CAST & CREDITS

cast:
Alane Delhaye, Lucy Caron, Bernard Pruvost, Philippe Jore, Lisa Hartmann

regia:
Bruno Dumont

durata:
200'

produzione:
3B Productions, Arte France

sceneggiatura:
Bruno Dumont

fotografia:
Guillaume Deffontaines

montaggio:
Bruno Dumont, Basile Belkhiri

costumi:
Cyril Pavaux

P'tit Quinquin | Recensione | Ondacinema

P'tit Quinquin

di Bruno Dumont

commedia, giallo, grottesco, Francia (2014)

di Giuseppe Gangi

Voto: 8.5
Com'erano Freddy e i suoi compagni di scorribanda da bambini, prima di passare dalla bicicletta al motorino? Cosa accadeva nelle loro vita prima di diventare i protagonisti de "La vie de Jesus", pellicola che ha segnato l'ingresso nel circuito festivaliero di Bruno Dumont, fino a quel momento professore di filosofia al liceo? "P'tit Quinquin" potrebbe rispondere a questa domanda mai posta, incrociando nel suo plot poliziesco anche l'opera seconda dumontiana, "L'Humanité". Ma vale la pena iniziare dalle peculiarità dell'ultima fatica del regista francese, irriducibile autore di un cinema arduo e radicale che non fa sconti a nessuno men che meno agli spettatori: è straniante pensare Dumont ingaggiato dal canale Arte per la quale scrive e dirige in completa libertà un lungo film dalla durata di circa duecento minuti, diviso in quattro parti e perfetto per una miniserie, sulla scia di operazioni quali "Carlos" di Olivier Assayas e "I misteri di Lisbona" di Raoul Ruiz. 

Le opere più facilmente accostabili a "P'tit Quinquin" sono però altre, cioè le stravaganze di autori che hanno cambiato le carte del gioco anche in ambito televisivo, come il "Twin Peaks" di David Lynch e il "The Kingdom" di Lars von Trier. In tali progetti ci si scontra con una dimensione comica che, corrodendo i più oliati meccanismi della scrittura seriale, finisce per cambiare i connotati al genere di riferimento: così il poliziesco diventa thriller surreale, la soap-opera grottesca, il medical-drama horror. In "P'tit Quinquin" all'ambientazione paesaggistica ben nota ai conoscitori del cinema dumontiano si accompagnano un tono e un focus totalmente differenziato: i protagonisti sono infatti un gruppo di ragazzini capitanato da Quinquin e due poliziotti, il comandante Van der Weyden e il tenente Carpentier. La scintilla che dà il via al racconto è lo strano rinvenimento di una mucca morta in un bunker della seconda guerra mondiale: se l'iniziale domanda era come la mucca potesse essere finita là dentro, il mistero si infittisce e si fa più inquietante scoprendo che l'animale aveva ingerito il cadavere decapitato di una donna (la cui testa si vedrà alla fine del primo episodio). È solo l'inizio di una serie di omicidi in cui la weirdness delle modalità si fonde con l'inquietante sensazione di una realtà sfuggita di mano lungo l'autostrada del caos, dove i nessi causa-effetto sono completamente scompaginati. 
 
Un capitolo a parte merita la galleria di volti cooptati dal regista per vivificare il suo mondo: si tratta di uno dei concentrati più sconcertanti di deformità ed handicap che vanno ad abitare un paese di "freaks" in cui in pochi si salvano, a causa di un segreto legame di sangue che intercorre tra diversi personaggi. Il dodicenne Quinquin ha, ad esempio, una emiparesi con danni all'udito e il naso schiacciato, suo zio un grave ritardo, ma il personaggio che colora l'intera vicenda di un registro grottesco è il comandante Van der Weyden (importante esponente della pittura fiamminga, spesso invocata dal flic). Capelli brizzolati e perennemente arruffati, baffetto chapliniano, deambulazione instabile e corpo percorso da continui e violenti tic: il disturbo nervoso di Van der Weyden è soltanto parte di un personaggio i cui gesti (anche quelli volontari) paiono inconsulti oltre che insensati; come spiegare, altrimenti, lo sparare in aria al grido "Police!" per annunciare la propria presenza in una proprietà privata, oppure il sogno realizzato di poter montare su un cavallo, senza contare una serie di comportamenti per lo più assurdi? Van der Weyden è il fool e i suoi movimenti clowneschi lo palesano: in lui convergono le contraddittorie istanze di un villaggio piccolo ma multietnico, dove nella socialità della provincia serpeggia l'odio più viscerale. La natura caricaturale del personaggio proietta l'ombra del vero in un teatrino dell'assurdo partorito dalla fantasia dell'autore: l'immaginario paesino del Nord-Pas-de-Calais si incastra tra il mare e la campagna impaludatasi in un mondo premoderno. Fedele a se stesso, Dumont non manca di irrorare la narrazione di politicamente scorretto usando la vis comica per destabilizzare e deformare, ribaltando il senso di ciò che mette in scena. La messa per le esequie della prima defunta diventa il carosello di tutto il villaggio che assiste non in quanto partecipe al dolore ma per posizionarsi dentro la rappresentazione: c'è il marito in lutto, le majorettes in divisa, la bella ragazza da "Saranno famosi" che interpreta una canzone e, naturalmente, i due poliziotti che confabulano su chi, tra i presenti, sia l'assassino, proprio mentre un uomo col passamontagna passa loro davanti. I preti scherzano con i chierichetti impertinenti e sembra quasi non ci sia stato alcun lutto, perché non c'è nessun senso del decoro.

