CAST & CREDITS

cast:
Elijah Wood, John Cusack, Kerry Bishé, Alex Winter

regia:
Eugenio Mira

distribuzione:
M2 Pictures

durata:
90'

produzione:
Rodrigo Cortés, Gabriel Arias-Salgado

sceneggiatura:
Damien Chazelle

fotografia:
Unax Mendìa

scenografie:
Javier Alvariño

montaggio:
Jose Luis Romeu

costumi:
Patricia Monné

musiche:
Victor Reyes

Il ricatto | Recensione | Ondacinema

Il ricatto

di Eugenio Mira

thriller, Spagna (2014)

di Matteo Pernini

Voto: 5.0

Ritiratosi dalle scene dopo un memorabile fiasco, il pianista Tom Selznick (Elijah Wood) scopre con disappunto che proprio durante la serata del suo ritorno sul palcoscenico qualcuno tra il pubblico ha voluto sincerarsi della sua ispirazione tenendolo sotto tiro con un fucile, affinché non sbagli neppure una nota. Che possa trattarsi di un'infelice burla per deridere la sua fobia della ribalta è il primo pensiero che lo accarezza, ma il cecchino sembra non aver tempo da perdere e chiarisce la gravità della situazione con un silenzioso colpo di avvertimento che buca il tappeto rosso accanto al pianoforte. Quella che doveva essere una tranquilla esibizione in onore del mentore appena scomparso (e autore de La Cinquette, il brano impossibile che aveva decretato cinque anni prima il suo insuccesso) diviene, così, una ricerca disperata dell'interpretazione perfetta.

Metamorfizzando l'ansia da palcoscenico nel reale pericolo di un anonimo tiratore in agguato tra il pubblico, il regista Eugenio Mira svela sin dall'inizio la non troppo sottile ironia di un registro espressivo apertamente votato al puro divertissement. Non c'è, ne "Il ricatto", un solo piano sequenza, carrello, volteggio della macchina da presa che non denunci il piacere di un gioco fieramente gratuito, nessuna citazione che non si accompagni al puro incanto della tradizione. Non a caso si sono fatti i nomi di Hitchcock e De Palma, sorta di numi tutelari dell'impresa e maestri di un Cinema astratto, apertamente votato a un'infinita ricchezza stilistica e altresì ostile alle infelici gabbie della verosimiglianza.
Se, però, questa è la direzione cui mira lo sguardo del regista, va detto che il percorso imboccato è tutt'altro che privo di asperità e il risultato dimostra, qualora ve ne fosse ancora bisogno, quanto non sia sufficiente ripercorrere agilmente un discreto numero di cliché espressivi per restituire il fascino di una messa in scena hitchcockiana.

Quel che nuoce al film è anzitutto l'approssimazione del gesto,  l'erronea convinzione che un insolito movimento di macchina possa celare in sé chissà quali ragioni estetiche, in genere: l'incomprensione della natura sfacciatamente autoreferenziale del mondo depalmiano, un impero dello sguardo in cui la grammatica del cinema celebra se stessa e il segno non è affatto gratuito, ma ritrova in sé il fine da perseguire.
E a chi obiettasse l'inutilità di ricorrere a simili spiegazioni per analizzare quello che è un dichiarato svago improntato al piacere del puro intrattenimento, si vuole ricordare che lo spettacolo non è affatto estraneo alla grammatica del cinema e inseguire la leggerezza è forse uno degli obiettivi più ardui per un cineasta. Ne "Il ricatto" Mira confonde l'esito con il metodo e anziché fare della leggerezza il fine di una tensione narrativa, la elegge a portabandiera di un approccio superficiale, che svela tutta la sua pochezza nel finale macchinoso, in cui, anziché celebrare l'arte del MacGuffin lasciando scivolare lentamente dalla memoria dello spettatore l'assurdo e inverosimile motivo alla base dell'intreccio, opta per un banale svelamento con chiusura in sospeso, che tanto va di moda nelle odierne produzioni di trame a suspence.

Due cose, infine, hanno conquistato la nostra attenzione: il ricorso ad un acuto sostrato di ironia, che celebra una delle principali caratteristiche dell'impianto narrativo htichcockiano (gli amici che prima dell'esibizione augurano a Tom buona fortuna - in originale "break a leg" - risultano, col senno di poi, parenti stretti del poliziotto che in "Psycho" avvertiva Janet Leigh che sarebbe stato più sicuro trascorrere la notte in un motel piuttosto che a bordo strada) e un'efficace scelta di montaggio nell'omicidio della fanciulla sgallettata, cui suona il cellulare in platea.
Troppo poco, in definitiva, per dirsi realmente soddisfatti e stavolta neppure l'ingresso di John Cusack sul finale riesce a risollevare le sorti di un'orchestrazione maldestra, che spera di trovare, nel nugolo di citazioni e rimandi, una toppa alle proprie irriducibili mancanze.