Ondacinema

recensione di Giancarlo Usai
8.0/10

"O muori da burattino o vivi così a lungo da diventare Geppetto". Nei mesi passati, circolava sulla Rete questa massima scherzosa che faceva il verso alla notizia secondo cui il vecchio falegname del nuovo adattamento di Pinocchio sarebbe stato Roberto Benigni, l'ex gallina dalle uova d'oro del nostro cinema, pluripremiato in giro per il mondo, che, dopo il successo planetario de "La vita è bella" si era scontrato (nel senso letterale del termine) con il romanzo di Collodi, realizzando il suo personale adattamento cinematografico. Quella pellicola di inizio millennio, massacrata dalla critica americana e colpevole di aver portato alla prima battuta d'arresto in termini di gradimento nella carriera del regista aretino, confermava le difficoltà consolidate nel tempo di procedere a un adattamento live action della fiaba più celebre della letteratura italiana. Benigni, che pure aveva colto in modo tenero e intuitivo, i tratti essenziali del burattino protagonista, aveva dovuto fare i conti con i suoi evidenti limiti dietro la macchina da presa e con delle discutibili scelte di sceneggiatura che avevano portato l'opera, alla fine dei conti, a rasentare il trash puro in molte occasioni (una fra tutte: la decisione stessa di riservare a sé, ormai cinquantenne, il ruolo principale).

Matteo Garrone, solido intellettuale prima ancora che regista versatile, ha evitato questi sbagli. Certo, ha dalla sua quindici anni di tecniche cinematografiche che si sono evolute, possibilità di utilizzo di effetti speciali visivi, anche con il supporto della computer grafica, e del reparto trucco che mai si erano viste per una produzione italiana. Il Pinocchio di Collodi è un romanzo per ragazzi che fa della confusione di immagini e dell'originalità delle creazioni animate la spina dorsale di una narrazione che procede serrata di avventura in avventura. Non riuscire a rendere nella messa in scena tutto ciò finisce inevitabilmente per impoverire il racconto cinematografico, fino a renderlo qualcosa di "altro" rispetto alla fonte letteraria originaria.

Qui vale allora ricordare l'acume di Luigi Comencini, creatore della versione in assoluto migliore di un Pinocchio live action. Comencini, coadiuvato da un cast eccezionale, aveva consapevolmente scelto la strada della libera interpretazione, dello stravolgimento del testo. Pur restando fedele allo spirito intrinseco delle avventure del burattino ribelle e bugiardo, il cineasta originario di Salò aveva brillantemente ovviato ai palesi limiti tecnici dell'epoca trasfigurando le vicende picaresche di Pinocchio nelle disavventure di un bambino che si trasformava in pezzo di legno quando si comportava male.
Garrone, nel gioco di rimandi e citazioni delle tante trasposizioni passate, comprese quelle realizzate con i film di animazione, compie un ideale salto all'indietro di oltre un secolo, tornando direttamente alle prime illustrazioni che accompagnavano il testo di Collodi, quelle di Enrico Mazzanti, risalenti al 1883. Da quei disegni Garrone ha tratto la forza immaginifica per dare nuova originalità alle figure che animano il racconto, riscoprendo dettagli ormai dimenticati e ridando una potenza comunicativa nuova ai personaggi più noti, dalla Fata Turchina che riappare finalmente come una bambina al piccolo Lucignolo, interpretato dal giovanissimo e bravissimo Alessio Di Domenicantonio. Questo Pinocchio di Garrone si muove su due fronti, che procedono paralleli, il racconto di formazione e quello di avventura. Sul secondo, restiamo colpiti dall'agio con cui l'autore romano si muove tra inseguimenti, incantesimi, colpi di scena e trovate di ogni tipo. È come se il terreno fertile che Collodi gli ha fatto trovare gli avesse dato la possibilità di liberare delle potenzialità insite nel suo cinema, presenti ma soffocate in diversi suoi precedenti lavori e che, pur pagando dazio all'eccessiva adesione letteraria ai testi di Giambattista Basile, avevano trovato parziale soddisfazione ne "Il racconto dei racconti" di qualche anno fa. Se "Pinocchio", dunque, vuole essere cinema avventuroso, fiabesco e rutilante, ci riesce pienamente. Vale anche la pena sottolineare che la sceneggiatura è stata scritta a quattro mani con Massimo Ceccherini, il quale, oltre che interpretare la Volpe con un'adesione completa e sorprendente in coppia con il Gatto Rocco Papaleo, ha contribuito ad arricchire numerose sequenze di intuizioni comiche inedite. Ecco, questo Pinocchio, bisogna dirlo, fa davvero ridere: memorabile rimarrà l'intera parte del film ambientata nella casa dei fantasmi dove vive la piccola fata insieme ai suoi numerosi amici. Insomma, l'incontro fra più talenti restituisce un risultato assolutamente godibile, in termini di appagamento visivo, di ritmo narrativo, di fedeltà al testo, senza però risultare una pedissequa copia di qualcos'altro di già visto.

