CAST & CREDITS

cast:
Michael Parks, John Goodman, Michael Angarano, Kerry Bishé, Melissa Leo

regia:
Kevin Smith

distribuzione:
Koch Media/Midnight Factory

durata:
88'

produzione:
Jonathan Gordon

sceneggiatura:
Kevin Smith

fotografia:
David Klein

scenografie:
Cabot McMullen

montaggio:
Kevin Smith

costumi:
Beth Pasternak

Red State | Recensione | Ondacinema

Red State

di Kevin Smith

thriller, Usa (2011)

di Matteo Pennacchia

Voto: 6.5

Negli Stati Uniti la questione religiosa è viva e forte e attraversa la cronaca più o meno recente, mischiata nel cianuro del Tempio del Popolo, ionizzata nell'aria densa di propano del Mount Carmel Center - Waco, Texas. Fanatismi paracristiani germogliano ora in ombra ora al sole sotto forma di predicatori apocalittici, adepti settari in attesa di ascendere al cielo e hate group tollerati ma monitorati a destra dall'Fbi, a sinistra da organizzazioni non governative pronte a scattare se subodorata la polvere da sparo. La Westboro Baptist Church è una sedicente Chiesa che ha preso di mira in particolare gli omosessuali: di questa un Kevin Smith in vacanza dalle commedie generazionali ha fatto copia carbone per la Chiesa dei Cinque Punti al centro di "Red State", capeggiata da Abin Cooper, logorroico apostolo del Dio incazzoso e antico tutto sangue, odio e punizioni esemplari. Una piccola congrega variegata e armata, talmente simpatica da sbraitare i propri slogan al funerale di un ragazzo aggredito perché gay, in apertura di pellicola giusto per rendere subito l'idea.

Nella Cooper's Family hanno la sfortuna di imbattersi tre liceali infoiati, caduti nella trappola del sesso a portata di social dating tesa dai fondamentalisti per dare lezioni mortali ai promiscui fornicatori. Così una serata e una narrazione iniziate pecorecce sfociano in una crudezza girata camera a mano, quasi senza colonna sonora, in cui svetta il monologante Michael Parks, leader religioso sponsor della fine del mondo con tanto di Bosch appeso ai muri della cappella, a dir poco efficace nel distanziare trite smorfie da psicopatico invasato. I liceali, che prima della disavventura intorbidivano le acque giocando con leggerezza con la parola "frocio", si trovano prigionieri della Chiesa, chiusi in gabbia o mummificati nel cellophane. Wrapped in plastic come Laura Palmer, come Marilyn Manson, altri conduttori di ansie all american; cautela rupofobica, profilassi antisettica inefficace quando non si è in grado di stabilire se il morbo e la sporcizia stiano dentro o fuori l'involto.

A Kevin Smith non basta rivoluzionare il proprio cinema, e poi in fondo la satira sulla fede c'era già in "Dogma". Ecco allora irrompere nella mischia l'istituzione politica, il red state che più che uno stato d'allerta o un singolo Stato Usa è un cromatismo repubblicano affibbiato alla nazione intera, indefessa conservatrice anche nelle sue maschere più democratiche (vedi alla voce proroga obamiana del Patriot Act), sempre lieta di travisare il Primo Emendamento a uso e consumo delle applicazioni più disparate ed estreme, altrettanto lieta di usare e consumare in libertà il Secondo Emendamento. La contraddizione dei diritti americani, nati da quel brodo primordiale di violenza da cui si è sviluppata buona parte della cultura a stelle & strisce, è dove interviene "Red State" a capo della seconda metà, quando entra in scena una squadra di agenti federali stracarica di artiglieria pesante per assediare la sede della Chiesa dei Cinque Punti. La verbosità religiosa che asfissia la sceneggiatura, infine riconosciuta e sfottuta dal regista, diventa verbosità burocratica: pur sempre di direttive dall'alto (e dall'Alto) si tratta. Il pubblico ingerisce nel privato, ingerisce il privato; nel ricorso alla violenza, tutori dell'ordine e fanatici evangelici sono facce della stessa medaglia rossa, bianca e blu. Il modo migliore di risolvere i problemi? Pigliarli a fucilate, ovvio.

Le trombe dell'apocalisse risuonano in un prefinale che guarda ai Coen non soltanto nella mole di John Goodman. L'epilogo ricircola fino all'avvio del film dov'è piazzato come da prassi l'indizio che permette di svelare il bluff dietro a un deus ex machina mai tanto letterale, con il quale Smith riagguanta se stesso all'interno di un progetto felicemente diverso da ciò che gli è consono. Senza rinunciare al doppio senso (del ridicolo e dell'etico) prodotto dalla frase lapidaria di cui si gloria in conclusione la bocca dell'agente Keenan, il quale disobbedendo a superiori patriotticamente criminali ha evitato la strage condannando però i salvati a destini peggiori della morte. Laicità dello Stato, liceità della violenza, licenziosità del potere costituito, è tutto uno scherzo noioso e stupido, lo suggerisce il ritmo di "Red State" mortificato nelle sue impennate poliziesche da ridondanze dialogiche e goffaggini a un passo dallo slapstick. Tracce di seria serietà non pervenute nemmeno nell'effetto-realismo traballante della camera a mano, rotto da zoomate, plongée e dolly, pochissimi però sufficienti al sabotaggio. Comunque non si pensi alla parodia; tralasciando limiti di budget e guai produttivi, gli intoppi sono voluti, ricercati, agognati, ficcati a forza in una combutta inquietante di orgoglio e idiozia, specchio di una storia disfunzionale ambientata in un Paese disfunzionale e raccontata dunque in maniera orgogliosa, idiota e disfunzionale.