CAST & CREDITS

cast:
Julien Carette, Marcel Dalio, Nora Gregor, Jean Renoir, Gaston Modot

regia:
Jean Renoir

distribuzione:
Les Grands Film Classiques

durata:
110'

produzione:
Nouvelle Edition Francaise

sceneggiatura:
Jean Renoir - Carl Koch

fotografia:
Jean Bachelet

scenografie:
Eugène Lourié - Max Douy

montaggio:
Marguerite Renoir

costumi:
Coco Chanel

musiche:
Roger Desormières

pietra miliare

La regola del gioco | Recensione | Ondacinema

La regola del gioco

di Jean Renoir

drammatico, Francia (1939)

di Piero Calò

“La regola del gioco” è l’ultimo film francese prima della fuga di Jean Renoir negli Stati Uniti; tornerà a girare in Francia nel 1954, “French can can”, dopo la lunga parentesi americana che gli ha fatto firmare film di diseguale valore artistico e di botteghino (ma di cui segnaliamo decisamente “L’uomo del sud”, 1945), il soggiorno in India (da cui lo splendido “The River”, 1950) e l’”italiano” “La carrozza d’oro” (1952) interpretato da Anna Magnani.

“La regola del gioco” funge un po’ da spartiacque: 13 lungometraggi prima, lo stesso numero dopo. Insieme a “La grande illusione”, di cui è praticamente coevo (1937), è non solo il punto medio della sua carriera ma, per molta critica e amatori, anche quello più elevato, i suoi film più belli.

Fortunatamente, quando è questione di personaggi di tal calibro, non è sensato individuare il film “più bello”; artisti come Renoir girano un unico film tutta la vita: “Non è più questione di rappresentare Montecarlo o Parigi, donne perdute o monelli: è il mondo di Stroheim, di Chaplin…” (Jean Renoir, “La mia vita, i miei film”).
Dunque, il mondo di Renoir, il Realismo Interiore di cui si sarebbero ben ricordati i Rossellini e i De Sica prima e i Godard e i Rivette più tardi.
E, molto più modestamente, chi scrive fa le sue acrobazie e non può fare a meno di notare che “La grande illusione” e “La regola del gioco” sono “quasi” lo stesso film i cui due episodi che lo costituiscono sono intercambiabili.
“La grande illusione” è un film sulla guerra (la Prima Mondiale) in cui è soprattutto questione delle frizioni tra le diverse classi sociali e il codice cavalleresco che intercorre tra i pari, pur schierati su fronti avversi e formalmente “nemici”. È questo il senso dello strano triangolo che si instaura tra i nobili ufficiali Von Rauffen (Stroeheim) e De Boldieu e tra questi e Marechal, l’ufficiale-proletario interpretato da Jean Gabin.
Un gioco con delle regole tradizionali, non scritte ma ferree.
“La grande illusione” è in realtà “La regola del gioco”.
Questo, al contrario, evoca una guerra che l’ispirata diplomazia di La Chesnaye non potrà evitare, una “grande illusione” con una sorta di finale lieto (e amarognolo) che cozzerà con le truppe tedesche che sfondano le linee polacche appena qualche mese dopo.
Ecco, potrebbe essere questo un omaggio all’opera di Renoir, astrarre la stretta gabbia del soggetto e del racconto per accedere a quel realismo interiore di cui fu alfiere; in entrambi gli episodi è solo uno il sacrificato, ucciso malamente, il meno colpevole di tutti.

Aeroporto de Le Bourget. L’aviatore Jurieu (Roland Tautain) ha stabilito un record, la traversata dell’Atlantico in 23 ore.
Lo attendono politici, stampa, ammiratori, curiosi ed il fedele amico Octave (Jean Renoir). Ma tutto questo non conta; come detta la legge “cerchez la femme”, è assente l’unica persona di cui gli importa, la bella straniera Christine (Nora Gregor).
Jurieu, che tenta un maldestro suicidio in auto, evocativo come l’albatros di Baudelaire, prova, con l’aiuto di Octave, a tornare alla carica.
È l’invitato d’onore alla pomposa festa nel castello di campagna che il nobile La Chesnaye (Marcel Dalio), marito di Christine, organizza, un po’ per celebrare l’eroe, un po’ per la noia olimpica che lo appesta.
Il dramma si trasforma in balletto, mezza nobiltà parigina si ritrova sulle tracce di Christine, mentre la servetta Lisette (Paulette Dubost, una bella faccia da) è contesa a colpi di spingarda dal vigile ma non urbano marito Schumacher (Gastone Modot) e dal simpatico bracconiere Marceau (Julien Carette).
En abyme, la partita di caccia vera e propria, un’ecatombe di lepri e fagiani uccisi dal “montaggio proibito”, il puntate-mirate-fuoco in piano sequenza, senza possibilità di trucchi.

“La regola del gioco” è girato in uno splendido bianco/nero, netto, altamente contrastato.
Persino il colore dei capelli e della pelle degli stranieri, Schumacher e Christine, rendono l’idea di una profonda e incolmabile distanza tra i personaggi.
La cinepresa volteggia come una commedia di Corneille e il cambio di registro, dal comico al drammatico, avviene spesso nella stessa inquadratura, in un film in cui salta subito all’occhio l’uso massivo dei long-take e della profondità di campo. Tale, per esempio, è l’oggetto di osservazione attraverso il cannocchiale che mostra prima una danza rituale di corteggiamento, di due uccellini, , subito dopo, quella, più goffa, tra due amanti; dalla commozione alla disperazione corre un solo attimo, uno schiaffo di panoramica.

Come succede in tutti i film di Renoir, gli attori imprimono ai loro personaggi quel di più, quell’interiorità che il regista ha sempre preteso e che mai nessuna recitazione ha osato negargli poiché il cinema di Renoir, pur tecnicamente tra i più complessi, ha sempre avuto l’attore al centro della scena, tanto che si ricorre spesso alla classificazione in Scuola Renoir contrapposta a quella Hitchcock, in cui l’attore è schiavo della sua sceneggiature di ferro. Tanto che, in un’intervista, a sir Alfred scappò una volta la frase: “Gli attori sono bestiame…”.

Renoir, per economizzare, indossa i panni di Octave, figura tutt’altro che secondaria.
Anche se non sarà ricordato come un fuoriclasse della recitazione, Renoir/Octave dà un apporto decisivo al film attraverso la sua fisicità, già sulla strada dell’abbondanza un po’ molle, decadente; anche la sua voce, quell’inconfondibile mix alto e profondo e il suo marcato accento parigino inframmezzato dall’argot, offrono quelle marche semantiche che fanno poi la differenza.

È un film ricco, ricco nel modo che fa la gioia degli spettatori, ricco di divagazioni e parentesi apparentemente gratuite ma che formano un nugolo di sottotesti che concorrono a perfezionare il tono e l’intensità della storia, come la rappresentazione de “La danza macabra” in uno dei teatrini serali al castello in cui gli scheletri danzanti raccordano i loro movimenti con le tresche che si stanno giocando, i corteggiatori di Christine, la caccia di Schumacher, la fuga di Octave…

Bando alle ciance, segnalo una buona versione DVD del film: se l’avete già visto è tempo lo rivediate; se non l’avete visto, dovete farlo assolutamente. Soddisfatti o rimborsati.