CAST & CREDITS

cast:
Nina Hoss, Ronald Zehrfeld, Rainer Bock, Jasna Fritzi Bauer, Christina Hecke

regia:
Christian Petzold

distribuzione:
BIM Distribuzione

durata:
105'

produzione:
Schramm Film Koerner & Weber, ZDF, ARTE

sceneggiatura:
Christian Petzold, Harun Farocki

fotografia:
Hans Fromm

montaggio:
Bettina Bohler

musiche:
Stefan Will

La scelta di Barbara | Recensione | Ondacinema

La scelta di Barbara

di Christian Petzold

drammatico, Germania (2012)

di Matteo De Simei

Voto: 7.5

Germania Est, 1980. Barbara Wolff (Nina Hoss) è una pediatra appena trasferitasi da Berlino in un piccolo paesino campestre a pochi passi dal Mar Baltico, dove ha sede la sua nuova clinica ospedaliera diretta dal gioviale Andrè (Ronald Zehrfeld). Avvolto in un'aura di algida presenza e sorretto da sporadici dialoghi che affermano ancor di più la rarefazione della messa in scena, il lungometraggio di Christian Petzold, vincitore dell'Orso d'Argento alla Berlinale, è un misterioso viaggio nella vita di una donna al tempo della DDR. Osservata continuamente e imperscrutabilmente dallo spettatore così come dagli abitanti del paese che le riservano un'accoglienza a dir poco glaciale, la vita di Barbara è mossa dal desiderio di abbandonare il regime comunista della Germania Est per approdare al di là del muro. L'imperturbabilità della donna viene messa a dura prova giorno dopo giorno, oltre che dal rapporto con Andrè, dall'arrivo in ospedale di due giovani pazienti: la sventurata Stella e l'aspirante suicida Mario.

"Barbara" è un minuzioso film di sottrazione, girato da un regista "assente" e apatico che affida alla scarna staticità delle immagini e all'affascinante (in quanto oscuro) gioco di compenetrazione nella protagonista il suo punto di forza. Merito soprattutto della bravura dei due attori, da una maiuscola e sensuale Nina Hoss alle convincenti sensazioni implose nel corpo apparentemente disteso di Ronald Zehrfeld. Prendendo le giuste distanze dallo spaccato storico-sociale sviscerato ne "Le vite degli altri", e dalla commedia fallace di "Goodbye, Lenin!", il lungometraggio di Petzold assottiglia la componente politica (pur presente) per dare maggior risalto al risvolto umano, quello di una donna che si ritrova davanti a un crocevia fondamentale della sua esistenza, di una ragazzina incinta che distrutta dai duri lavori sociali di Torgau trova respiro per poche ore tra le mura di una camera di ospedale, di un ragazzo che si getta dal terzo piano per una delusione d'amore o forse per trovare la via di uscita da "questo paese di merda". L'estate è quella del 1980 (lo capiamo dal commentatore radiofonico che proclama la terza medaglia olimpica alla russa Tatjana Kasankina nei giochi olimpici di Mosca) e la prigionia del regime non si interromperà prima di un intero decennio in cui la Repubblica Democratica Tedesca violerà e deprederà moltissime vite private. Centrate, in tal senso, le allegorie in riferimento alla sete di libertà, tra miseria e abbandono, descritta da Mark Twain nelle "Avventure di Huckleberry Finn", lette alla convalescente Stella, e soprattutto al presunto errore di Rembrandt nella "Lezione di anatomia del dottor Tulp" con i due protagonisti dalla parte di Het Kindt, della vittima condannata all'impiccagione nella Amsterdam del 1632.

Il film si immerge per l'intera durata nella stessa oscura atmosfera evocata dal dipinto del pittore olandese, tra pazienti semi-morti sdraiati su di un lettino e sguardi che scrutano assiduamente l'operazione del dottor Tulp/Barbara. Proprio l'azione salvifica del medico, l'incontro con l'angelo custode Andrè ("aiuti spesso i bastardi?" "Se sono ammalati, si") e il rapporto caritatevole tra paziente e dottore sanciranno insieme la trasformazione di una fuggitiva in un'eroina coraggiosa. Un piccolo grande film di scuola tedesca.