CAST & CREDITS

cast:
Yoon Hee-Jeong, Lee Da-wit, Ahn Nae-sang, Kim Yong-taek

regia:
Lee Chang-dong

distribuzione:
Tucker Film

durata:
139'

produzione:
Pine House Film

sceneggiatura:
Lee Chang-dong

fotografia:
Kim Hyunseok

scenografie:
Sihn Jeom-Hui

montaggio:
Kim Hyun

costumi:
Lee Choongyeon

Poetry | Recensione | Ondacinema

Poetry

di Lee Chang-dong

drammatico, Corea del Sud (2010)

di Mirko Salvini

Voto: 8.0

"E' un film sulla bellezza dell'invisibile"; così ha detto Lee Chang-dong, l'eccellente regista sud coreano, presentando il suo ultimo film, "Poetry" (vincitore del premio come miglior sceneggiatura allo scorso festival di Cannes), alla platea del Korea Film Fest fiorentino (l'ottima manifestazione giunta alla nona edizione che ha il grande merito di portare dalle nostre parti titoli coreani che difficilmente avremmo avuto la possibilità di vedere). Raccontare l'invisibile è probabilmente la massima sfida per un regista di cinema, l'arte visiva per eccellenza.

Nel film non si parla soltanto di bellezza ma anche della forma d'arte dalla quale maggiormente la bellezza è celebrata, la poesia ("Shi" come recita in originale il titolo del film). Ad un corso di poesia infatti si iscrive Mija, la protagonista della storia, una donna sessantenne, molto garbata e gentile, che vorrebbe imparare a comporre versi per dare una forma alle immagini che popolano la sua mente (scherzando al telefono, in una scena del film, si definisce una poetessa ideale poiché ama le piante e dice cose eccentriche). Mija fa la badante e si prende cura di Wook, il nipotino adolescente che la figlia le ha affidato prima di trasferirsi in un'altra città.
La donna ben presto, dopo alcuni accertamenti medici, scopre di essere malata di Alzheimer (al primissimo stadio), ma quello che in un film occidentale sarebbe stato utilizzato per raccontare l'ennesimo melodramma sulla lotta alla malattia, nel sensibile lavoro del regista orientale diventa qualcosa di molto diverso e più interessante. Anche perché il dramma personale della donna viene per forza di cose messo in secondo piano da un evento altrettanto tragico: il suicidio di una ragazzina, compagna di scuola di Wook, gettatasi di sotto da un ponte. All'origine dell'estremo gesto ci sarebbero state le reiterate violenze carnali che la ragazza subiva dal gruppo di amici di cui Wook fa parte.
Apatico, smidollato, sostanzialmente anaffettivo, Wook, anche considerata la giovanissima età, non corrisponde all'immagine abituale di criminale cinematografico, comunque l'idea di una gioventù magari non bruciata ma sicuramente male avviata è tangibile in questo film che non a caso si apre con una sequenza in cui un gruppo di ragazzini osservano con indifferenza il cadavere della giovane che galleggia nelle acque di un fiume.

Come la protagonista di un altro bellissimo film coreano, "Mother" di Boog Joon-ho, anche Mija cercherà di togliere dai guai il nipotino ma seguendo strade diverse. Anche se partecipa agli incontri coi padri degli altri ragazzi, intenti a trovare una soluzione (l'idea sarebbe quella di offrire una somma di denaro alla madre della vittima, come forma di indennizzo e soprattutto per comprare il suo silenzio). Mija non si trova d'accordo con gli altri, anche perché non è in possesso di molto denaro (abbastanza straordinaria la maniera in cui se lo procurerà); tuttavia, in linea con la gentilezza che la contraddistingue, accetta pure di andare a parlare con la mamma della ragazza nel tentativo di raggiungere più facilmente l'accordo (l'incontro avrà invece un esito molto diverso).

I compagni del corso di poesia di Mija perciò, nei loro tentativi di raccontare la bellezza, nel loro trovarsi ai reading, nelle loro cene conviviali, diventano per la protagonista (e per lo spettatore) un'alternativa rincuorante a questi giovani scriteriati, ai loro genitori che pensano a salvarli, incuranti della gravità delle loro azioni, ma anche alle istituzioni disposte a coprire il crimine dei ragazzi (la scuola incoraggia l'accordo e un giornalista si offre come mediatore fra le parti), chiaro esempio di una società corrotta. Non è certo un caso se fra le persone che Mija incontra ai reading c'è anche un ex poliziotto, che è stato trasferito proprio per aver denunciato alcune irregolarità sul posto di lavoro. Sarà infatti quest'uomo, troppo sanguigno e sboccato per risultare inizialmente simpatico alla mite signora, a darle una mano in questa tristissima faccenda.

Già ministro della cultura in patria, Lee Chang-dong è autore di un cinema che in diversi hanno definito "umanista". Al centro delle sue storie mette personaggi originali che solitamente non verrebbero mai scelti come protagonisti o comunque mai raccontati in quella maniera (basti vedere, ad esempio, il suo modo di raccontare le persone disabili). Il suo stile visivo così ammirevolmente privo di fronzoli si sposa alla perfezione con storie che ti rimangono dentro, senza ricorrere ad effettacci o sottolineature ridondanti. Tra l'altro "Poetry", rispetto a suoi precedenti titoli come "Oasis" o "Secret Sunshine", si segnala per una maggiore asciuttezza (ad esempio le musiche sono soltanto d'ambiente) e per l'assenza di quei momenti "esplosivi" che non mancano nei precedenti (comunque apprezzatissimi) titoli.

Se attrici come Moon So-ri e Jeon Do-yeon hanno fornito, dirette da lui, prove magistrali (e premiate rispettivamente a Venezia e Cannes), Lee Chang-dong anche in questa occasione riconferma la sua grande maestria nel dirigere gli interpreti. Qui addirittura riporta sugli schermi la veterana Yun Jeong-hie che non recitava più dai primi anni novanta. Personaggio sconosciuto al pubblico occidentale, Yun è stata una delle grandi protagoniste del cinema coreano classico. Bene ha fatto Lee ad offrirle il ruolo di Mija, perché la sua interpretazione è risultata assolutamente ottima. Intensa e al tempo stesso asciutta, un po' come il film di cui è protagonista, Yun ci regala un personaggio indimenticabile, una donna dolce e comprensiva che non si fossilizza sul proprio male, preferendo concentrare le sue attenzioni (almeno finché può) su ciò che la circonda. I suoi tentativi di scrivere una poesia si realizzeranno nel finale, quando Mija deciderà di dare voce a chi la voce non la possiede più. Importante e simbolico gesto di commiato da parte della protagonista che corrisponde anche alla fine di un film toccante che non prova a raccontare soltanto ciò che è invisibile ma anche quello che è indescrivibile.