CAST & CREDITS

cast:
Laura Linney, Stanley Tucci, Daniel Bruhl, Benedict Cumberbatch

regia:
Bill Condon

distribuzione:
01 Distribution

durata:
129'

produzione:
DreamWorks SKG

sceneggiatura:
Josh Singer

fotografia:
Tobias A. Schliessler

scenografie:
Mark Tildesley

montaggio:
Virginia Katz

costumi:
Shay Cunliffe

musiche:
Carte Burwell

Il quinto potere | Recensione | Ondacinema

Il quinto potere

di Bill Condon

drammatico, Usa (2013)

di Alessandro Corda

Voto: 6.0

Nel frenetico mondo dell'informazione esistono delle date che fanno da spartiacque tra passato e futuro e segnano, molto spesso, un punto da cui è difficile tornare. Una di queste è stata quella del 25 luglio 2010 che portò il caso del sito internet WikiLeaks alla ribalta di tutto il mondo. Quella sera le redazioni del Guardian, New York Times e Der Spiegel decisero di pubblicare, per la prima volta, i documenti segreti sulla guerra in Afghanistan ottenuti proprio dall'organizzazione di Julian Assange. Il vaso di Pandora veniva aperto, questa volta sul banco degli imputati, nel nome della giustizia e della verità, non figuravano più i brogli elettorali in Kenya o la frode fiscale di un colosso bancario elvetico, questa volta dietro alla sbarra c'era il governo degli Stati Uniti, la nazione da sempre paladina della libertà di parola.

Dopo aver girato un musical, un paio di incursioni tra i vampiri adolescenziali di Stephenie Meyer e una notevole rievocazione del cinema degli anni 30, il newyorkese Bill Condon cerca di cambiare registro passando all'attualità più stridente. Con "Il quinto potere" (traduzione priva di originalità rispetto a "The Fifth Estate") mette a fuoco i tre anni che precedettero quella sera d'estate del 2010. Si comincia con la nascita del sodalizio tra l'australiano Julian Assange (che aveva già fondato in solitaria il sito WikiLeads) e il tedesco Daniel Domscheit-Berg. Da subito è chiaro per i due lo scopo che li legherà: denunciare le storture, i soprusi e la corruzione nella società. È un crescendo in cui le vite private di entrambi, soprattutto quella di Daniel, verranno schiacciate e sacrificate dalla radicalità della loro missione. Bendict Cumberbatch imita molto bene le movenze e la gestualità di Julian Assange, illuminandolo di una luciferina ambiguità.

Il film ci fa capire fin da subito l'assunto che sta alla base di tutto: al giorno d'oggi chiunque con un portatile e una connessione alla Rete può far scoppiare una rivoluzione. Questo lo vediamo in una delle prime scene in cui Julian e Daniel sono seduti in un centro sociale, l'uno di fronte all'altro, con i portatili aperti e in connessione con il mondo intero: la rivoluzione è in atto.

La materia è veramente complessa e le velleità del film appaiono molto alte, a dimostrazione di questo vengono citati in ordine sparso Oscar Wilde, Gandhi, Solzenicyn, Castro. È sempre Assange a citare questi grandi iconoclasti del passato come a preparare la strada alla sua marcia sovversiva contro le potenti lobby del potere.

Se il merito principale del film di Condon può essere ravvisato nel cercare di fare chiarezza nell'intricatissimo affastellarsi di dati, date, episodi nei più remoti angoli del pianeta che hanno caratterizzato il fenomeno WikiLeads, purtroppo per il resto non si può dire la stessa cosa. Un primo difetto sta nell'eccesivo schematismo del rapporto di collaborazione tra Assange e Domscheit-Berg. Le scene in cui Daniel sembra aprire gli occhi sulla spregiudicatezza di Assange non sono quasi mai plausibili. Basterebbe confrontare la complessità del rapporto tra Zuckeberg e Saverin in "The Social Network", dove la relazione tra i due si guastava lentamente per fattori esterni e per l'egocentrismo di Zuckeberg, e l'eccessiva linearità di scrittura dello script di Condon.

Un secondo motivo di delusione sta nella forma del film. Fin dai titoli di testa, dove vediamo tutti i passaggi del mondo dell'informazione e della scrittura (dai geroglifici degli Antichi Egizi alla messa in onda della TV), Condon racconta questa storia con un vortice di immagini che danno al film un ritmo troppo sincopato e in perenne movimento (la camera, soprattutto all'inizio, non sta mai ferma). È chiaro che lo scopo sia quello di rendere per immagini la frenesia delle informazioni della Rete, purtroppo il risultato avvicina il film più ad un action movie sullo stile dei film su Jason Bourne.

In ultimo, Josh Singer ha scritto la sceneggiatura basandosi sui libri di Domscheit-Berg, David Leigh e Luke Harding con il risultato di raccontare il tutto con grande equilibrio senza mai dare un giudizio o prendere parte. Tutto questo non permette al film di andare mai in profondità nei molti spunti etico-politici che la storia spesso offre. Sovente il confine tra lecito e illecito, tra la legittima esigenza di informare e il rischio di mettere in pericolo gli informatori viene sfiorato senza mai andare a fondo realmente.

L'iconica figura di Julian Assange/ Bendict Cumberbatch chiude le oltre due ore di film con una sorta di arringa difensiva, sfumando i veri motivi della sua missione/ossessione al martirio. Forse l'unico aspetto chiaro rimarrà la rivelazione che ci svela Daniel sul colore dei suoi capelli.