CAST & CREDITS

cast:
Kristen Stewart, Lars Eidinger, Sigrid Bouaziz, Nora von Waldstätten

regia:
Olivier Assayas

distribuzione:
Academy Two

durata:
105'

produzione:
CG Cinéma; Vortex Sutra; Detailfilm; Sirena Film; Arte France Cinéma; Arte Deutschland/WDR

sceneggiatura:
Olivier Assayas

fotografia:
Yorick Le Saux

scenografie:
François-Renaud Labarthe

montaggio:
Marion Monnier

costumi:
Jürgen Doering

Personal Shopper | Recensione | Ondacinema

Personal Shopper

di Olivier Assayas

drammatico, Francia/Germania (2016)

di Giuseppe Gangi

Voto: 8.0
"La materia è la grande illusione. La materia, cioè, si manifesta nella forma e la forma è un fantasma"
 (Jack London, "Il vagabondo delle stelle")

Olivier Assayas ha conosciuto Kristen Stewart quando era in compagnia del fidanzato d'allora, Robert Pattinson, col quale avrebbe dovuto lavorare in "Idle's Eye": mentre quel progetto non ha ancora visto la luce, il regista ha realizzato i suoi ultimi due film con l'attrice che, negli ultimi anni, ha deciso di intraprendere la strada di un cinema più autoriale e personale. In "Sils Maria" la Stewart interpretava Valentine, la giovane assistente tuttofare della celebre attrice Maria Enders (Juliette Binoche). Il personaggio, dopo un alterco con Maria, si dileguava dalla narrazione; Maureen, la protagonista di questo lavoro, è in qualche modo la continuazione di quel personaggio, con un nuovo e sorprendente potere medianico.
Per quanto possa apparire disomogeneo a un primo sguardo, "Personal Shopper" si rivela nel dopo-visione una pellicola complessa e affascinante, nella quale coabitano almeno due anime: entrambe prendono corpo grazie al volto e all'esile presenza di Kristen Stewart, senza dubbio alla sua migliore performance.

Il primo film è una ghost story e vi siamo immediatamente catapultati quando vediamo Maureen essere accompagnata da un'amica in una grande villa disabitata dove passerà la notte. L'analisi dell'incipit è sufficiente per comprendere motivi di forma e di contenuto di questo versante, che si rivela essere sicuramente il più arrischiato e anticonvenzionale della narrazione.
Assayas adopera un primo pianosequenza per seguire Maureen che si aggira per le stanze vuote: la steadycam si ferma mentre lei continua a muoversi, aprendo una porta finestra che dà su un balconcino dove fumerà una delle tante sigarette; Maureen fa in tempo a voltarsi verso l'obiettivo incrinando la quarta parete, prima che l'immagine dissolva rapidamente sul nero. Ritroviamo Maureen seduta in poltrona: è calata la notte e non c'è alcuna illuminazione dentro la villa; sente dei rumori e chiede al vuoto di quella casa "Lewis, sei tu?". Perlustra di nuovo le stanze e la steady riprende a seguirla con movimenti ora ravvicinati, ora avvolgenti: in questo secondo pianosequenza non c'è alcun contrasto buio/luce, c'è solo il buio e nei corridoi a malapena si distingue il corpo della ragazza. La macchina da presa la supera attendendo che si prenda il centro della scena: lei si ferma e vediamo materializzarsi qualcosa dietro di lei. È una scia bianca, un ectoplasma, ossia la materializzazione di un'assenza. In sole due sequenze, Assayas informa l'apparato teorico e stilistico di questa ghost story che non vuole spaventare ma incutere una strisciante inquietudine: al contrario degli strilli di locandina, che lanciano incomprensibili legami con Sir Alfred Hitchcock, Assayas guarda al modo di trattare i fantasmi e le presenze spettrali del cinema di Kurosawa Kiyoshi che, nel suo percorso artistico, ha superato il genere per costruire una riflessione sociologica sull'atomizzazione della società contemporanea. Esattamente perseguendo la medesima via, la qualità medianica di Maureen non serve a inanellare una scena horror dietro l'altra, bensì rappresenta uno dei talenti della giovane, talento che lei stessa non sa bene come inquadrare a livello di significato o di conseguenze: le viene chiesto se crede nell'esistenza dell'Aldilà e nella vita dopo la morte, ma le risposte sono incerte ed evasive. L'essere una medium si collega all'elaborazione del lutto per il gemello Lewis (anche lui sensitivo), defunto tre mesi prima in quella casa per la stessa malformazione congenita al cuore che ha lei; molti anni prima si erano promessi che il primo a morire sarebbe tornato per dare un segno all'altro.