Effetti sempre esilaranti sono sortiti dai duetti e dagli scambi di sguardi del comandante con il suo sottoposto: Carpentier, che parte sgommando e che vorrebbe guidare su due ruote invece che su quattro, è il contraltare filosofeggiante al più sanguigno comandante. Le sue divagazioni esplicitano il processo dumontiano che ci porta au cœur du mal, al cospetto del diavolo in persona: il Male cercato nel suo stato metafisico sembra aver trovato una fenomenologia schietta nel modus operandi sconclusionato di un assassino, nelle tare genetiche e ideologiche che si propagano come un virus. Dumont usa l'umorismo esattamente come usava la diffrazione tra carnalità e spiritualità nei suoi film precedenti, ossia per radicalizzare la visione di un mondo disperato che è innanzitutto il suo mondo: "P'tit Quinquin" fa tabula rasa del lavoro di ricerca bressoniana portato avanti fino ad ora dal regista, diventando una auto-parodia dove le risate seppelliscono anche quegli elementi che erano stati spesso purificatori. Il film (o miniserie) è quindi la riflessione dell'autore sul suo cinema e sui temi a lui più cari, capovolti attraverso uno stile messo a punto grazie a ripetizioni, esagerazioni e gag, figure retoriche che ne fanno un acuto (e affettuoso) saggio sul potere inventivo/distruttivo della slapstick comedy
La comicità dei personaggi è tesa, sia al livello verbale sia, ancor di più, a quello corporeo, a mostrare il paesaggio naturale e sociale nel quale si svolge la vicenda, fungendo da metro di misura e da letteralizzazione metaforica: Quinquin che lascia andare la bicicletta a terra (variante nonsense del già citato Freddy che, non riuscendo a frenare, cadeva rovinosamente col motorino) ci fa entrare a casa sua, una vacca appesa al gancio di un elicottero è il luogo del delitto. Ed è anche il sintomo di una natura contaminata, schizzata quanto l'elemento umano: la mucca pazza che mangia le membra dei cadaveri più volte invocata dal coroner-veterinario rappresenta la fine di un idillio per il paesaggio su cui lo stesso Dumont ha più volte indugiato. E si potrebbero passare in rassegna i duecento minuti sottolineando i numerosi momenti "alti" sabotati dall'interno, i movimenti che contraddicono un'aspettativa, come il ragazzino vestito da Spiderman che si arrampica veramente su un muro. In tale flusso che, per statuto, non si prende mai sul serio rientrano anche due personaggi che si estraniano dal contesto, cioè Mohammed, il ragazzino musulmano di colore, il quale spasima per Aurélie, la sorella dalla sensibilità artistica di Eve (la fidanzatina di Quinquin). Il primo, sempre vessato e preso in giro, finisce per impazzire e, al grido "Allah Akbar!", spara dal balcone di casa all'impazzata mentre Van der Weyden, nonostante dia prova di improbabili doti atletiche, si dimostra l'unico a intuire il triste epilogo di quell'avvenimento. La seconda è poi l'unica che rimane realmente scossa dall'accaduto, dispiacendosi sinceramente... E l'angelo sterminatore, invisibile e onnisciente, non mancherà di punire l'incontro proibito, il mescolamento osceno. 

Dunque, niente ha senso, sebbene le morti sembrino ruotare tutte attorno alla fattoria del padre di Quinquin, attento osservatore di ogni fatto che scuote il suo villaggio. I bambini ci guardano, asserivano De Sica e Zavattini, ma quali sono i bambini di questo film: razzisti, vigliacchi, proporzionalmente non meno violenti degli adulti. Eppure solo tra i giovani, Dumont cattura momenti di possibile empatia, sguardi di umanità e di speranza prima della fine dell'innocenza. Come quello di Quinquin che dice sinceramente alla sua coetanea di amarla tantissimo, abbracciandola più e più volte nel corso del racconto. Anche nel finale, in cui il climax composto dall'incedere di musica sacra e dalle epifanie del comandante porta al più beffardo dei cul-de-sac