CAST & CREDITS

cast:
Jeremy Renner, Mary Elizabeth Winstead, Ray Liotta, Paz Vega, Andy Garcia

regia:
Michael Cuesta

distribuzione:
Bim distribuzione

durata:
112'

produzione:
Bluegrass Films

sceneggiatura:
Peter Landesman

fotografia:
Sean Bobbitt

montaggio:
Brian A. Kates

La regola del gioco | Recensione | Ondacinema

La regola del gioco

di Michael Cuesta

biografico, Usa (2014)

di Alberto Mazzoni

Voto: 6.0

Jean Seberg era una dea. Oltre a girare bei film, sosteneva finanziariamente e con la sua immagine varie cause. L'Fbi, quando era incinta, orchestrò una violenta campagna giornalistica diffamatoria, sostenendo che il figlio non era stato concepito con suo marito ma con un leader delle Black Panthers. LA Times, Newsweek, televisione. Lei ebbe un travaglio prematuro, il figlio non sopravvisse. Il funerale fu fatto con la bara aperta. Questo non fermò la stretta sorveglianza dell'Fbi, che continuò a pedinarla, intercettarla etc. Nelle vicinanze dell'anniversario della nascita del figlio più volte tentò il suicidio, e nel 1979 ci riuscì.

Gary Webb nel 1996 mostrò come la Cia supervisionasse un traffico di droga volto a finanziare l'acquisto di armi destinate ai terroristi antigovernativi del Nicaragua. La controffensiva mediatica non si fece attendere.  "La regola del gioco" è la storia di questo contrasto, una storia che merita di essere narrata. Siamo felici inoltre che Jeremy Renner reimpieghi il denaro guadagnato a interpretare film sostanzialmente imperialisti come gli "Avengers" per produrre e interpretare questo film. Il risultato è interessante, ma purtroppo non è incisivo come la vicenda meriterebbe. Peccato, perché nelle mani di un documentarista tosto come Laura Poitras di "Citizenfour" (il mio film dell'anno) o del Michael Mann di "Insider" poteva venire fuori qualcosa di memorabile.

Jeremy/Gary è un protagonista affascinante e il cast di contorno non è niente male, con il picco nel cameo di Ray Liotta, tranquillo e minaccioso come in un film di Scorsese. Il problema è nella mancanza di incisività della regia e della sceneggiatura. Niente di male, il tempo passa, le scene sono luminose e i passaggi standard ci sono tutti, fino alle vere immagini del protagonista subito prima dei titoli di coda. Ci sono la discussione sul tetto, il pasto in famiglia, il viaggio nel paese latino e quello a Washington, l'incontro in prigione, il barbecue. Ma è proprio questo il problema: è un taglio troppo convenzionale per un materiale così incandescente. Un esempio di come si poteva fare un film discreto anche senza essere Mann: "Fair Game" si basava su un fatto di cronaca simile (whistleblower punito dalle istituzioni con diffamazione) ma in fin dei conti la storia era molto meno interessante di quella di Gary Webb. Eppure ci metti alla regia un professionista con idee come Doug Liman, come attori due persone serie come Sean Penn e Naomi Watts, ed ecco che il film, senza essere un capolavoro, non si limita ad essere "di denuncia", ma diventa un thriller e anche una chiamata alle armi (di distruzione di massa).

"La regola del gioco" merita la visione per imparare divertendosi una storia di grande rilievo: meglio vedere le evoluzioni di Jeremy Renner in moto che leggersi una pagina cerchiobottista di Wikipedia. E' sorprendente vedere come Webb sia capitato su una storia così incredibile praticamente per caso, e via sia rimasto per coraggio, la colonna sonora è buona e non mancano alcuni momenti di tensione genuina. Ma siamo lontani dal vero cinema politico quanto da un buon thriller.