CAST & CREDITS

cast:
Catherine Deneuve, Fabrice Luchini, Gérard Depardieu, Karin Viard, Judith Godrèche, Jérémie Renier

regia:
François Ozon

distribuzione:
Bim

durata:
103'

produzione:
Eric Altmeyer; Nicolas Altmeyer

sceneggiatura:
François Ozon

fotografia:
Yorick Le Saux

scenografie:
Katia Wyskskop

montaggio:
Laure Gardette

costumi:
Pascaline Chavanne

musiche:
Philippe Rombi

Potiche - La bella statuina | Recensione | Ondacinema

Potiche - La bella statuina

di François Ozon

commedia, Francia (2010)

di Giuseppe Gangi

Voto: 7.5

Nella lingua parlata la parola francese potiche sta a indicare le donne che vivono all'ombra del marito (presumibilmente ricchi e potenti) e si limitano a fare le belle statuine. Suzanne Pujol ne rappresenta il prototipo, almeno a inizio film: una donna che per trent'anni si è limitata al compitino della madre alto-borghese e della moglie del rampante Robert Pujol, che amministra la fabbrica d'ombrelli del defunto (e ben ricordato) suocero.

François Ozon ha optato per soluzioni diverse rispetto alla pièce teatrale di Barillet e Grédy, portando l'emancipazione di Suzanne molto più in là della semplice gestione della fabbrica, approfondendo i personaggi dei figli e della segretaria, e lanciando molte allusioni alla situazione politica odierna. Il cuore di "Potiche" resta però la sua protagonista, per la quale il regista ha ben pensato di richiamare Catherine Deneuve, nonostante il non idillico rapporto sul set di "8 donne e un mistero": e l'attrice sessantasettenne ha dato prova di una verve ancora eccellente; le ha poi affiancato, come presenze maschili, due pesi massimi: da una parte il vulcanico Fabrice Luchini nel ruolo del reazionario e dispotico Pujol e dall'altro Gerard Depardieu - vista la stazza assunta, probabilmente sottratto agli amati pomodori Cirio - per il deputato di sinistra Babin. Ottimo anche il resto del cast, in cui spicca Judith Godreche (chi se la ricorda giovane lolita in "Contro il destino" di Assayas?) e ritrova Jeremie Renier dopo dieci anni da "Amanti criminali". Una nota di merito va a Karin Viard, la cui declamazione di una sorta di "manifesto" della segretaria (sulla scorta di "If" di Rudyard Kipling) è uno dei momenti più surreali e divertenti di tutto il film.

Il regista parigino maneggia i tempi della narrazione con grande disinvoltura, riuscendo a mescolare e cambiare di volta in volta (e di film in film) registro: "Potiche" inizia come una buffa farsa ultra-stilizzata e finisce per usare la stilizzazione come veicolo della trasformazione di Suzanne. Pulitissimo e ingessato fino all'asfissia, tutti i personaggi sono inizialmente sagomati nei loro ruoli: il turning-point arriva nel momento in cui Suzanne prende in mano la situazione, dopo il malore di Robert. Il suo periodo di gestione della fabbrica fa smarcare tutti i personaggi dai propri blocchi di partenza: la segretaria trova una personalità, plasmata dalla sua nuova padrona, Paul dà sfogo alla sua inclinazione artistica e la volenterosa Joëlle si dimostra molto più attaccata allo status quo di quanto lo fosse la madre, ormai ex-potiche. I confini tra i personaggi si sciolgono e l'immagine ingenua di Suzanne viene contrappuntata da alcuni sensuali flashback sulla sua giovinezza, tra cui la scappatella col giovane e rude Babin.

E poi ci sono gli anni '70, ambientazione utilizzata da Ozon soprattutto in senso visivo e iconografico, rendendola un vero campionario feticista: a partire dalle scenografie, dai costumi e gli oggetti di scena fino alle musiche originali - e morriconiane - di Philippe Rombi e alle scelte attoriali, come la coppia clichè Depardieu-Deneuve. Con un profluvio di riferimenti pop e un uso smodato di dècor, Ozon ammicca a molto cinema almodovariano, e la presenza della Deneuve e di ombrelli colorati nella stessa stanza rimanda spontaneamente a "Les Parapluies de Cherbourg" di Jacques Demy (1964).
Fa rivivere gli anni caldi degli scioperi di "Crepa padrone, tutto va bene" (Godard, 1972) e dell'engagement intellettuale, anche se, essendo nel '77, siamo alla fine di quella stagione: Babin, comunista di provincia, ne avverte in ritardo il tramonto, scoprendo la sua vena più tenera e familista.

Il finale da "female power" con discorso alla nazione e una ventata di materno ottimismo - "Sì, sono vostra madre!" - non può non lasciare lo spettatore col sorriso...forse anche un po' inquietato. Al suo secondo film uscito in Italia in un anno ("Il rifugio" è passato praticamente inosservato), l'eclettico Ozon ci regala un'altra chicca: la sua personale visione della gloriosa screwball comedy.