CAST & CREDITS

cast:
Halit Ergenç, Tuba Büyüküstün, Nejat Isler, Mehmet Günsür, Serra Yilmaz, Zerrin Tekindor

regia:
Ferzan Ozpetek

distribuzione:
01 Distribution

durata:
115'

produzione:
R&C Produzioni, Faros Film, Rai Cinema, BKM Imaji

sceneggiatura:
Ferzan Ozpetek, Gianni Romoli, Valia Santella

fotografia:
Gian Filippo Corticelli

montaggio:
Patrizio Morone

musiche:
Giuliano Taviani, Carmelo Travia

Rosso Istanbul | Recensione | Ondacinema

Rosso Istanbul

di Ferzan Ozpetek

drammatico, Italia/Turchia (2017)

di Stefano Guerini Rocco

Voto: 3.5

 

A vent'anni esatti di distanza dall'esordio con "Hammam - Il bagno turco", Ferzan Ozpetek torna nella natia Turchia adattando per il grande schermo il suo romanzo omonimo edito da Mondadori. In un gioco di rimandi in cui la vita imita l'arte, o forse viceversa, anche al centro di "Rosso Istanbul" c'è un ritorno: quello di Orhan, editor di stanza a Londra, richiamato a Istanbul dopo un'assenza di qualche lustro per aiutare il famoso regista Deniz a completare la sua ultima fatica letteraria. Quando però una notte Deniz scompare misteriosamente, senza lasciare traccia di sé, Orhan si ritrova irrimediabilmente prigioniero della casa e delle relazioni, talvolta torbide e complesse, del suo ospite. Sopraffatto da un turbinio di sentimenti contrastanti, l'uomo vorrebbe scappare e tornare al sicuro in terra albioniana, ma un'ispettrice di polizia gli intima di restare. Per Orhan sarà l'occasione di affrontare emozioni e ricordi che credeva ormai definitivamente sbiaditi, rivolgersi al passato con animo dolente ma benevolo e, finalmente, pacificarsi coi propri fantasmi.

Nonostante le premesse, "Rosso Istanbul" è un film che smentisce puntualmente ogni aspettativa, al punto di arrivare a contraddire il suo stesso titolo. C'è poco rosso, infatti, nell'ultima fatica del cineasta turco, che ha raggiunto gli esiti migliori della sua (modesta) filmografia con melodrammi a tinte forti conditi da un pizzico di esotismo come "Le fate ignoranti". Qui, al contrario,  raffredda un materiale narrativo potenzialmente incandescente per imbastire una sorta di thriller psicologico che si trasforma presto in un racconto di (ri)formazione trattenuto e pudico - o almeno così si vorrebbe. L'operazione, però, non possiede la finezza analitica e l'intelligenza stilistica del "Julieta" di almodovariana memoria, finendo così per risultare appesantita dalla freddezza dell'artifizio, dall'affettazione di svolte narrative incoerenti, dall'ampollosità di personaggi che sembrano esprimersi esclusivamente attraverso aforismi grossolani pronti per l'incarto di un cioccolatino.

Soprattutto, e colpevolmente, c'è pochissima Istanbul nel film. Ozpetek si crogiola sciorinando davanti agli occhi dello spettatore (occidentale, si suppone) una serie di raffinate cartoline del Bosforo e ammiccanti intrusioni in appartamenti di lusso. Si sforza di fotografate una Istanbul protesa al futuro e in vivace trasformazione, costantemente animata dal rumore delle trivelle, il cui skyline si sta rapidamente arricchendo di grattacieli e palazzi ultramoderni. Ma nei suoi sofisticati salotti, nelle sue ville sul fiume e nei suoi pittoreschi caffè, non trovano spazio, incomprensibilmente, la paura degli attentati, le proteste dei militanti, l'attualità dei profughi curdi, le purghe e le minacce del regime Erdogan. Oppure, quando sono presenti, come le cosiddette "madri del sabato" che reclamano in piazza i propri figli scomparsi, vengono ridotte a sfondo folkloristico, mentre i protagonisti sfilano nei loro eleganti completi, con espressione attonita ed estranea - anzi, peggio, indifferente.

Con la capacità di osservazione da "turista della democrazia" (cit.), Ozpetek, cantore dei sentimenti, rimane ottusamente cieco di fronte alle tensioni e alle inquietudini che turbano il suo Paese natale, incapace di restituire con una messinscena efficace, atta ad assurgere al valore di testimonianza civile, il clima cupo e greve che avvolge l'incerto presente turco. In questo senso, "Rosso Istanbul" non è certo un film politico. Ma, drammaticamente, non può dirsi nemmeno un melodramma riuscito, né un noir dell'anima, come forse vorrebbe essere, poiché la trama gialla si sfrangia rovinosamente in svolte, spunti e colpi di scena di assoluta inconsistenza.

"Rosso Istanbul" è, avvilentemente, un film inutile. Che è peggio di un film brutto, perché non ha nemmeno la capacità di indignare o scatenare un dibattito. Semplicemente, e si spera plausibilmente, sembra un'opera destinata alla fine del suo protagonista: scomparire nel silenzio, senza lasciare traccia di sé.