CAST & CREDITS

cast:
Bill Murray, Bruce Willis, Kate Hudson, Leem Lubany, Arian Moayed, Scott Caan, Danny McBride, Fahim Fazli

regia:
Barry Levinson

distribuzione:
Eagle Pictures

durata:
106'

produzione:
Dune Films, QED International, Shangri-La Entertainment, Venture Forth

sceneggiatura:
Mitch Glazer

fotografia:
Sean Bobbitt

scenografie:
Niels Sejer

montaggio:
Aaron Yanes

costumi:
Deborah Lynn Scott

musiche:
Marcelo Zarvos

Rock the Kasbah | Recensione | Ondacinema

Rock the Kasbah

di Barry Levinson

commedia, Usa (2015)

di Eugenio Radin

Voto: 4.5

È un'opera parecchio sottotono questo "Rock The Kasbah", ultimo lavoro di Barry Levinson: commedia ispirata alla storia vera (molto romanzata) di Setara Hussainzada: prima donna ad aver cantato e ballato in diretta tv in Afghanistan.
Un film che parla di emancipazione femminile nel mondo islamico, un film sull'arte come lingua universale risolutrice di conflitti, ma purtroppo anche un film dalle molte debolezze, che non sembra affatto avere, dietro alla macchina da presa, il grande regista che ci ha regalato capolavori come "Rain Man - L'uomo della pioggia", "Sleepers" e "Sesso e potere".

Richie Lanz è un vecchio manager musicale in bancarotta, interpretato da un Bill Murray anche lui affaticato e incanutito, che per racimolare qualche quattrino decide di portare una della sue clienti in tour in Afghanistan. Si ritroverà abbandonato dalla cantante, senza soldi, senza documenti e cercherà di tornare a casa chiedendo aiuto a una serie di bizzarri personaggi: un mercenario aspirante scrittore (Bruce Willis), una prostituta (Kate Hudson), un tassista amante di Madonna e una coppia di speculatori di guerra, tutti intenzionati ad aiutarlo, affabulati dalle sue abilità istrioniche, più che manageriali.
Richie si imbatterà però per caso in una ragazza pashtun dalle abili doti canore: Salima (Leem Lubany). Ne rimarrà stregato e si convincerà di aver trovato il talento che da tempo cercava. Rinuncerà allora al proposito di tornare in patria, per cercare con tutto se stesso di far esibire la ragazza ad Afghan Star: il talent-show locale, contraddicendo ai precetti del mondo islamico che vietano alle donne di esibirsi in pubblico.

Levinson sembra un po' riciclare se stesso, riproponendo sul grande schermo il tema dello scontro tra musica Rock e luoghi di guerra, già magistralmente utilizzato in "Good Morning, Vietnam!".
Un confronto non potrebbe però che sfavorire questa ultima impresa: tra un fotogramma e l'altro sembra mancare infatti un ingrediente essenziale: la passione, la necessità sentita di raccontare qualcosa, l'originalità. Sembra mancare una capacità di elevarsi dallo stagno della mediocrità, in cui questo film, inevitabilmente, finisce per sguazzare.
Anche la tecnica è in sé mediocre e non propone momenti di intensità visiva: i bombardamenti al napalm sulle note di "What A Wonderful World" della pellicola del 1987, sopra citata, sembrano lontani anni luce dall'estetica di quest'ultimo lavoro. Si può fare un'eccezione, forse, per la scena in cui Salima canta Cat Stevens nella grotta, ma sono pochi i momenti non facilmente dimenticabili.

Manca soprattutto un perno attorno al quale la storia possa gravitare: non ci sono interpretazioni carismatiche come era stata quella del rimpianto Robin Williams. Bill Murray infatti non sembra essere al massimo delle sue forze e per quanto la sua immedesimazione in un personaggio in crisi, anacronistico e talvolta irritante sia abbastanza credibile, la sensazione che se ne trae è che manchi linfa all'interpretazione.

Ma il peccato più grande di cui "Rock The Kasbah" sembra macchiarsi è quello dell'incapacità, ancora una volta, di realizzare un film capace di affrontare il tema dell'Altro, senza doverlo decostruire e tradurre in un'ottica occidentalizzata. Ciò è già profeticamente evidente sin dal titolo: la Kasbah non è in Afghanistan, è nel Nord Africa, come fa notare la figlia di Richie in una delle prime scene. È il sintomo di un'irrefrenabile tendenza dell'America (ma non solo) alla generalizzazione di tutto ciò che non rientra nel proprio universo culturale.
Ciò che ne risulta è un'evidente fatica a raccontare una storia, che sembra allora non esser mai filmabile senza una contaminazione: come se qualcosa ci facesse percepire che la vera sagoma di ciò che vediamo sia stata distorta da un intervento esterno.
Anche i personaggi, dal tassista al padre di Salima, sembrano ragionare con una mentalità estranea a quella del loro mondo, denunciando l'impossibilità del cinema occidentale di costruire un personaggio autentico, che non rientri negli schemi a cui siamo abituati.
Il vizio del semplificare è evidente e agisce ai danni dell'intera struttura narrativa, contribuendo nella costruzione di un prodotto frivolo, nebulizzato e, in più momenti, banale. Nella seconda parte del film in particolare, entrano in scena un buonismo e una positività che stridono con le tematiche trattate e che finiscono col ritrarre in maniera poco credibile i personaggi.

Insomma "Rock The Kasbah" risulta essere in primis un grande dispiacere: una buona idea, sviluppata in maniera semplicistica e aporetica. Le tematiche ci sono: c'è la musica come un qualcosa che supera le barriere della guerra, che fa vedere orizzonti proibiti e che proprio per questo è temuta da chi, nel conflitto o nel bigottismo, ha da guadagnarci.
Tutto ciò fa capolino di tanto in tanto, ma rimane per lo più intrappolato in una cornice superficiale e occidentalizzante.
Risaltano la bellezza di Leem Lubany, alla sua terza prova attoriale, e la colonna sonora, che ripropone classici del rock come "Wild World" e "Knocking On Heaven's Door" e che era il minimo per un film che sin dal titolo prometteva come protagonista la musica. Peccato rimangano in silenzio i The Clash, al cui brano la pellicola deve il titolo.
Ma, a parte questi pochi elementi, sono troppi  gli errori per un regista come Levinson, capace di donare molto alla settima arte, come già ha fatto e come, speriamo, rifarà.