CAST & CREDITS

cast:
Oldoz Javidi, Anja Lundkvist, Nisti Sterk, Anika Hallin, Peter Engman, Cesar Sarachu, Mina Azarian, Bahar Pars, Ashkan Ghods, Fredrik Eriksson, Per Graffman, Reuben Sallmander, Lia Boysen, Jonatan Blode

regia:
Anders Nillson

distribuzione:
Teodora Film

durata:
127'

sceneggiatura:
Anders Nillson, Joakim Hansson

fotografia:
Per-Arne Svensson

scenografie:
Dave Marshall

montaggio:
Darek Hodor

costumi:
Marie Flyckt

musiche:
Bengt Nillson

Racconti da Stoccolma | Recensione | Ondacinema

Racconti da Stoccolma

di Anders Nillson

drammatico, Germania, Svezia (2006)

di Rocco Castagnoli

Voto: 6.0
Un altro film che parla di violenza, della violenza nella sua accezione più generale e "forte", all'interno della società odierna. Viene dalla Svezia, è del 2006, ma messaggio e tema sono quanto mai attuali e comuni ad ogni cultura, europea e non.

Una violenza interna, annidata dentro la comunità come un male inestirpabile e incurabile, ma non per questo destinata ad avere il sopravvento sulle sue vittime: questo in sostanza quello che Anders Nillson (regista, al suo sesto film) e Joakim Hansson (cosceneggiatore) vogliono dirci. Tuttavia, lo fanno con un film che nonostante il solido impianto da dramma sociale non manca di cadere in cliché piuttosto banali, sia a livello di soluzione di sceneggiatura sia per quel che riguarda la realizzazione tout court.

Veniamo al nodo principale: la rappresentazione della violenza. Che sia essa legata al nucleo della famiglia (primi due episodi), che sia invece riferita in qualche modo all'ambito lavorativo (ultimo), essa si manifesta sempre in modo improvviso, brutale, durissimo, senza indulgenze. Appare quindi chiaro il tentativo di Nillson di non girarci attorno né di giocare su questo: se c'è violenza va fatta vedere (niente a che fare quindi, per esempio, col perfido fuoricampo di "Funny Games"), siano essi episodi forti e tremendi come una ragazza fatta sballottare in mezzo ad una strada per costringerla ad essere investita o una donna a cui si sbatte la testa contro il frigorifero e a cui si sputa addosso latte scaduto.

Messa così quindi il film funziona, poiché crea nello spettatore la sensazione disturbante di trovarsi nelle stesse identiche situazioni delle persone (meglio se donne o ragazze) costrette a subire, anche psicologicamente, angherie e soprusi davvero pesanti e intollerabili (tra i quali figura persino un omicidio occultato e mascherato da suicidio, una figlia fatta "scomparire" senza pietà).

Il problema è quando le tre situazioni iniziali, una volta raggiunti rispettivamente i loro picchi drammatici, vanno a svilupparsi e poi a concludersi. Lì veramente si ha l'impressione che, una volta data la botta emotiva, si cerchi in qualche modo di "pareggiare i conti" facendo scorrere le storie a volte in modo anche troppo sbrigativo verso un finale consolatorio e positivo, che la triplice contemporanea immagine all'areoporto in qualche modo dimostra.

Viene insomma quasi a mancare quel coraggio che prima ci aveva così bene sorpreso; manca, sempre per citare Haneke e il suo ultimo film, la sottile sensazione di superiorità che porta l'autore ad essere al di sopra del suo pubblico e quest'ultimo all'interno del suo "gioco", piegato ai suoi voleri e non assecondato come al solito (sensazione che invece rimane al termine di questo film).

Le tre storie si dipanano, si intersecano, si alternano secondo blocchi narrativi disomogenei, e sono affidate ognuna al nome del personaggio protagonista: intense e tutto sommato convincenti quelle di Karina e Leyla (quest'ultima per certi versi molto rassomigliante al vero e terribile caso nostrano della bresciana musulmana Hina, di qualche anno fa); assolutamente deludente, per banalità, prevedibilità e rappresentazione fiacca persino della tematica omosessuale quella di Aram, anche perché slegata dal contesto-famiglia dove la violenza (nella storia di Leyla genitori/figli, in quella di Karina marito/moglie) sa essere molto più realistica e indigesta.

Dal punto di vista formale il film non offre poi niente di che: anzi, la confezione patinata, quasi da effetto soap, con numerosissimi primi piani e poco altro (pessima sotto questo punto di vista anche la fotografia), rischia persino di remare contro l'opera stessa.
Sufficienza (risicata), comunque.