Safari | Film | Recensione | Ondacinema

Ondacinema

recensione di Matteo Pennacchia
7.0/10

Seidl torna in Africa a quattro anni da "Paradise: Love", non più in un resort kenyota dove donne di mezza età inseguono ideali amorosi tramite sesso esotico a buon mercato, ma in una riserva di caccia, in una savana dove risuonano solo frinire di insetti e colpi di fucile. "Safari", concepito assieme alla moglie Veronika Franz, inquadra un manipolo di appassionati austriaci e tedeschi vestiti come si addice ai più tradizionali bwana e prosegue il discorso del primo capitolo della trilogia Paradise attraverso il linguaggio di "Im Keller": la dedizione sconfinante nel fanatismo inavvertito dei connazionali di Seidl che conservano in cantina cimeli nazisti e attrezzature sadomaso emerge con la stessa intensità nelle parole, nelle azioni e nei non-sguardi dei cacciatori dell'ultima fatica documentaria del regista, riallacciandosi alle tematiche geografiche, politiche ed economiche che invece innervavano il film del 2012. Lì il disagio sboccava dallo squallore, qui non certo dalle scene crude e dettagliate di scuoiamento e macellazione di cui sono vittime una zebra e una giraffa, bensì dal senso di abissale distanza dalla realtà espressa dai soggetti umani e occidentali in questione.

Marginalizzata la centralità del corpo forzosamente antiestetico, altrimenti costante della filmografia di Seidl, in "Safari" il tentativo di costituire un'autenticità oltre il naturalismo che parli dalle e delle pieghe del contemporaneo avviene più con camera a mano che con i peculiari tableaux frontali e geometrici, comunque presenti e usati a mo' di punteggiatura di un montaggio mai tanto partecipe (formalmente). L'attacco è affidato alla voce di una coppia di anziani ed è subito dichiarazione di intenti: è snocciolato un lungo elenco di animali africani sacrificabili sull'altare della capricciosa esigenza occidentale, con relativo valore monetario di ognuno. Cuore in pace, animalisti: sperare in una scelta di campo attivista di Seidl vuol dire non conoscerne o non condividerne l'approccio cinematografico, che osserva, accentua, estenua la visione e i suoi oggetti intervenendo sulla messa in quadro senza intervenire nel nulla etico messo in scena.
Contraddizioni caratteristiche, forse, materializzate anche nei protagonisti di "Safari", una inquietante famigliola di cacciatori e le loro eterne battute (di caccia e verbali) da cui la mdp sembra impossibilitata a staccarsi: l'obiettivo li coglie nell'istante dopo lo sparo attraversati da un evidente brivido orgasmico, quando poco prima avevano chiarito che i leopardi non vanno uccisi perché troppo belli o troppo rari; e poi poco dopo li guarda smanacciare impassibili il cadavere caldo di uno gnu abbattuto con un colpo perfetto, per metterlo in posa per una foto ricordo, e abbracciarsi esaltati e fieri dell'impresa.

Tra asserzioni sulla vita e sulla morte pronunciate con affettata gravità o ebete leggerezza l'ipocrisia del fenomeno umano confluisce nelle due prospettive sociali, locale e straniera, parallele e aliene l'una all'altra che demarcano scopo e senso delle cose, e che Seidl alterna e contrappone per novanta minuti. La lunga sequenza finale tocca vertici di potenza cinematografica senza per giunta rimanere fine a se stessa, eventualità per la quale non sarebbe stata meno potente: l'agonia della giraffa con un proiettile nel petto che ancora viva cerca di rialzarsi sembra scombinare per un attimo l'ordine di pensiero ed emotivo dei suoi uccisori, che a pochi metri la squadrano senza sapere come comportarsi né quale precisa espressione del volto assumere; laggiù intanto altre giraffe fissano gli avvenimenti, completamente immobili; minuti interi congelati in quella stasi imprevedibile di cui spesso parla Herzog (es. "Grizzly Man") e che neanche programmata nella migliore sceneggiatura avrebbe simile impatto visivo.

Dopodiché il regista privilegia lo spettatore e mostra ciò che avviene dopo la caccia, ciò che i cacciatori non guardano mai avvenire. La giraffa è caricata su un furgoncino in maniera piuttosto comica, portata in una baracca, scorticata, squartata, sezionata e mangiata. Forse definire divertimento la febbrile rincorsa alla scarica di adrenalina dei cacciatori occidentali è riduttivo, sbagliato, ma l'effettività che si palesa nel ritorno al discorso economico che apre e chiude "Safari" sta in quel qualcosa che per alcuni è hobby o ideale o proiezione e per altri è pura sopravvivenza, e il cui discrimine è sempre il denaro, a prescindere dalle considerazioni quietamente razziste che spuntano qua e là e dai proclami ambiental-apocalittici che introducono i titoli di coda suggerendo che se l'uomo sparisse dalla faccia della Terra, per la Terra non sarebbe un male.


31/08/2017

Cast e credits

cast:
Manuel Eichinger, Gerald Eichinger, Marita Neemann, Markolf Schmidt, Volker Neemann


regia:
Ulrich Seidl


distribuzione:
Lab 80 film


durata:
91'


produzione:
Ulrich Seidl Film Produktion GmbH


sceneggiatura:
Ulrich Seidl, Veronika Franz


fotografia:
Ulrich Seidl, Wolfgang Thaler


montaggio:
Christof Schertenleib


Trama
Documentario "alla Seidl" su un gruppo di austriaci e tedeschi appassionati di caccia in Namibia