CAST & CREDITS

cast:
Hanno Pöschl, Johannes Thanheiser, Ursula Strauss, Andreas Lust, Irina Potapenko, Johannes Krisch

regia:
Götz Spielmann

distribuzione:
Fandango

durata:
121'

produzione:
Spielmannfilm, Prisma Film

sceneggiatura:
Götz Spielmann

fotografia:
Martin Gschlacht

scenografie:
Maria Gruber

montaggio:
Karina Ressler

costumi:
Monika Buttinger

musiche:
Heinz Ebner

Revanche - Ti ucciderò | Recensione | Ondacinema

Revanche - Ti ucciderò

di Götz Spielmann

drammatico, Austria (2008)

di Diego Capuano

Voto: 6.0

Nella fredda Austria un oggetto gettato in un calmo laghetto fa più rumore di un colpo di pistola.
Ipotesi di un noir: una coppia di amanti sullo sfondo di un quartiere a luci rosse. Ricatti, malavita, il sogno di una fuga e una rapina in banca. Un'altra variante di Bonnie e Clayde, si direbbe. Lui, lei e la fuga impossibile. La prima parte di "Revanche" è un'analisi sull'impossibilità di modellare il cinema austriaco secondo i canoni di genere. Nelle squallide stanze di tristi alberghetti si consumano i rari attimi di piacere (carnale), che si rivelerà poi essere un amore o, quantomeno, una possibilità d'amare.

La rapina è senza suspense. Non c'è suspense prima, né tantomeno dopo. Il piano della vendetta passa attraverso una quotidianità fatta di nulla, il cui silenzio sembra spezzato esclusivamente dal rumore della legna spaccata.
Sono più grigi i margini della periferia viennese oppure questa campagna austriaca? L'approdo a questo asettico scenario ci porta in un contesto esistenziale che i più ricondurranno a un immaginario dostojevskiano/ bergmaniano. In realtà senza spaziare psicologicamente come avrebbe fatto il cineasta svedese, quanto piuttosto lasciar consumare li' senza interventi supplementari l'evolversi (anti)emozionale del protagonista Alex.
L'apologo interiore sembra non trovare reali sbocchi e, anzi, dona, non senza un pizzico di provocatorietà, l'input della ripartenza proprio al colpevole, per mano divina e con sguardo proiettato a un futuro senza sensi di colpa.

Il tutto con il solito sguardo freddo e distaccato, proprio del cinema austriaco, i cui più noti esponenti, Michael Haneke e Ulrich Seidl, hanno reso celebre anche da noi. Ma stavolta non c'è quella sospensione che ci consegna attoniti in riflessioni in apnea. La resa dei conti, è insoddisfacente perché poco probabile sia in un percorso di genere che in una parabola di redenzione. Un finale che lascia l'amaro in bocca e che attira con sé i peccati di una regia che nel suo distacco forse stavolta nasconde qualche peccato para-televisivo e la scusa della freddezza può talvolta nascondere mancanza di coraggio. Come una macchina ben oliata, geometricamente inappuntabile, ma che resta perennemente nel parcheggio.
Rimane comunque un senso di incertezza, una desolazione senza via d'uscita, il vuoto dell'ambiente che si riflette nella mediocrità dell'umanità che si aggira tra le strade e i boschi autriaci. Racchiusa in un silenzio asfissiante: prima, durante e dopo, solo agli uccelli che osservano l'umanità dall'alto è concesso spezzare il silenzio cinguettando.