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Radice quadrata di tre

di Lorenzo Bianchini

horror, thriller, Italia (2001)

CAST & CREDITS

cast:
Alex Nazzi, Massimiliano Pividore, Tomas Marcuzzi, Gianfranco Genovino, Alberto della Piana, Valentino Roiatti

regia:
Lorenzo Bianchini

distribuzione:
Centro Espressioni Cinematografiche

durata:
97'

produzione:
Lorenzo Bianchini

sceneggiatura:
Lorenzo Bianchini, Renzo Pituello

fotografia:
Ivan Scialino

montaggio:
Lorenzo Bianchini

musiche:
Flavio Zanon, Adriano Giacomini

Radice quadrata di tre | Recensione | Ondacinema

Radice quadrata di tre

di Lorenzo Bianchini

horror, thriller, Italia (2001)

di Matteo Zucchi

Voto: 6.5
Fin dai primi istanti del film, ancor prima che la narrazione inizi, la chiave interpretativa del film viene esplicitamente enunciata, nella forma di un cervello le cui pieghe della corteccia si configurano come labirinti della mente. Labirinti in cui è facile perdersi e nei cui angoli più remoti ogni forma di oscurità ignota si può manifestare. Vi è pertanto un interessante dialettica nell'esordio di Bianchini, qui più che in tutti i suoi film successivi, tra la trasparenza del tema dell'opera, enunciato e sviluppato con un fare quasi musicale, e la cripticità degli snodi narrativi e della struttura stessa dell'opera, ivi come mai satura di digressioni, flashback, flashforward, sequenze oniriche e affini, rendendo la pellicola del regista friulano un labirinto a sua volta. 
 
Dopo la componente tematica e quella strutturale anche lo spazio viene sottoposto a frammentazione e intensificazione, scegliendo i vasti corridoi e i claustrofobici sotterranei dell'istituto tecnico Arturo Malignani di Udine come luogo eletto per la messa in scena, occupanti d'altronde almeno due terzi del film. Laddove la natura dell'ambiente non aiuta Bianchini interviene in sede di montaggio, mezzo privilegiato per la succitata frammentazione e ricomposizione degli spazi, così come della narrazione. Non che si sarebbe potuto fare altrimenti data la evidente povertà del budget (pare intorno ai 350 euro), la quale si nota soprattutto nel reparto visivo e nelle scene notturne in particolare, appesantite da una scarso frame rate che in compenso contribuisce a donare una parvenza ancor più onirica a queste sequenze. Quel che si dice far di necessità virtù. 

 

La fama del film, che agli inizi dello scorso decennio contribuì a far parlare qualcuno del, ennesimo, rinascimento del cinema di genere italiano, è determinata in primis dalla totale mancanza di budget, la quale però viene sfruttata dal regista udinese per concentrarsi sulla componente atmosferica, da quel momento focus privilegiato delle sue regie (ma in realtà già dal corto "Smoke Allucination" del '98, diretto anticipatore di "Radice quadrata di tre"). Nonostante la scarsa qualità della fotografia di intere sezioni (il digitale era ancora uno strumento di registrazione di serie b), la recitazione amatoriale di quasi tutti gli attori (ad eccezione, fortunatamente, dei giovani protagonisti che difatti torneranno nei successivi film di Bianchini) e la apparente gratuità di molte delle svolte narrative il film riesce a omaggiare l'horror italiano degli anni 70 (Argento sopra tutti) con suggestioni moderne (i frammenti found footage), arrivando a sposarne lo stesso sprezzo del ridicolo per quanto concerne la macchinosità della strutturazione narrativa.

  

Se la concentrazione dell'attenzione su dettagli microscopici, enfatizzati spesso da appositi ralenti, e taluni modelli figurativi richiamano Fulci e il regista romano, l'utilizzo dello spazio riecheggia talvolta, con le evidenti differenze di mezzi e stile, i dolly kubrickiani, anche se forse il mezzo stilistico più interessantemente adoperato è la soggettiva. Essa viene fin da subito utilizzata per identificare il punto di vista degli agenti del Male ("Rosemary's Baby" docet) e così finisce per connotare inevitabilmente ogni punto di vista peculiare, ogni carrello laterale o a seguire non convenzionale, come un potenziale inseguitore, sottolineando in modo efficace la natura mentale della persecuzione degli sfortunati ragazzi e al contempo rendendosi un astuto mezzo per instillare paura nello spettatore. Perché "Lidrîs cuadrade di trê" (che, vale la pena ricordarlo, è recitato prevalentemente in friulano) è in primo luogo un horror e, sorvolando sulle sue debolezze tecniche, risulta perfettamente efficace come puro dispositivo emotivo.

  

La più grande, reale, debolezza del primo lungometraggio di Lorenzo Bianchini non è difatti determinata dalla minuscola entità del budget, né dalla mancanza di esperienza del regista e sceneggiatore (in effetti di volta in volta didascalico o criptico seppur mai senza compromettere l'esperienza) ma dall'ambizione, evidente qui più che in tutto il cinema del friulano e concretizzatasi nella già citata configurazione labirintica della trama, muoventesi, come tipico del regista, fra diversi contesti spazio-temporali e mentali. Oltre a Kubrick e Polanski il cineasta guarda chiaramente a Lynch, specialmente alla sua "Lost Highway", per rendere mentali gli ambienti concreti in cui si svolge la vicenda raccontata e d'altronde simile è l'enfasi sulla malvagità celata nel cuore della sonnacchiosa provincia (e al riguardo vi è una succosa citazione a "Velluto Blu"). Laddove il regista americano opta per completare l'astrazione dello spazio-tempo e disperdere quindi le ricerche (tema sempre al cuore del cinema bianchiniano) dei suoi eroi in un irresoluto labirinto psichico, Bianchini rimane sospeso, come la sua narrazione, fra la concretizzazione di un convenzionale, per quanto affascinante, horror e gli abissi concettuali di quel cervello-labirinto presente nell'introduzione. Abbassando il tiro e concentrandosi maggiormente sulla compattezza della trama il regista udinese realizzerà un film migliore già col successivo "Custodes Bestiae", riprendendo poi nei film seguenti la sua tendenza all'astrazione e al minimalismo, a riprova che il valore (la necessità ?) del labor limae al cinema non è legato solo ai grossi budget. Come la qualità, d'altronde Bianchini docet.