CAST & CREDITS

cast:
Leonardo Di Caprio, Kate Winslet, Michael Shannon, Ryan Simpkins, Kathy Bates

regia:
Sam Mendes

distribuzione:
Universal Pictures

durata:
119'

sceneggiatura:
Justin Haythe

fotografia:
Roger Deakins

scenografie:
Kristi Zea

montaggio:
Tariq Anwar

costumi:
Albert Wolsky

musiche:
Thomas Newman

Revolutionary Road | Recensione | Ondacinema

Revolutionary Road

di Sam Mendes

drammatico, Usa, Uk (2008)

di Alex Poltronieri

Voto: 8.0
"American Beauty" dieci anni dopo. Ovvero, come sarebbe andata a finire se Jack e Rose si fossero salvati dall'affondamento del Titanic, sposandosi e andando a vivere insieme? Sam Mendes porta sul grande schermo un romanzo di Richard Yates per affrontare, ancora una volta, i temi portanti della sua filmografia: la famiglia e il fallimento del "sogno americano". Argomenti risaputi senza dubbio, eppure inquietantemente attuali negli Usa del 1961 (anno in cui fu pubblicato il libro), come in quelli odierni, appena usciti dall'amministrazione Bush.
 
Il risultato si potrebbe, semplicisticamente, definire "un solido film drammatico", uno di quelli vecchio stampo, fatti di grandi interpretazioni e dialoghi memorabili, come ad Hollywood ormai non se ne vedono più. Ad una lettura più approfondita è anche la dimostrazione di come Mendes sia maturato con gli anni (da rivalutare il suo "Jarhead"), riuscendo ad epurare il suo ultimo film dai difetti che appesantivano il sopravvalutato "American Beauty". Perché da questa prospettiva "Revolutionary Road" è un'opera molto più disperata e a fuoco dell'esordio del regista inglese. Non offre mai ai suoi protagonisti facili scappatoie. Certo, anche il personaggio di Frank (Leonardo Di Caprio), come quello di Kevin Spacey nel film citato poc'anzi, è schiavo di un lavoro che non sopporta. Ma il malessere di cui soffrono lui e la moglie April (Kate Winslet) è qualcosa di più profondo e indecifrabile dei banali drammi dei personaggi di "American Beauty". È lapalissiano che situando la vicenda nel 1955, nel pieno del boom economico statunitense, Mendes punta anche all'apologo morale, ma le sfumature sono tante e interessanti.
 
Il bellissimo quartiere in cui è situata la casa dei Wheeler, così come la stessa magione, dai colori freddi e le stanze deserte, assumono i contorni di una lussuosa prigione da cui Frank, e soprattutto April, non possono fuggire. Una sorta di "Sea Heaven" di "The Truman Show", un mondo fasullo ma incredibilmente "reale", in cui i sogni non sono destinati ad avverarsi, dove la fantasia di un luogo lontano e mitico (Parigi) è destinata, appunto, a rimanere un pio desiderio. April è obbligata ad accettare e farsi bastare l'illusione di una vita completa e perfetta: un bel marito, due figli, una casa enorme e un conto in banca invidiabile. Chiedere di più sarebbe una follia. Difatti il marito, di fronte alle sue sfuriate, minaccia di affidarla ad uno psicanalista e, non a caso, l'unica persona che dimostra vera comprensione ed empatia nei confronti dello stato d'animo di April è un uomo giudicato "mentalmente instabile" (Michael Shannon, che resta in scena pochi minuti ma lascia il segno).

Il regista non condanna né assolve i protagonisti, anche se la bilancia pare propendere per l'emancipata e sicura April. Frank-Di Caprio è più sfaccettato e controverso, è un uomo innamorato e generoso, eppure debole e senza il coraggio necessario per realizzare le proprie aspirazioni (in gioventù aveva giurato di non finire come il padre, ma superati i trent'anni ne svolge il medesimo lavoro) o rendere felice sua moglie. È diviso tra la volontà di abbracciare ideali e liberali e "alternativi" (farsi mantenere dal lavoro della moglie, ipotesi che solletica l'ilarità dei colleghi del lavoro) e certi antiquati atteggiamenti da pater familias.

Aiutato da due straordinari interpreti come Di Caprio e Winslet, Sam Mendes lascia i suoi personaggi a briglia sciolta, li fa piangere e urlare, non cerca facili soluzioni o poeticismi da quattro soldi (il sacchetto fluttuante "scult" di "American Beauty"), ma dirige, senza sbavature, un melò cupo e dolente, che rimane sottopelle. Parafrasando il titolo di un altro film del regista, questa più che "Revolutionary Road" ci pare "Perdition Road".