La ragazza - e sta qui la seconda anima dell'opera - si guadagna da vivere facendo non la medium ma la personal shopper di Kyra, una stella dell'alta società che trascorre il suo tempo tra feste, sfilate d'alta moda, servizi fotografici e beneficenza. Maureen ha talento, perché ciò che acquista (o prende in prestito) verrà poi indossato ai grandi eventi da Kyra: gli abiti, gli accessori, i gioielli, vengono da lei studiati, toccati, scelti, ma non può mai provarli (perché Kyra l'ha proibito). Questa parte, in maniera meno concettuale e più concreta, tratta una certa idea di precarietà alle spalle o intorno al successo e al luccichio dello star system. Assayas continua a insistere sull'immagine di questa giovane che svolge un lavoro in cui si sostituisce a un'altra persona in pratiche banali, bloccata in una Parigi priva del solito fascino da cartolina e vissuta come si vive una grande metropoli: spostandosi di qua e di là, senza ritagliarsi tempo per sé. Si nota in tale fase un maggiore frazionamento delle scene: inquadrature fisse, carrelli e camera car che seguono Maureen andare in scooter per i boulevard; dominano trasparenze, filtri, specchi che separano Maureen dalla macchina da presa, la allontanano e la risucchiano in un'immagine che riflette la sua solitudine. Maureen è una donna in attesa: e il "tempo per sé" si traduce essenzialmente nell'aspettare nel buio salone di una grande casa vuota un segno dal fratello morto.   
In mezzo a queste due anime c'è una traccia thriller che le unisce (o forse le separa) e che da metà in poi si fa largo spiazzando quello spettatore che credeva di aver compreso il percorso avviato dal regista in questo suo lavoro. Invece "Personal Shopper" rimane sfuggente fino all'ultima inquadratura, un piano fisso che colma quelle bizzarrie, quei vuoti di senso lasciati dall'intreccio e permette alla Stewart di sfoggiare una intensità finora inedita.

