CAST & CREDITS

cast:
Julianne Moore, Stephen Dillane, Eddie Redmayne, Hugh Dancy, Elena Anaya

regia:
Tom Kalin

distribuzione:
Bim

durata:
96'

produzione:
Monfort Producciones, Killer Films, Celluloid Dreams Productions, ATO Pictures, 120 dB Films, A Cont

sceneggiatura:
Howard A. Rodman

fotografia:
Juan Miguel Azpiroz

Savage Grace | Recensione | Ondacinema

Savage Grace

di Tom Kalin

drammatico, Usa/ Spagna (2007)

di Diego Capuano

Voto: 4.0

Esiste un cinema anti-borghese, fustigatore della classe "alta", pungente e graffiante con artigli affilati e passo felpato. C'è poi il cinema borghese, il film d'autore che si trascina tra ricchi salotti e toni fintamente scabrosi.
"Savage Grace", secondo lungometraggio del regista, produttore e sceneggiatore Tom Kalin (fieramente gay ed esponente del New Queer Cinema) dopo "Swoon", appartiene decisamente alla seconda categoria. E non è un vanto da poter mettere in cassaforte.

La pellicola è ispirata a un fatto di cronaca nera: l'assassinio di Barbara Daly, datato 1972, per mano del giovane figlio, successivo a rapporti incestuosi e morbosi tra i due.
Allo spettatore non viene risparmiato nulla: incesto, omosessualità, sesso a tre e, per l'appunto, assassinio finale.

L'irrecuperabile problema del film non è soltanto l'assoluta mancanza di coraggio, ma anche l'ipocrisia nell'ostentare determinati temi e tirarsi puntualmente indietro al momento degli atti fatali. Un po' come Julianne Moore, che dovrebbe mettersi in gioco in un ruolo estremo e coraggioso e che in immagini risulta invece inspiegabilmente casta.

Ne risulta un film che non è né melodramma né indagine psicologica. Il materiale poteva essere invitante, sebbene anche grandi registi in passato abbiano riscontrato problemi nell'affrontare temi incestuosi ("La luna" di Bernardo Bertolucci, "Soffio al cuore" di Louis Malle), ma Kalin non ci prova nemmeno ad affondare il bisturi, a scavare in psicologie i cui tormenti pure avrebbero dovuto offrire un interesse anche se minimo. Non c'è nulla di tutto ciò.

Cosa resta di "Savage Grace"? Una confezione leccata e patinata, corretta e negli intenti misurata, nei fatti risaputa e noiosa; un cinema che si auto-proclama d'autore, grondando supponenza e arroganza. Attori ingessati che esternano verbose e banali sentenze e una Julianne Moore spaesata e ormai disgraziatamente abbonata a film brutti (che peccato!).

La lunga deriva finale, con la madre che le prova tutte pur di portare il non amato figlio sulla retta via dell'eterosessualità, è ossessiva e pedante più che ridicola e di cattivo gusto.
Possiamo almeno ammettere che non si può non esultare al momento della giusta fine che spetta al personaggio femminile protagonista.

Un film che gioca di sottrazione e mancanza di passione semplicemente perché non sa che pesci pigliare.
Misteriosi sia il motivo che ha spinto i selezionatori di Cannes a sceglierlo per la sezione Quinzaine des Réalisateurs dell'edizione 2007, sia la distribuzione della Bim, che solitamente ha motivi d'essere anche nei propri film meno riusciti.