CAST & CREDITS

cast:
Jared Leto, Ellen Burstyn, Jennifer Connelly, Marlon Wayans

regia:
Darren Aronofsky

durata:
102'

produzione:
Artisan Entertainment, Protozoa Pictures

sceneggiatura:
Hubert Selby Jr., Darren Aronofsky

fotografia:
Matthew Libatique

scenografie:
James Chinlund

montaggio:
Jay Rabinowitz

costumi:
Laura Jean Shannon

musiche:
Clint Mansell

Requiem for a Dream | Recensione | Ondacinema

Requiem for a Dream

di Darren Aronofsky

drammatico, Usa (2000)

di Matteo De Simei

Voto: 6.0
1998. Al Sundance Film Festival trionfa alla regia un giovane trentenne al suo esordio dietro alla cinepresa. Il film in questione è "π" , pellicola indipendente low cost dall'atmosfera alienante e delirante, scritta, prodotta e diretta da Darren Aronofsky, un newyorkese di Brooklyn dalla spiccata dote creativa.

2000. A seguito del successo di pubblico e critica con "π", Aronofsky decide di bissare il suo lavoro registico, questa volta concentrandosi sul libro del concittadino Hubert Selby Jr., "Requiem for a Dream" edito nel 1978. Quella che il regista opera è una trasposizione totalmente fedele al testo scritto, quasi un omaggio d'insieme allo scrittore, a cominciare dal titolo designato per questo nuovo film.

"Requiem for a Dream" viene presentato fuori concorso al Festival di Cannes nel 2000. Quelle che giungono agli occhi di pubblico e critica sono le immagini di un cancro, quello di cui è affetto la società del ventunesimo secolo, lo stesso che si manifesta sul braccio infetto di Harry/Leto.
Droga, prostituzione, televisione, progresso nichilista. Sono le immagini che appartengono alla vita di Harry e al suo cerchio interazionale, sua madre Sara, la sua ragazza Marion, il suo amico Tyrone.

Non esiste il Bene in "Requiem for a Dream". Non esiste nulla di anche apparentemente roseo. Solo il timido, flebile desiderio di fuggire anche stupidamente dalla realtà (Harry che assapora fantasticamente l'idea di giocare con la pistola di un poliziotto), l'illusione e l'ingenuità (la promessa di un'apparizione in tv che non avverrà mai), di un mondo oramai divenuto incomprensibile, assurdo, destinato al tracollo (un medico che, sprezzante del pericolo, prescrive anfetamine alla paziente troppo grassa), la nonchalance nel gettare via la propria vita dedicando la rimanente esistenza alla superficialità dell'immorale (Marion che diviene prostituta all'occorrenza, quando l'astinenza della droga diventa davvero intollerabile).

Non manca neppure un soffio di grottesco, che affiora dalla schiera di anziani che prendono beatamente il sole fuori dalle loro abitazioni, incuranti del caos che li circonda.

Aronofsky però rovina un qualcosa di potenzialmente interessante con la scelta di estremizzare oltre al contenuto anche lo stile, affidandosi alla vena creativa che lo ha reso una figura di spicco con la sua opera prima.
Fin dai primi minuti appare evidente l'esagerazione, l'abuso stilistico nell'uso della camera da presa; l'estro sperimentale (il montaggio velocissimo, i molteplici split screen, i suoni, la standardizzazione nel mostrare iperrealisticamente scene reiterate come la preparazione e l'effetto della dose o l'accensione e lo spegnimento della televisione) sembrano invece lasciare più spazio alla pateticità e alla presunzione di poter descrivere il tutto con un'eccessiva frenesia.

La sensazione è che seppur di fronte a evidenti pecche di fattura strutturale, il contenuto di "Requiem for a Dream" sia in ogni modo capace di destabilizzare lo spettatore e trasportarlo in un limbo di autoriflessione, ansia, panico, paura nei confronti del progresso e della caduta dei valori della nuova generazione americana (e non). Lo squallore del film degenera in concomitanza con la rovina fisica dei protagonisti, fino all'esagerato, raccapricciante finale dal sapore granguignolesco. E se la critica a tal proposito ne ha espresso tutto il suo rifiuto, il percorso autodistruttivo intrapreso dalla Burstyn colpisce come un pugno sullo stomaco e rappresenta il massimo dell' intera missione persuasiva attuata da Aronofsky. Tanto che in qualche modo subiamo anche noi l'elettroshock inflitto a Sara.

Certo, si è di fronte ad un'abbondante passo indietro rispetto a "π". "Requiem for a Dream" dimostra una comprensibile immaturità ma dispensa anche la consapevolezza di avere di fronte un potenziale regista dalla qualità indiscusse. Aronofsky tornerà a ritmi notevolmente meno sostenuti in "The Fountain" e soprattutto in "The Wrestler", dove la forma sembra stabilizzarsi più sull'ordinario.
Per una Jennifer Connelly dalla prestazione imbarazzante, un Ellen Burstyn (nomination agli Oscar) che è invece la colonna portante dell'intero cast. Da segnalare anche la trainante colonna sonora di Clint Mansell (inseparabile collaboratore del regista).
Vincitore di due Independent Spirit Awards.