CAST & CREDITS

regia:
John Musker, Ron Clements

distribuzione:
Walt Disney Studios Motion Pictures Italia

durata:
97'

produzione:
Walt Disney Animation Studios

sceneggiatura:
Ron Clements, Rob Edwards, Greg Erb, John Musker, Jason Oremland

scenografie:
James Aaron Finch

montaggio:
Jeff Draheim

musiche:
Randy Newman

La principessa e il ranocchio | Recensione | Ondacinema

La principessa e il ranocchio

di John Musker, Ron Clements

animazione, Usa (2009)

di Diego Capuano

Voto: 7.0

C'era una volta una mamma che ogni sera rimboccava le coperte alla propria figlioletta e cominciava a leggere un libro: "c'era una volta una principessa...". Alla piccola si aprivano scenari inediti, le si attivava la macchina dei sogni, pronta a travalicare la quotidianità per rifugiarsi in mondi incantati.
Nel XX secolo, sul finire degli anni degli anni '20, si ebbero già sentori di nuovi mondi con le piccole grandi Silly Symphonies, che allietavano gli sguardi di grandi e piccini.
Con l'avvento di "Biancaneve e i sette nani" (1937), cominciò l'attività della Disney nel lungometraggio d'animazione. E fu rivoluzione.
I mondi incantati continuavano a moltiplicarsi: la favola della buonanotte aveva un nuovo agguerrito concorrente.
Pur con evidenti flessioni (gli anni '80), la Disney ha continuato per decenni a sfornare sogni che al contempo ad altezza di bambini e adulti.
Lungometraggi che nel medesimo periodo dell'avanzare e dell'affermarsi di nuove tecnologie digitali, persero la loro essenza, la proverbiale Magia Disney, caratterizzata da collaudati fili conduttori. I film Disney degli anni 2000, anche quando riusciti ("Il pianeta del tesoro"), sembrano quasi del tutto estranei a quella trionfante poetica lunga un secolo di grandi successi. Dopo i poco felici risultati di "Mucche alla riscossa" (2004) si temeva che la vecchia animazione disneyana avesse fatto il suo tempo.
Quando nel 2005 la fusione tra Disney e Pixar si concretizzò, John Lasseter, già padre della casa di produzione simboleggiata dalla celebre lampadina, diventò anche direttore artistico della Disney (a suo modo un novello Walt), mise subito in chiaro che non avrebbe mai voluto abbandonare la possibilità di sviluppare nuovi progetti di animazione bidimensionale. E da tempo covava la possibilità di rendere eroina una ragazza afroamericana, testimoniando, in piena era Barack Obama, l'intuito del suo genio.

Non è un caso se "La principessa e il ranocchio" si apre con il classico "c'era una volta", che la mamma legge alla figlia. Il nuovo film Disney è una storia classica che sa prendersi gioco del classicismo quando ribalta l'essenza stessa della celebre fiaba del "Principe Ranocchio", ma resuscita le anime della tradizione disneyana, come gli animali parlanti e i numeri musicali. E può difatti essere anche visto come una rilettura del vecchio musical hollywoodiano: c'è molto Vincente Minnelli in alcune parentesi musicali, impreziositi da sgargianti scenografie, coreografate con al centro della scena la determinata Tania, che combatte per realizzare il suo sogno (che è il sogno del padre morto).
La coronazione amorosa diventa cosi' l'ideale compimento di un'attuazione di ideali morali e sentimenti famigliari grandi come il cielo stellato più volte contemplato dai personaggi del film.

Certo, le disavventure delle rane non offrono sostanziali novità rispetto ad alcuni noti frammenti di storia disneyana (l'alligatore Louis sembra uscito direttamente da "Il libro della giungla"), ma anche in questi momenti "La principessa e il ranocchio" conserva un'indiscussa dose di divertimento (ma le sequenze dall' impronta dark non mancano)
Il film vola letteralmente quando si situa tra le strade, i locali e le case dei quartieri francesi della New Orleans del 1912. Il principe Naveen arriva in città anche in cerca di Jazz. E lo trova. Le belle musiche di Randy Newman testimoniano la nascita del jazz del Sud degli Stati Uniti dell'epoca, mettendo parallelamente in evidenza da una parte le radici musicali jazzistiche, dall'altra il disegno animato di casa Disney (deliziosamente retrò), gettandosi a capofitto nella natura delle cose. E trovando il più classico dei lieto fine, di quelli che scaldano il cuore.