men": "Now I am quietly waiting for/ the catastrophe of my personality/ to seem beautiful again/ and interesting, and modern". E l'attesa di una catastrofe (forse rigenerante) rappresenta esattamente la sensazione di inquietudine e angoscia che ogni giorno si spande a Paterson, amplificata dalle composizioni degli Sqürl, perché ogni giorno è uguale a quello precedente e apparentemente identico a quello successivo. La catastrofe arriva senza alcuna esplosione, solo la perdita materiale di quel momento di ascesi, in cui Paterson può immergersi nei suoi più reconditi pensieri e trarne una poesia.
L'ultimo incontro, quello fatto di domenica con un uomo giapponese di fronte alla cascata tanto amata dal protagonista, dovrebbe essere un momento risolutore, l'epifania attesa. L'uomo giapponese che non ha paura di definirsi "poeta", al contrario del nostro Paterson, sembra rivelare l'influenza della cultura Zen sul film: per la cultura Zen, il poetico e il religioso sono identici stati mentali e se per il religioso tutte le cose sono poetiche, per il poetico tutte le cose sono religiose. L'uomo, donando all'austista un nuovo taccuino pieno di pagine bianche, permette la sua rinascita. Eppure il risultato si incastra perfettamente nel fluire della vita di Paterson che, il lunedì successivo, ricomincia come tutti i giorni.

Jarmusch non è ironicamente distaccato o emotivamente coinvolto in quest'apocalittico limbo, ma ironico e coinvolto, poiché l'angoscia dell'insensatezza della vita e la perenne ricerca di bellezza coincidono, concedendo a Paterson ciò che Paterson desidera. Una forma di metafisica invisibile, come la luce che illumina un momento qualsiasi nelle figure umane ritratte dal grande Edward Hopper. Una luce che accende di bellezza una solitudine per poi rimandarla all'oblio di tutti i giorni. Tutto scorre sì, immobile e silenzioso come Paterson seduto a scrivere sul suo autobus.