CAST & CREDITS

cast:
Daniela Morozzi, Sergio Pierattini, Paolo Cioni, Francesco Turbanti, Claudio Santamaria

regia:
Roan Johnson

distribuzione:
Istituto Luce

durata:
85'

produzione:
Palomar, Film Commission Torino Piemonte

sceneggiatura:
Davide Lantieri, Renzo Lulli, Roan Johnson

fotografia:
Tommaso Borgstrom

scenografie:
Mauro Vanzati

montaggio:
Marco Guelfi

costumi:
Andrea Cavalletto

musiche:
Ratchev e Carratello

I primi della lista | Recensione | Ondacinema

I primi della lista

di Roan Johnson

commedia, Italia (2011)

di Francesca d'Ettorre

Voto: 6.5

"Gli ideali hanno strane proprietà, e, fra le altre, quella di trasformarsi nel loro contrario quando si vuol seguirli ciecamente" (Musil)

Per la sua opera prima il regista esordiente Roan Johnson (cresciuto a Pisa da madre materana e padre inglese) sceglie una storia vera. Una di quelle che si sentono circolare nelle città e non si sa mai dove finisce la realtà e dove comincia la legenda, per quanto sono singolari. E questa storia singolare lo è, ma è altrettanto vera. Il 1 Giugno del 1970, Pino Masi è un cantante conosciuto (aveva appena fondato il Canzoniere Pisano) e una sorta di guru della sovversione per i giovani con la velleità di cambiare il mondo. Renzo Lulli è uno studente di buona famiglia che sogna di suonare e, accompagnato dal suo amico Fabio Gismondi, si reca da Pino Masi per un provino. Lulli è il più debole dei due e forse il meno animato dal pathos politico, ha un rapporto conflittuale con il padre che lo reputa un perdente, e insieme all'amico Gismondi, coltiva afflati rivoluzionari. E poi c'è Pino Masi, l'umanizzazione del mito, a metà strada tra il funambolo e il vate. La notizia di un golpe giunta all'orecchio di Masi indurrà i tre  a cercare di raggiungere prima la Jugoslavia e poi l'Austria. Perché se un colpo di stato avverrà, i musicisti, gli scrittori e gli intellettuali saranno i primi della lista. Da qui in poi si innescheranno una serie di equivoci, sotto la spinta della tendenza alla paranoia di Pino Masi e l'acquiescenza degli altri due di fronte all'autorevolezza del loro leader.


Non è facile realizzare un film che racconti pezzi degli anni '70 nell'epoca del post-terrorismo: si è troppo lontani nel tempo per non abbandonarsi a revival di sottofondo ("Mio fratello è figlio unico", "Romanzo criminale"), cosicché da opere rappresentative e analitiche come "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" o "Io ho paura" (per citarne alcuni) si è passati - ora che quel quadro storico è un ricordo che si sta ingiallendo - a una riproposizione degli anni 60-70 in chiave mitica, con opere dalla connotazione idealistica che strizzano l'occhio ai fervori giovanili. Il merito di Roan Johnson, invece, sta proprio nell'essere riuscito a raccontare una storia, vera e ambientata in un periodo storico colmo di ambivalenze, senza cadere nella facile ideologia e dosando la giusta ironia, che non eccede mai, sfociando in derive farsesche. Merito di una sceneggiatura, scritta con Renzo Lulli (il vero), che sa scegliere il tono da dare alla storia.


Roan Johnson sembra tagliato per giocare di equilibrismo e la sua regia è quanto mai azzeccata; il taglio intimista lambisce l'impresa (sur)reale dei tre giovani e ne conferisce un realismo granitico. Il film, pur tra i sorrisi, rivela il clima di paura e agitazione che si viveva negli anni 70, raggiungendo esiti di astratto complottismo quando l'impeto giovanile si oscurava in persecuzione. I tre protagonisti, Claudio Santamaria (Pino Masi), già rodato in ruoli simili, e i due esordienti: Francesco Turbanti (Renzo Lulli) e Paolo Cioni (Fabio Gismondi) aderiscono bene al contesto narrato fino alla fine in cui cantano "Quello che non ho" di  De André, omaggio e manifesto in musica del sentire coevo. La colonna sonora, firmata da Ratchev e Carratello ("Pranzo di ferragosto", "Gianni e le donne"), stride con la tradizione che associa la reverenzialità della musica anni 70 ai film sugli anni 70, in linea con l'elaborazione contemporanea che fa di questo periodo storico l'archetipo della nostalgia. Nel seguire l'avventura spassosa dei tre non ci si può non soffermare sulla figura di Pino Masi e chiedersi  se quello che si ha di fronte è un imbonitore delle coscienze di giovani facili all'utopia e anche i suoi fedeli compagni, di fronte all'evidenza del guaio combinato, vacilleranno nel riconoscere ancora in Masi un leader piuttosto che un millantatore. A ridare un po' di lustro alla figura sgualcita del cantautore di Lotta Continua, però, interviene il regista che alla fine del film inserisce una didascalia che informa che di lì a poco ci sarebbe stato il tentativo di colpo di stato (sventato) di Junio Valerio Borghese. Una casualità o la dimostrazione delle doti profetiche di Masi?. Il film propende blandamente per la seconda, ma si limita (per fortuna) ad instillare il dubbio.