Dove il film incontra dei problemi è chiaramente sul fronte del racconto di formazione. Satirica e a tratti crudele, la storia inventata da Collodi ha avuto per oltre un secolo un innegabile valore pedagogico: le vicissitudini, le fughe e le ripartenze di Pinocchio sono i tentativi di ogni ragazzino di trovare la strada maestra verso l'età adulta. Garrone, comprimendo numerosi passaggi del romanzo, finisce per affievolire questo processo, difficile da cogliere nella sua complessità e anche nella sua tragicità. Pinocchio era e resta un'icona universale e una metafora della condizione umana e a volte, nella sua versione garroniana, ne risulta difficile cogliere appieno la natura. Nonostante il profondo rispetto per il narrato originario, la sceneggiatura sacrifica per forza di cose il fluire del tempo: sulle pagine antiche, le avventure di Pinocchio durano anni e il ritrovarsi con Geppetto nella pancia del pescecane avviene dopo molto tempo, mentre qui è difficile cogliere il lungo peregrinare del burattino fra cadute e tentativi di risollevarsi.

Ma l'operazione è sincera, è coinvolgente, è ispirata. C'è un'attenzione nella messa in scena degli spazi e dei personaggi che li riempiono tipica del regista che ha saputo dare vita pulsante a periferie, sobborghi, quartieri sporchi e devastati della nostra contemporaneità. E così come Garrone sceglie e ricrea attorno alla sua macchina da presa un presente in cui si riflettono perfettamente le contraddizioni della modernità, così è abile nell'andare a cercare luoghi intatti dell'Italia rurale dove ricreare un Ottocento che sia teatro all'aperto perfetto per il suo racconto (qui va premiato necessariamente il certosino lavoro dello scenografo Dimitri Capuani). Tenendosi lontano dal cattivo gusto in ogni svolta narrativa, Garrone regala al cinema nostrano un'opera di cui essere orgogliosi anche per quanto concerne l'aspetto produttivo, per una sana ambizione di regalarsi e regalare un film che sappia cogliere un immaginario fiabesco ricco di elementi fantastici senza doversi accontentare, senza accettare compromessi al ribasso cui molti suoi colleghi sembrano costretti dall'asfittico panorama dell'industria nostrana del cinema. E poi c'è un altro aspetto di non poco conto da mettere in evidenza: questo "Pinocchio" riscopre le radici popolane del libro, che faceva del burattino e del suo babbo falegname due "eroi della fame", come scrissero alcuni critici letterari. Fame nel senso pieno della parola, dato che il film si apre con Geppetto che cerca di ingraziarsi l'oste della piccola trattoria vicino casa per mangiare almeno gli avanzi del pasto servito agli altri commensali. Garrone riscopre questo punto di vista dimenticato nel corso del tempo dai vari adattamenti, considerato troppo triste e drammatico per poter rientrare in un libro indirizzato ai ragazzi. Eppure, questo c'era tra i capitoli de "Le avventure di Pinocchio": un'umanità misera e estremamente povera, che lavorava sodo, ma era pronta anche a truffare, per pochi zecchini.

Il cerchio non può che chiudersi tornando al principio, agli attori. Bravo a intuire che non si può prescindere da un interprete-ragazzino per dare credibilità e anima al burattino di legno, Garrone sceglie bene Federico Ielapi e lo sottopone a ore di trucco per camuffarlo da marionetta animata, preferendo una strada che salva sia l'espressività dell'interprete in carne e ossa, sia la sospensione dell'incredulità sul pezzo di legno che prende vita. Era stato uno degli errori più disastrosi compiuti da Benigni diciassette anni fa. Ora, con piglio dimesso, il premio Oscar torna a incontrare Collodi con il filtro e la saggezza di un autore come Garrone: nei panni di un Geppetto alle prese con la povertà e la solitudine, Benigni archivia definitivamente gli sbagli del passato.


20/12/2019

Cast e credits

cast:
Federico Ielapi, Roberto Benigni, Rocco Papaleo, Massimo Ceccherini, Marine Vacth


regia:
Matteo Garrone


distribuzione:
01 Distribution


durata:
125'


produzione:
Archimede, Rai Cinema, Le Pacte, Recorded Picture Company


sceneggiatura:
Matteo Garrone, Massimo Ceccherini


fotografia:
Nicolaj Brüel


scenografie:
Dimitri Capuani


montaggio:
Marco Spoletini


costumi:
Massimo Cantini Parrini


musiche:
Dario Marianelli


Trama
Geppetto è un falegname poverissimo, che non ha neanche i soldi per pagarsi un pasto in osteria. Con l’arrivo in paese di un teatro dei burattini si convince di potersi garantire il sostentamento necessario costruendo un burattino di legno. Il ceppo glielo fornisce Mastro Ciliegia, ma non si tratta di un albero qualunque: appena è stato scolpito, infatti, il burattino (che Geppetto tratta come un figlio e chiama Pinocchio) prende vita...