CAST & CREDITS

cast:
Kate Winslet, Matthias Schoenaerts, Alan Rickman, Helen McCrory, Stanley Tucci

regia:
Alan Rickman

durata:
117'

produzione:
BBC Films, The Bureau, K. JAM Media, Lionsgate, Lipsync Productions, Potboiler Productions

sceneggiatura:
Alison Deegan

fotografia:
Ellen Kuras

scenografie:
James Merifield

costumi:
Joan Bergin

musiche:
Peter Gregson

Le regole del caos | Recensione | Ondacinema

Le regole del caos

di Alan Rickman

commedia, Regno Unito (2014)

di Giancarlo Usai

Voto: 4.5

Di questo secondo film da regista di Alan Rickman ciò che più ci ha turbato non è stato tanto il passo falso di un interprete a tutto tondo così stimabile, né la noia indicibile che attanaglia per intere parti del film e neppure la vacuità di una sceneggiatura fumosa e superficiale. No, la cosa peggiore de "Le regole del caos" è dover accettare di vedere Kate Winslet così fuori forma e fuori parte. Uno va a vedere un film verso la fine della stagione, sapendo che si tratta di un recupero da "fondo di magazzino" dell'annata precedente, in più sopporta l'idea che si tratti di un soggetto che torna ancora una volta sull'epopea del re Luigi XIV di Francia; e però lo fa perché, magari, sa che ci sarà lei a illuminare la scena, con la sua classe cristallina, la sua espressività sofferta, il suo carisma sussurrato.

E invece ci si ritrova di fronte all'attrice britannica alle prese con una delle sue peggiori prove recitative, oltre che tristemente appesantita nel fisico (e nello sguardo). Si sa che la Winslet e Rickman sono amici, hanno molti legami ancora vivi con la scena teatrale londinese che li riavvicina di tanto in tanto. Probabilmente Kate avrà accettato per un debito di amicizia nei confronti del regista. Ma forse, proprio quel legame forte che c'è tra i due artisti, avrebbe forse dovuto consigliare alla star già premio Oscar di dissuadere l'autore del già apprezzato "L'ospite d'inverno" dal girare una commedia romantica in costume, ambientata nella Francia del diciassettesimo secolo.

Tutto è stanco, posticcio, mal gestito in questo film. Il ritmo langue, lo script è privo di mordente, la direzione degli attori lascia alquanto a desiderare. Troppo risibile è, infatti, lo spunto di partenza: un'architetta di giardini, famosa per il suo disordine ricercato, che conquista prima un collega che lavora a corte e poi entra di prepotenza nelle grazie della famiglia reale grazie alle sue doti e alla sua saggezza. Ovviamente, la Sabine protagonista è eternamente lacerata da un lutto che l'ha segnata irrimediabilmente, è chiusa all'amore e inoltre deve fare i conti con le cattiverie del palazzo reale. È una Francia di cartapesta quella che Rickman mette in scena, talmente è evidente è il suo non padroneggiare la materia e l'ambientazione storica cui si riferisce. Sembra fra l'altro l'unico a credere nel progetto: prova ne è il fatto che il suo personaggio, ovvero il re, è l'unico a non risultare totalmente trasparente durante la visione.

Ironico e sornione come è sempre stato anche quando è stato chiamato a ruoli da comprimario in produzioni hollywoodiane, lo stile di Rickman davanti alla macchina da presa è come sempre elegante e raffinato. È nella veste di regista che è rimandato a una prova d'appello: il suo piglio piano e compassato mal si addice a una storia che già non brilla autonomamente per brillantezza e originalità. Un ultimo accenno alla variante più singolare del soggetto: l'idea di parlare di giardinaggio, di arte creativa e visiva al servizio del verde attorno alla reggia, aveva un che di folle e stravagante che poteva destare attenzione. A conti fatti, però, lo spunto è davvero debole e superfluo. L'attenzione di uno spettatore, anche quello più avvezzo a pellicole ostiche, scema sicuramente dopo poche sequenze, per lo più ridondanti e prive di reale senso filmico.