Recensioni

Il regista di matrimoni

di Marco Bellocchio

commedia, Italia (2006)

CAST & CREDITS

cast:
Gianni Cavina, Sami Frey, Donatella Finocchiaro, Sergio Castellitto

regia:
Marco Bellocchio

distribuzione:
01 Distribution

durata:
107'

produzione:
Marco Bellocchio, Luigi Lagrasta, Luciano Martino

sceneggiatura:
Marco Bellocchio

fotografia:
Pasquale Mari

Il regista di matrimoni | Recensione | Ondacinema

Il regista di matrimoni

di Marco Bellocchio

commedia, Italia (2006)

di Manuel Billi

Voto: 6.0

Un uomo che cerca di non essere risucchiato nella spirale del conformismo. La cultura paludata dei "morti" che dilaga contagiando anche il cinema, arte che non riesce più ad intercettare il reale, che ripiega nel passato, nella tradizione letteraria ("I promessi sposi"), biblica ("La madre di Giuda") o, sul versante opposto, storico/politica (la vita di Togliatti). Oppure, il meta-incubo di un padre cui è da poco stata sottratta la figlia, irriconoscibile dietro il velo insuperabile dell'Istituzione matrimoniale. Dal trauma della sua perdita scaturisce un doppio incubo paterno: un film su un matrimonio che non s'ha da fare ma che alla fine si farà (tratto dal romanzo manzoniano) e un film "altro" vissuto direttamente, su un matrimonio che s'ha da fare ma che alla fine (forse) non si celebrerà. E' tutto questo e altro (la dittatura dei morti, l'impotenza dei non credenti per grazia di dio di fronte all'incredibile ed inspiegabile "mistero della fede") il nuovo film di Marco Bellocchio, quasi il seguito ideale del capolavoro "L'ora di religione".

Purtroppo, questa volta il regista sembra non riuscire a trovare il giusto equilibrio, oscillando tra un ermetismo ombelicale sicuramente raffinato, ma un po' "sterile" e la metafora esplicita, diretta, "frontale" (gli orologi, ad esempio). Incerto tra grottesca, dissacrante, dadaistica demistificazione - non a caso viene citato "Entr'acte" di Clair ed utilizzate le musiche di Satie scritte per il film - ed onirismo parabuñueliano, l'autore rimane come prigioniero delle sue stesse ossessioni, dei suoi fantasmi personali, segnando una piccola involuzione rispetto ai suoi ultimi lavori, un ritorno preoccupante a tematiche e suggestioni "fagioliane" che credevamo/speravamo archiviate.

L'iter del suo protagonista, la rassegnazione prossima all'indifferenza con la quale attraversa, percorre e "vive" una Sicilia cupa e spiazzante, perseguitato da ombre funeree ed inebetito dalle inesplicabili esplosioni di follia "domestica" e addomesticata, non convincono del tutto, così come paiono eccessive alcune figure emblematiche mediante le quali Bellocchio vorrebbe "gridare" il suo disgusto per il conformismo dilagante, denunciare l'impotenza del nostro cinema (Cavina, regista vaticanocentrico, interpretato non a caso da un attore del clan Avati...). Certo, visivamente il film è notevolissimo, alcune sequenze o visioni resteranno, così come lo splendido volto di una Finocchiaro che vorremmo vedere più spesso. Ma come risposta "antagonista" è quasi tautologica, il racconto sembra girare un po' a vuoto ed il suo autore compiacersi troppo della propria "alterità" militante.

(in collaborazione con Gli Spietati)