Il regista francese non è interessato ai meccanismi del genere per provocare paura, ma per replicare l'attesa angosciata di Maureen: in una scena, una manifestazione fantasmatica avviene alle sue spalle, sul fondo del profilmico, sfruttando un classico elemento horror che però non ha alcuna ripercussione su di lei che, quasi, non se ne accorge.
Cos'è la visione di un ectoplasma se non un contatto con la morte, cosa il messaggiare con uno sconosciuto se non un dialogo tra fantasmi? Gli ectoplasmi vengono qui riprodotti attraverso macchie bianche non sempre dalla forma umana, come dei graffi sulla pellicola, il segno tangibile dell'assenza. Assayas sembra essere partito dall'intuizione di poter contrapporre al volto di una donna una serie di antitesi, di presenze spettrali: non è un caso che Maureen sia sola per quasi l'intera durata del film, dialogando estemporaneamente col fidanzato di Kyra, con la quale non si incrocia mai, e con la compagna del fratello defunto, che però sta ora intraprendendo una nuova relazione; come detto, prova a mettersi in contatto con Lewis, scambia messaggi con uno sconosciuto (forse un altro fantasma), parla su Skype col fidanzato di stanza in Oman. Sono rapporti in cui lei rimane l'unico corpo vero. Maureen rappresenta l'evoluzione di alcuni giovani protagonisti del primo Assayas, quello degli anni 90: lì si filmava l'elemento quotidiano delle esperienze, ma da tale aderenza al reale il regista ne traeva una riproduzione lirica e poetica. Anche "L'heure d'eté", parlando di ricordi e del tempo passato, metteva in scena dei metaforici fantasmi, ma lo faceva attraverso una casa piena di cose, di oggetti, dove il ricordo aveva un correlativo oggettivo concreto. In "Personal Shopper", Assayas decide di abbandonare la dialettica con la materia, realizzando la sua opera più astratta (viene citata Hilma af Klint, solitaria pioniera dell'astrattismo che dipingeva ispirata dagli spiriti); simile, per certi versi, al bellissimo "Irma Vep", storia di un'attrice (Maggie Cheung) che per un gap linguistico viveva in una solitudine quasi metafisica la preparazione e le riprese per il remake di "Les Vampires", che stava girando a Parigi, penetrando sempre più dentro l'immaginario del film e il personaggio che doveva interpretare. Qui Maureen non sa quale ruolo dovrà interpretare, vorrebbe sfuggire alla sua realtà, vorrebbe sfidare Kyra così come sfida la macchina da presa guardandoci dentro. Lo sconosciuto con cui si scambia messaggi su Whatsapp le chiede di cosa ha paura e, dopo una risposta vaga della ragazza, egli conclude che ha paura del proibito, perché lo desidera. Sfiderà il proibito indossando i vestiti di Kyra, masturbandosi con quegli abiti addosso in un atto di feticismo estremo, che dimostra, però, una personalità ancora in divenire, non compiuta e che sta ancora esplorando i vari lati di sé. Maureen è in quasi tutte le inquadrature, è un corpo che si veste e si sveste, di cui vediamo la carne e gli umori: Assayas sottolinea la sua presenza materiale, mentre l'accento teorico è posto sullo smarrimento prodotto dall'essere al mondo, in contrasto al non essere della morte, al non esserci degli spettri che la ragazza continua a corteggiare, forse, per smaterializzarsi insieme ad essi. In una delle immagini più enigmatiche, vi sono porte e ascensori che si aprono e si richiudono come se qualcuno vi passasse attraverso, ma non vediamo chi o cosa ne esca. Un'intuizione potente che si riflette nel finale, quando Maureen parla alla macchina da presa, a quei fantasmi che dall'altra parte dello schermo la osservano, ma che non possono darle vere risposte. C'è lei, da sola.

Assayas compie una riflessione sul desiderio del proibito, realizzando l'"identificazione di una donna" all'interno di una narrazione assai rarefatta, il cui tratto psicanalitico va irrobustendosi di scena in scena: le apparizioni, pur confermate da altri personaggi, possono delineare l'estensione della dimensione inconscia, la psichizzazione di ogni spazio filmico ove rovesciare i propri fantasmi. Il mezzo-cinema, attraverso la pellicola, dà sostanza all'invisibile, il linguaggio lavora per creare i pieni e i vuoti abitati dalla protagonista: è la nuova forma della realtà. Come in "Sils Maria", non si può trascurare l'influenza di "Persona"di Ingmar Bergman, al quale si aggiunge il già citato Kurosawa dell'epoca j-horror.
"Personal Shopper" non è quindi un'opera facile né immediata, che non meritava le bordate di fischi che l'hanno accolta al Festival di Cannes dell'anno scorso (dove ha vinto comunque la Palma per la miglior regia) e che, al contrario, esige analisi e probabilmente una revisione. Assayas ha evidentemente lavorato per aggregazione di elementi al fine di costruire un'opera che gli appariva inizialmente troppo eterea, forse eccedendo nella rielaborazione cerebrale dei vari materiali. Non si può però rimanere indifferenti di fronte a una visione così "altra" e assolutamente spiazzante, e all'idea di un autore che continua a evolversi cercando attraverso il linguaggio cinematografico di mettere in scena non più o non tanto la vita di oggi, quanto la sua sempre più smaterializzata percezione.