CAST & CREDITS

cast:
Bernadette Lafont, Carmen Maura, Dominique Lavanant, Francoise Bertin, André Pervern, Ismael Dramé, Jean-Baptiste Anoumon, Axelle Laffont, Paco Boublard

regia:
Jerome Enrico

distribuzione:
Gaumont Distribution

durata:
87'

produzione:
Legende Films, Gaumont, France 2 Cinemas

sceneggiatura:
Laurie Aubanel, Jerome Enrico, Bianca Olsen, Cyril Rambour

fotografia:
Bruno Privat

scenografie:
Christophe Thillier

montaggio:
Antoine Vareille

costumi:
Agnes Falque

musiche:
Michel Ochowiak

Paulette | Recensione | Ondacinema

Paulette

di Jerome Enrico

commedia, Francia (2013)

di Lorenzo Taddei

Voto: 6.0
Cosa sarà di noi senza cannabis?

Tutti pazzi per la crisi. Compresi i cugini francesi. Pare che la disoccupazione stia tenendo occupata buona parte dell'attuale produzione cinematografica,  e impegnando la commedia, com'è naturale, nel doppio compito di mantenere l'allerta e riderci sopra.
Del resto quale miglior soggetto per una commedia, che non l'umana - e quotidiana - tragedia?
Al precipitare degli eventi, messa all'angolo dalla miseria, la ragione capitola e cede il passo a un'idea folle, che prima non avrebbe goduto della minima considerazione.
 
E' il caso di Paulette. C'è in ballo la sua dignità, un'identità costruita con decenni di sacrifici, che d'improvviso viene messa a repentaglio dalla recessione. La vecchia befana si trasforma piano piano in nonna Spinello, con determinazione abbatte ogni resistenza e finisce per farsi  promotrice di una rinnovata scala di valori, che alla legalità, antepone l'onestà. "Vendere la droga" è reato ma lo spirito con cui è messo in pratica lo eleva a un atto di coraggio e inventiva. Se la legge è imposta da quelle stesse istituzioni che non si preoccupano affatto del cittadino emarginato, dell'essere umano in difficoltà, allora tanto vale metterla da parte per tempi migliori, la legalità, e agire secondo coscienza.
La legalità in fondo è solo il rispetto di un sistema di regole che ordina la superficie. L'onestà viene prima, perché è una condizione intima, profonda, essenziale. Eppure in normali condizioni - intese per "normali", quelle condizioni di sufficiente benessere  che permettono a un sistema di regole di funzionare - quasi sempre preferiamo delegare un codice, a un ordine precostituito, di scegliere per noi cos'è bene e cos'è male. Ma se le suddette indispensabili condizioni vengono a mancare, ecco il corto circuito, nascono le rivolte, si propaga l'odio, la rabbia, la violenza, o nel migliore dei casi l'onestà riprende il sopravvento, e sopravvivere giustifica i mezzi, non tutti, ma alcuni sì.
Messi l'uno contro l'altro, spirito di sopravvivenza e ordinata convivenza, il primo le dà e la seconda ne prende sempre.

Superate le difficoltà e le inibizioni dell'esordio, Paulette (Bernadette Lafont) comincia a vendere hashish con una facilità e una sveltezza che conquistano presto il cuore di Vito, boss del quartiere. La prima parte del film è veramente ben fatta, la figura della protagonista è esasperata nelle sue tendenze  xenofobe e razziste, persino nei confronti del suo nipotino, nel suo involontario humour nero che non risparmia neppure l'amica malata di Alzheimer. Eppure, malgrado l'assurda piega degli eventi, Paulette mantiene una costante levità, come conservasse una certa dose di spensieratezza. Poi di colpo si ricade nella dura realtà, in una guerra fra poveri, che oppone Paulette ai giovani spacciatori magrebini, a loro volta defraudati del proprio lavoro. Quest'alternanza, che si manifesta anche nelle due scene portanti di questa prima parte - il pestaggio di Paulette ad opera dei pusher e la merenda d'affari preparata dalla stessa per sistemare le cose - trovano una certa corrispondenza nei lavori di Scola e Comencini, ai quali il regista ha dichiarato di essersi ispirato.

Il rapporto tra Paulette e i giovani pusher è un altro aspetto interessante di questa prima parte. Vecchi e giovani sono accomunati da una maggiore vulnerabilità al cambiamento, ma restano distanti e divisi fra loro da quasi una vita. Il divario è rimarcato non solo dall'aspetto, dai vestiti, ma anche dal linguaggio, a cui Paulette cerca di conformarsi. Proprio sul linguaggio il regista ha basato il casting dei personaggi più giovani. "Molte espressioni neppure molti francesi riuscirebbero a comprenderle" ha dichiarato lo stesso regista. Questa peculiarità purtroppo non può esser colta dal doppiaggio italiano, ma l'idea è certamente apprezzabile e funzionale ad accrescere il senso reciproco di isolamento, di persone che abitano la stessa città, persino lo stesso quartiere.

Nella seconda parte invece il film cambia nettamente registro. Si scivola nella farsa, in un inutile comico grottesco: le amiche di Paulette (tra cui l'almodovariana Carmen Maura) che arrivano a dar man forte in cucina, il genero nero poliziotto e il collega nano che stanno per sfondare la porta ma la porta si apre prima rovinandoli a terra, il superboss slavo con tanto di limousine e harem al seguito. Si disperde quanto di buono costruito nella prima parte, e finisce per stuccare persino il rifiorire di Paulette e il recupero dei suoi rapporti con la figlia e il nipote. Il film, tratto da una storia vera, si prende la libertà di inventarsi un finale diverso, originale, rispetto al fatto di cronaca a cui si è ispirato, un finale che è una citta che non ti aspetteresti mai come destinazione per chi si è dato al commercio di dolci e dolcetti truccati: Amsterdam.