CAST & CREDITS

regia:
Mark Osborne

distribuzione:
Lucky Red

durata:
108'

produzione:
Onyx Films, Orange Studio, On Entertainment, Paramount Animation

sceneggiatura:
Irena Brignull

fotografia:
Kris Kapp

montaggio:
Matthew Landon, Carole Kravetz Aykanian

musiche:
Richard Harvey, Hans Zimmer

Il piccolo principe | Recensione | Ondacinema

Il piccolo principe

di Mark Osborne

animazione, Francia (2015)

di Eugenio Radin

Voto: 8.5

Bisogna innanzi tutto riconoscere una buona dose di coraggio a quest'ultimo progetto di Mark Osborne (autore noto per aver diretto nel 2008 il film candidato all'Oscar "Kung Fu Panda").
Dopo sette anni dalle avventure del panda Po, l'animatore statunitense tenta infatti un'impresa a dir poco temeraria, che avrebbe potuto deludere o lasciare amareggiata gran parte degli spettatori. La trasposizione cinematografica del capolavoro letterario di Antoine de Saint-Exupéry: "Il Piccolo Principe", rischiava infatti di diventare una brutta copia del testo del 1943 e di irritare quella parte molto ampia del pubblico che, già affezionata alle pagine del libro, non avrebbe visto di buon occhio un suo riadattamento in pellicola.
Il passaggio dalla parola scritta all'immagine-movimento rappresenta un cambio formale non da poco, difficile da gestire e da rendere efficace: è il passaggio da un linguaggio silenzioso, intimo e personale, a un linguaggio più oggettivo, fatto di ritmi e sguardi assegnati, che lascia meno spazio alla possibilità di elaborazione della nostra immaginazione: se il tempo della lettura è gestito dal lettore, il tempo della visione è gestito invece dal regista, cioè da un altro, e il rischio è che ciò renda il nostro sguardo eccessivamente passivo.
Un'altra grande difficoltà stava poi nel rendere attraente per un pubblico giovane, abituato a film d'animazione in cui alla narrazione e all'avventura spetta un ruolo predominante, un'opera che lascia molto più spazio alla riflessione e in cui l'azione è ridotta ai minimi termini.

I rischi non erano pochi, ma Osborne (assieme alla sceneggiatrice Irena Brignull) sembra essere riuscito eccellentemente nell'impresa, grazie a una serie di astute strategie, capaci di equilibrare sequenze statiche con sequenze dinamiche e di rendere l'opera stimolante e allo stesso tempo avvincente.
Il racconto di de Saint-Exupéry è innestato nelle vicende di una bambina che, trasferitasi in un nuovo quartiere assieme alla madre, è pronta ad affrontare un'estate di duro studio, al fine di riuscire a entrare nella scuola più quotata della zona e di diventare, col tempo, un'adulta di successo. La dura routine quotidiana della giovane protagonista è interrotta però dall'eccentricità di un misterioso vicino di casa e dai racconti delle sue avventure.
L'escamotage della cornice narrativa permette al film di rimanere fedele al romanzo (nelle sequenze in cui la storia del piccolo principe prende vita), senza però scadere nella semplice trasposizione.
Inoltre ciò risulta anche un buon metodo per alternare parti più introspettive a sequenze classiche, alle quali il cinema d'animazione degli ultimi anni ci ha abituato.

Il grande lavoro che va riconosciuto alla pellicola (che era poi la sua grande sfida) è però soprattutto la riuscita alternanza tra due diversi metodi di elaborazione delle immagini: la computer grafica, utilizzata per la cornice narrativa, e la stop-motion, utilizzata per dar forma alla favola originale.
Alla base del suddetto dualismo sta probabilmente l'intuizione dell'impossibilità di sradicare "Il Piccolo Principe" dalla dimensione cartacea, grezza ed essenziale che gli è propria.
Ciò eleva la pellicola dal punto di vista stilistico, donandole coerenza e saldando uno stretto legame tra forma e contenuto.
L'essenzialità, che rappresenta il concetto base della favola, è racchiusa in una forma essa stessa semplice e delicata, ma poeticissima. La cornice invece, alla quale è riservata l'azione, è più elaborata, resa maggiormente realistica grazie alla Cgi e dunque più confortevole per un pubblico abituato a immagini di questo tipo.
Anche i ritmi sono ben calibrati e fanno del film un'opera a più strati, fruibile (così come il libro) sia da un pubblico giovane, il quale verrà attratto da una cornice coinvolgente, ma a cui rimarrà impressa come un seme la morale alla base, sia da un pubblico più adulto, che questa morale la coglierà più profondamente, ma che per un paio d'ore si ritroverà bambino.
E' infatti proprio il ritrovamento del bambino che è in noi ciò verso cui ci spinge la pellicola: il fanciullino che guarda con occhi limpidi e critici il complesso mondo degli adulti, le sue contraddizioni, la sua futile ricerca del potere e del successo. Il piccolo principe che è in ognuno di noi e che ci fa guardare col cuore, pronto a indirizzare il nostro sguardo nella giusta direzione, per ricordarci ancora una volta che "l'essenziale è invisibile agli occhi". L'opera ci ricorda che quel fanciullino non sparisce con la fine dell'infanzia, che "il problema" - cioè - "non è crescere, ma dimenticare".

Il mosaico pare perfettamente incastrato dunque, ma fino a un certo punto.
La difficoltà di gestire quasi due ore di pellicola (una durata notevole per un film d'animazione) si avverte nella seconda metà, nel momento in cui il film sembra diventare un sequel di se stesso.
Il principe, costretto a diventare adulto in un mondo grigio e cupo, ha dimenticato i suoi principi e i suoi insegnamenti. Starà alla giovane bambina il compito di riportarglieli a mente e di ricondurlo, sul suo piccolo pianeta, alla felicità.
Se preso singolarmente l'episodio è piacevole, pare interrompere però la delicata e sottile poeticità costruita fino a quel punto. Il risultato diventa fin troppo eterogeneo e le due parti non riescono a combinarsi armoniosamente, facendo sembrare questo seguito narrativo un passo falso, che priva il lavoro della perfezione a cui sembrava guardare fino a poco prima.

Peccato per questa sbavatura, che comunque non impedisce al film di raggiungere l'eccellenza e di riconfermare Mark Osborne come un regista capace di penetrare le emozioni umane, evidenziando la dicotomia tra logica e immaginazione e mostrando l'importanza di quest'ultima, in qualsiasi età, per far fronte alle stranezze di un mondo che ha dimenticato il valore della semplicità.