CAST & CREDITS

cast:
Maria de Medeiros, Edouard Baer, Mathieu Amalric, Chiara Mastroianni, Didier Flamand, Golshifteh Farahani, Isabella Rossellini

regia:
Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud

distribuzione:
Officine Ubu

durata:
93'

produzione:
Hengameh Panahi

sceneggiatura:
Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud

fotografia:
Christophe Beaucarne

scenografie:
Udo Kramer

montaggio:
Stéphane Roche

costumi:
Madeline Fontaine

musiche:
Olivier Bernet

Pollo alle prugne | Recensione | Ondacinema

Pollo alle prugne

di Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud

drammatico, commedia, Francia, Germania (2011)

di Vincenzo Lacolla

Voto: 6.5
Era il 2007 quando Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud vincevano il Premio della Regia al Festival di Cannes con il lungometraggio d'animazione "Persepolis", tratto dall'omonimo graphic-novel della Satrapi. Dopo cinque anni entrambi tornano alla regia con "Pollo alle prugne" che è un film con attori (bravissimi) in carne e ossa ed è ambientato nella Teheran degli anni Cinquanta.

La storia è quella di Nasser Ali, violinista di incredibile talento, che, durante una delle solite litigate con l'intransigente consorte, vede l'adorato strumento scagliato a terra dalla donna, distrutto per sempre. Dopo un paio di fallimentari tentativi di sostituzione, depresso perché privato di ciò a cui più teneva, decide di "lasciarsi morire" chiudendosi per sette giorni nella sua camera da letto, senza magiare né bere, solo con i suoi ricordi.

È evidente già da una breve sinossi che la forte contestualizzazione storica di "Persepolis" in "Pollo alle prugne" lascia maggiore spazio a una dimensione onirica e sospesa in cui l'Iran non è più teatro di scontri e ingiustizia sociale, ma, ritratto nella sua dimensione più propriamente fiabesca, diventa un'ambientazione fuori dal tempo e dalla storia. Questo ovviamente non significa che la Satrapi voglia evitare di insistere su quei temi di scottante attualità che aveva brillantemente trattato in "Persepolis", cancellando il passato impegno sociale. Anzi, la volontà di raccontare una fiaba permette agli autori di rievocare con grande abilità la radice autentica dei luoghi e dei personaggi raccontati: la millenaria cultura persiana. Finanche la struttura narrativa, organizzata in una vicenda principale (o cornice) e in varie parentesi aneddotiche, riprende in toto la tradizione degli antichi classici indo-iranici.
Nei sogni di Nasser Ali, Teheran sembra tratteggiata con lo stesso spirito intimista e lo stesso gusto per la suggestione romantica della Rimini felliniana di "Amarcord". D'altronde questo non è il solo debito contratto nei confronti del genio visionario di Fellini, abbondantemente ripreso sia nella costruzione visiva complessiva che in singole sequenze; basti pensare all'abbraccio (più materno che sensuale) nell'enorme seno di una Sophia Loren avvolta dalle ombre oscure del sogno, un desiderio dimenticato che permette al povero protagonista di trascorrere l'unica notte nel sonno e nella beatitudine.

Ciò che più sorprende di "Pollo alle prugne" è la straordinaria ricchezza inventiva che, soprattutto quando è finalizzata al divertimento dello spettatore, è assai efficace. Partendo anche solo da un suono (ad esempio, la pernacchia irritante e impertinente di un figlio ottuso), i due registi aprono una parentesi storica decisamente parossistica (l'impagabile "siparietto platonico") e una prolessi ancora più esagerata (l'avvenire del figlio visto come una sit-com americana kitsch e a basso costo). A volte, tutti questi elementi, per quanto disposti in una struttura "a matrioska" all'apparenza dispersiva, sono ben incastrati fra di loro, in altri momenti, invece, il puzzle delle sequenze non sempre risulta così riuscito.
I difetti principali del film sono due: una voce fuori campo che tende a raccontare troppo sottraendo fascino alle bellissime immagini e proprio la mancanza di una compattezza sostanziale nell'unione delle varie sequenze che, per quanto assolutamente gradevoli, non riescono a trovare punti di contatto forti, anche solo sul piano simbolico e visivo. Quest'ultima pecca, comunque, sembra in parte inevitabile rispetto alla varietà di registri, al gran numero di divagazioni e alla lunghezza complessiva del film.

Il finale (una sequenza montata muta e lunga dieci minuti), più che essere girato con un linguaggio strettamente cinematografico, è la trasposizione rigorosa delle immagini del graphic-novel. È questa commistione di generi, fatta senza soluzioni di continuità tra un momento di cinema e uno di fumetto, che non sempre convince. Durante il colloquio con l'angelo della morte, c'è addirittura una sequenza animata (meravigliosa, manco a dirlo) che racconta la storia di un certo Monsieur Ashour che tenta di sfuggire alla sorte. La bellezza di questi due minuti ci porta a una semplice domanda: non sarebbe stato meglio lasciare la leggiadria di tutta questa affascinante storia alla freschezza espressiva del cinema d'animazione?