CAST & CREDITS

cast:
David Hemmings, Gabriele Lavia, Macha Méril, Daria Nicolodi, Eros Pagni, Clara Calamai:, Glauco Mauri

regia:
Dario Argento

durata:
126'

produzione:
Rizzoli Film, Seda Spettacoli

sceneggiatura:
Dario Argento, Bernardino Zapponi

fotografia:
Luigi Kuveiller

scenografie:
Giuseppe Bassan

montaggio:
Franco Fraticelli

costumi:
Elena Mannini

musiche:
Giorgio Gaslini, Goblin

pietra miliare

Profondo rosso | Recensione | Ondacinema

Profondo rosso

di Dario Argento

thriller, Italia (1975)

di Giuseppe Vuolo

"La tigre dai denti a sciabola", questo uno dei titoli originariamente previsti per "Profondo rosso", avrebbe fatto proseguire il filone degli animali, dopo "L'uccello dalle piume di cristallo", "Il gatto a nove code" e "4 mosche di velluto grigio", ma il ritorno al thriller di Dario Argento nel 1975 (in mezzo c'è la parentesi nel mondo della commedia con "Le cinque giornate") segna la conclusione di una prima importante fase della carriera del cineasta romano, che porta a pieno compimento l'esperienza maturata coi primi tre film - senza sottovalutare il lavoro televisivo de "La porta sul buio" - e getta le basi per il futuro prosieguo dell'attività.

"Profondo rosso" diventa, quindi, il titolo più appropriato per una pellicola tanto efficace quanto intensa e tanto personale quanto universale. Efficace perché la resa narrativa è pressoché perfetta e se un film viene realizzato per piacere al pubblico questo film è piaciuto e continua a piacere; nell'anno d'uscita racimola un incasso di ben 3.709.723.306 lire. Intensa perché connotata da scene e sequenze memorabili, capaci di imprimersi nella mente dello spettatore e di lasciarlo col fiato sospeso durante la visione. Personale perché in pochi anni Argento definisce uno stile e "Profondo rosso" consacra la firma del proprio autore. Universale in quanto la storia ci pone di fronte a una percezione alterata della realtà, a un confronto con subconscio e passato, dal quale scaturiscono paure nelle quali è semplice immedesimarsi.

Niente è ciò che sembra e la realtà è diversa da quella che appare. Così come in "Blow-Up" di Michelangelo Antonioni (in "Profondo rosso" il protagonista è David Hemmings, lo stesso del film di Antonioni) il dettaglio [mancante] diventa il centro d'attenzione dello sguardo. Una finestra invisibile che nasconde il segreto di un passato dimenticato e mortale. Una melodia inquietante che rievoca un trauma infantile.
Dario Argento crea un perfetto ordigno a orologeria, che prevede una serie di diverse esplosioni precise. Se in "Blow-Up" la ricerca di Hemmings conduce a una verità che è, invece, impossibile da scoprire/decifrare, in "Profondo rosso" tale indagine lo pone di fronte a una realtà inimmaginabile, ma concreta; una realtà terrificante che assume sempre più forma nel corso della storia e che si materializza in carni lacerate e sangue.

Scavare a fondo per andare oltre la superficie delle cose è il filo conduttore delle prime opere argentiane e "Profondo rosso" si presenta come il migliore amalgama possibile delle varie intuizioni e dei vari elementi proposti dal regista nei film precedenti: David Hemmings è come il Tony Musante de "L'uccello dalle piume di cristallo", uno straniero in Italia, coinvolto suo malgrado nell'investigazione, un protagonista che ha visto qualcosa, che sa ma che non ricorda; il trauma che scatena la furia omicida ha origine nell'infanzia e l'assassino può essere considerato egli stesso una vittima della società in cui vive; l'arte figurativa come portatrice non solo di bellezza ma anche di oscuri segreti da interpretare; il sogno premonitore di Michael Brandon in "4 mosche di velluto grigio", paragonabile alle capacità paranormali della sensitiva Helga (Macha Méril); l'uso del flashback mutuato da Sergio Leone per giungere alla resa dei conti finale; il teatro quale proscenio ideale della rappresentazione irreale cui si sta per assistere: in "4 mosche di velluto grigio" è luogo di un omicidio che si rivelerà finto soltanto in seguito, mentre in "Profondo rosso" il professor Giordani (Glauco Mauri) vi si trova a (re)interpretare le movenze e le parole dell'assassinata Helga avvolto in un'atmosfera nebbiosa e dispersiva che esalta la tensione psichica derivante dall'esistenza di un orribile segreto da scoprire.

Per mettere le cose in chiaro, spiazzando e catturando il proprio pubblico, a Dario Argento bastano poco più di dieci minuti, quelli iniziali (prima che la trama cominci a dipanarsi con l'omicidio di Macha Méril): i titoli di testa inframmezzati dalla scena di un omicidio fuori campo nel quale sembra in qualche modo essere coinvolto un bambino, con tanto di cambio di colonna sonora; una fugace presentazione del protagonista che possiamo solo intuire essere tale e che già si delinea come un personaggio tranquillo e un po' "sconnesso"; la scena del congresso di parapsicologia connotata da un'atmosfera vagamente surreale fino all'esplosione di tensione in cui Helga "individua" l'assassino in sala e parla di un segreto da occultare e dimenticare, di una villa e di un canto; l'omicida che si rifugia alla toilette dove non si riescono a decifrare/scorgere i contorni del suo viso riflessi sulla superficie di un vecchio specchio macchiato; Helga che rivela a Giordani di conoscere l'identità della malvagia persona e che confessa di aver paura; il piano sequenza che, sostenuto dall'inconfondibile tema musicale portante del film, incornicia minuziosamente i feticci infantili (bamboline e biglie colorate) dell'assassino che si appresta a entrare in azione.

Dieci minuti per catapultare lo spettatore in un mondo confuso tra passato e presente, tra realtà e sogno e dominato da eventi misteriosi e delittuosi. Uno spettatore che, ancor prima di assistere all'omicidio di Macha Méril, già si domanda cosa significhino gli elementi di cui è stato messo a conoscenza e - soprattutto - come si possano incastrare. L'indagine è appena iniziata e alla luce di quanto evidenziato non è un caso che il coinvolgimento di Marc (David Hemmings) scatta quando incontra a notte fonda l'amico ubriaco Carlo (Gabriele Lavia) sullo sfondo di un quadro di Edward Hopper denominato "I sonnambuli", che Dario Argento rende vivo tramite il famoso Blu Bar del film. Realtà e tempo alterano la percezione degli indizi, rendendo il tutto fumoso e indistinto, come in uno stato di dormiveglia.

Proprio com'è sconvolto il volto di David Hemmings nel finale, così lo spettatore si ritrova sul fondo di quella pozza di sangue, completamente immerso nel subconscio magnificamente strutturato da Dario Argento e Bernardino Zapponi. Quest'ultimo, co-autore della sceneggiatura, garantisce una solidità di trama e una cura per i caratteri assenti - o almeno non così brillanti - nella cosiddetta "trilogia degli animali" - e che non ritroveremo più nel futuro Argento.