Ondacinema

6.5/10
Un'anziana signora romana avvolta in un foulard rosso sbraita rabbiosa contro un gruppetto di giovani immigrati africani, inneggiando alla chiusura delle frontiere e sproloquiando esasperata. Dopo lo stacco, le note di Woody Guthrie fanno da sottofondo a dei filmati di repertorio dell'Istituto Luce. "Lots of folks back East, they say, is leavin' home every day, beatin' the hot old dusty way to the California line". Il motivo country ha come tema l'immigrazione americana ma, se si prescinde per un attimo dai riferimenti geografici, la descrizione del fenomeno migratorio appare la stessa di oggi.
Sullo schermo rimane una ripresa dall'alto di Piazza Vittorio, luogo romano famoso per lo storico mercato e oggi scenario di un'integrazione etnica difficoltosa ma travolgente. Piazza Vittorio è infatti "il mondo dentro Roma", nel quale si riversano africani, asiatici, sudamericani e slavi: per lo più gente povera alla ricerca di un futuro migliore, ma anche qualche vip come Willem Dafoe, che ritrova nei quartieri romani l'umiltà popolana e una salutare distanza dalla corsa al successo hollywoodiana; o Matteo Garrone, che, assecondando il suo desiderio di "vivere all'estero", trovò nella piazza l'espressione di una multiculturalità positiva e accogliente. C'è chi cerca di integrarsi al meglio, sforzandosi di imparare abitudini e usi del Bel Paese, chi invece lotta per mantenere le proprie tradizioni all'interno di una realtà completamente differente. C'è chi ringrazia e chi offende, chi grida e chi sorride, chi è espansivo e chi diffidente, chi accusa le multinazionali di distruggere le diversità culturali ma allo stesso tempo indossa una t-shirt newyorkese, chi accoglie e chi respinge. Davanti alla mini-troupe di Abel Ferrara (il quale a sua volta si considera, e a più riprese, un immigrato) sfila una lunga serie di personaggi con nazionalità, fedi, usanze e storie differenti: dal macellaio egiziano dall'accento romanesco ai militanti di Casapound, dalla badante moldava fino all'anziana lucana felice del fatto che bambini di diverse provenienze possano trovare nel pallone un'occasione di incontro, che è molto più di un incontro.

Pur rimanendo sempre vicino ai poveri e agli ultimi, Ferrara traccia un ritratto quasi verista della realtà romana, distante da prese di posizioni forti e disposto a indagare le varie facce di questa difficile realtà, mettendosi in ascolto e mostrando rispetto anche nei confronti delle posizioni più estreme. Non punta il dito, non accusa, ma si limita, da bravo documentarista, a riprendere, a lasciare che il racconto si dispieghi da sé, si mostri da sé, radunando frammenti di realtà e accorpandoli in una visione di ampio respiro.
Certo, lo spettatore accorto saprà notare come l'imparzialità nasconda in realtà più commenti tra le righe e una visione ben precisa della questione, analisi non dette e parole taciute, lasciate emergere attraverso immagini e musiche (le immagini di repertorio ci mostrano, ad esempio, come la piazza iniziasse a essere un luogo degradato già prima delle ondate migratorie...), ma è d'altra parte inevitabile che una ripresa diventi, per quanto in minima parte, una soggettiva del proprio autore (come ci insegna il cinema di un altro grande documentarista, quale Wim Wenders); questo non finisce però per rendere il documentario un j'accuse politico e Ferrara può continuare a indossare le vesti del ritrattista, pur nascondendo, tra i dettagli marginali della sua pittura, la propria firma.

Una nota dolente la si può però individuare, e sta in un mancato approfondimento rispetto all'aspetto culturale del problema migratorio, inteso nel suo senso più profondo. Sotto alle storie che vengono narrate, dietro ai volti dei loro protagonisti, manca una riflessione un po' più incisiva sulla compatibilità (o sull'incompatibilità) tra diverse culture, a livello di lingua, religione, arte e pensiero; sullo scontro tra identità e apertura, tra tradizione e integrazione: insomma manca un riferimento al millenario problema dell'alterità, dell'incontro con l'altro-da-sé, di quel diverso che rischia di esser trasformato nel riflessio dell'Io. La mdp registra piuttosto un caleidoscopio di emozioni, di giudizi, di possibili soluzioni, ma non scende mai alla radice di un discorso di cui finiamo per vedere soltanto la folta e intricata chioma.


Cast e credits

regia:
Abel Ferrara


distribuzione:
Mariposa Cinematografica


durata:
82'


produzione:
Enjoy Movies


montaggio:
Fabio Nunziata


Trama
Abel Ferrara traccia un ritratto di una delle piazze più famose di Roma e delle persone che lo abitano, intervistando persone di differenti etnie, differenti età, differenti idee e differenti storie.