CAST & CREDITS

cast:
Salvador Allende, Alejandro Gonzáles, Ema Malig, Edward M. Korry

regia:
Patricio Guzmán

distribuzione:
Fandango

durata:
100'

produzione:
JBA Productions

sceneggiatura:
Patricio Guzmán

fotografia:
Patricio Guzmán, Julia Muñoz

Salvador Allende | Recensione | Ondacinema

Salvador Allende

di Patricio Guzmán

documentario, Belgio/ Cile/ Francia/ Germania/ Spagna/ Messico (2004)

di Claudio Zito

Voto: 6.5
Era il 1973 quando il golpe di Pinochet metteva fine all'esperienza del governo di Unidad Popular, con cui Salvador Allende tentava di percorrere una tortuosa via democratica al socialismo. Un giovane regista, il ventitreenne Patricio Guzmán, immortalava quei drammatici momenti nel monumentale documentario "La battalla del Chile", che riusciva a completare in esilio a Cuba. A distanza di trent'anni, eccoci ancora con Guzmán, ancora con un documentario, sui medesimi temi.

E' senz'altro l'onda lunga del successo di Michael Moore ad aver consentito a un'opera simile di giungere (a differenza dei lavori precedenti dell'autore) sui nostri schermi, per giunta su quelli grandi. Se proprio si voleva mostrarlo in Italia (essendo un documento interessante ne valeva senz'altro la pena) non sarebbe stato più opportuno trasmetterlo in televisione? Dato il suo impatto visivo sostanzialmente modesto, la risposta è senz'altro affermativa, ma è un discorso che vale per la stragrande maggioranza dei documentari, che tuttavia costituiscono un genere di moda e pertanto finiscono dritti nelle sale. Anche col rischio, come in questo caso, di passare completamente inosservati.

Facendo un passo indietro, ci si potrebbe altresì chiedere come mai, a tre decenni dal colpo di stato, l'autore sia tornato sulla questione. La risposta si può trovare da un lato nella filmografia del regista, la cui vita è stata segnata indelebilmente da quell'esperienza, che l'ha condotto a tornarvi ciclicamente con i sui film (si veda ad esempio "Chile, la memoria obstinada" del 1997). Ma è altresì probabile che le nuove esperienze progressiste dell'America Latina l'abbiano spinto a rispolverare vecchie diatribe mai risolte che avevano animato infiniti dibattiti all'interno della sinistra. E chissà se, mostrando i vecchi militanti che si interrogano sull'opportunità di distribuire le armi al popolo (non si può mica fronteggiare un colpo di stato militare attrezzati come boy-scout, come afferma uno di loro) o di mantenere in vita a oltranza le istituzioni democratiche, Guzmán non abbia pensato al tentativo di golpe, come al solito foraggiato dagli Usa, che ha rischiato di rovesciare il governo Chávez in Venezuela soltanto un paio di anni prima rispetto al film.

Come il titolo suggerisce, il lungometraggio si concentra soprattutto sulla figura del presidente Allende, interrompendosi proprio al momento del colpo di stato e mostrando anche qualche episodio poco noto, come l'assalto e il saccheggio alla sua abitazione. Il ritratto, che spazia dalla sua vita privata (la parte meno interessante del film, assieme ai rari ricordi autobiografici del regista) alle enormi controversie politiche che il personaggio ha sollevato, è complesso e sfaccettato. Certo, l'esaustività non si può pretendere, ma le rare omissioni che l'autore si concede (due esempi a caso: le accuse di antisemitismo rivolte ad Allende e l'inefficacia delle misure con cui ha cercato di contrastare la crisi iperinflazionistica) non rappresentano probabilmente le questioni cruciali.

Il documentario si dipana in maniera abbastanza convenzionale, facendo ampio ricorso ai ricordi dei protagonisti di allora. Da un lato alcuni dei molti militanti che avevano visto in Allende un simbolo, oltre che un leader; che avevano riposto in lui molte delle loro speranze, ma non avevano esitato a criticarlo aspramente, per la sua estenuante strategia basata su continue mediazioni. Uno dei punti più alti del film è un primo piano del presidente che palesa un volto basito e al tempo stesso deluso di fronte a un'aperta contestazione, che udiamo chiaramente ma che Guzmán, interessato soprattuto alla reazione del leader, lascia fuori campo.
Dall'altro lato un protagonista di quelle fasi, l'ambasciatore statunitense di allora, che rievoca gli ordini di Kissinger e Nixon volti a impedire con qualunque mezzo che Allende assumesse il controllo del Paese. Il ghigno sprezzante con cui racconta quegli eventi vale più di mille saggi sull'imperialismo americano.

Ma la forza del film risiede soprattutto nella passione civile che il regista, sposando splendide immagini di repertorio e canti di lotta, riesce a trasmettere allo spettatore, facendolo immergere nella realtà dell'epoca, commuovendolo e invitandolo a riflettere.