CAST & CREDITS

cast:
Noomi Rapace, Michael Nyqvist, Lena Endre, Michalis Koutsogiannakis, Sofia Ledarp

regia:
Daniel Alfredson

distribuzione:
BIM Distribuzione

durata:
148'

produzione:
Nordisk Film, Sveriges Television (SVT), Yellow Bird Films, ZDF Enterprises

sceneggiatura:
Jonas Frykberg e Ulf Ryberg

fotografia:
Peter Mokrosinski

montaggio:
Hàkan Karlsson

costumi:
Cilla Rörby

musiche:
Jacob Groth

La regina dei castelli di carta | Recensione | Ondacinema

La regina dei castelli di carta

di Daniel Alfredson

thriller, Svezia (2009)

di Massimo Versolatto

Voto: 6.0
E fu così che anche la Svezia cedette alla faccenda della trilogia.
Niente di male, sia chiaro. La celeberrima saga di Stieg Larsson sarebbe diventata una serie di film in ogni caso. Se non l'avessero fatto gli svedesi ci avrebbe pensato l'America.
Qualche produttore del nord un po' lungimirante stavolta ha fatto il passo in anticipo e li ha battuti tutti sul tempo, portando sullo schermo un complesso di tre film che, tutto sommato, si può dire abbastanza soddisfacente.

Tutto sommato, sottolineiamo. Perché a prenderle separatamente, le pellicole hanno le loro buone dosi di difetti. Questo "Regina dei castelli di carta", per esempio, è forse un po' più psicologico degli altri, in bilico tra lo scavo nei meandri del passato e le angosce dei suoi personaggi. Ma questo tentativo di fare un film sospeso in una dimensione un po' più autoriale non è ben supportato da una messinscena adeguata. Il livello è certamente sufficiente ma si viaggia a vele ben spiegate nell'oceano del mediocre già visto.
È tutto parecchio dispersivo: ambienti open space, fotografia piana, molto (troppo) dialogo. Le svolte della storia sono parecchio telefonate e, considerato che ce le anticipano quasi tutte con una suspense da teatrino, devono pure aver speso un sacco di bolletta telefonica...

Regista e soci non sfruttano nemmeno più l'ambiente anomalo nel quale si svolge la vicenda, ma si concentrano sugli interni monocromatici e impersonali delle aule dei tribunali, delle stanze ospedaliere e, come una sorta di eco di ritorno, delle stanze carcerarie che riportano un'immaginaria linea (violenta e tenebrosa) a ricongiungersi con se stessa, chiudendo il cerchio: Lisbeth internata a 12 anni, rischia di essere condannata e riportata nell'oscurità di una cella di tre metri quadrati.
A evitare che il cerchio immondo della tortura violenta si chiuda, c'è ovviamente tutta una costellazione di buoni sentimenti che, in capo a personaggi dall'aria stanca e affaticata (finalmente  con qualche realistico chilo di troppo), porta un po' di luce nel cupo grigiore di questa storia di abusi.

Insomma, un po' di "ottimismo" non glielo si nega a nessuno, soprattutto se ce lo fanno giusto intravedere, evitando così i posticci happy end patetici di certe produzioni d'oltreoceano.

Questo salva in parte il film. In parte. Perché i difetti ci sono e sono frutto, come si diceva, di  probabili carenze a livello di messinscena. Ma forse siamo semplicemente noi che, nostro malgrado, siamo assuefatti da una visione del thriller che è più american, più kolossal. Considerato ciò, accordiamoci almeno la fiducia sulla capacità di riuscire a guardare il cinema con occhio più distaccato, meno deformato o deviato, dando a questo film e al complesso dell'opera (nella sua interezza) un bel sei.