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recensione di Giuseppe Gangi

Then love, love will tear us apart again - Joy Division


Autori

Charlie Kaufman rappresenta un'anomalia nel panorama hollywoodiano di fine/inizio millennio poiché, ancor prima di realizzare uno dei capolavori abissali degli anni 00, "Synecdoche, New York", esordendo alla regia, lo sceneggiatore era già considerato da gran parte della critica un autore che aveva codificato un mondo coerente, che si squadernava di progetto in progetto grazie a una scrittura dalla cifra inconfondibile. Quando Michel Gondry esordisce con il lungometraggio "Human Nature" (2001) ha già trentotto anni:  per i cinefili dell'epoca era un nome pressoché sconosciuto, a meno di non seguire la scena dei registi di videoclip di cui egli è uno dei nomi dei punta, amatissimo e richiestissimo da molti grandi artisti (Beck, Bjork, Massive Attack, Radiohead, White Stripes tanto per citarne alcuni) per la fantasia e l'originalità che esprime in ogni progetto.  A firmare il copione c'era invece proprio Kaufman, conosciuto dal regista qualche anno prima; nel 1999 lo sceneggiatore aveva compiuto il grande salto poiché lo script di "Essere John Malkovich", prodotto da Michael Stipe, era diventato un film indie apprezzatissimo dalla critica e anche dal pubblico. Il soggetto di "Se mi lasci ti cancello"[1] precede "Human Nature" e proviene da un amico del regista, Pierre Bismuth, il quale era partito dall'idea fantasiosa di un personaggio che trova un cartiglio in cui si chiede di non parlare più di una relazione perché i ricordi di questa sono stati cancellati. Il progetto si concretizza solo nel 2004, nonostante la coppia creativa Gondry-Kaufman fosse a un passo dall'arrendersi avendo visto in "Memento" di Christopher Nolan alcuni elementi presenti nel loro soggetto (il tema della memoria, la narrazione à rebours). La presenza di un nome già abbastanza ingombrante come quello di Kaufman ha creato dubbi sull'effettiva paternità artistica dell'opera, ma le carriere successive dei due autori hanno confermato come la loro collaborazione sia nata su un terreno fertilizzato da ossessioni comuni su cui i talenti dei due si incontrano e completano. È indubbio che Kaufman sia da considerarsi un co-autore a tutti gli effetti: infatti, egli stesso ha più volte ribadito nelle interviste come la ripetuta collaborazione con Spike Jonze e Michel Gondry fosse dovuta sia alla sinergia creativa instauratasi coi registi, sia al fatto non trascurabile che i due continuassero la collaborazione anche dopo l'ultima stesura dello script e durante il tournage. Viceversa, si cadrebbe in errore pensando che Gondry sia artefice del solo aspetto visivo, considerando come l'opera sia intessuta di molti dei suoi marchi di fabbrica che afferiscono a quella che solitamente viene chiamata poetica.

Era però prevedibile, dopo un risultato eccellente qual è stato a tutti gli effetti "Eternal Sunshine of the Spotless Mind", che le strade dei due si dividessero, vista la decisione dello sceneggiatore di dirigere in autonomia i propri film. L'andamento di questa relazione ci riporta alla mente quello che ha rivelato Paul Schrader durante un incontro tenutosi durante i BAFTA Screenwriters Series: mentre scriveva il copione di "Al di là della vita" (1999) comprese che sarebbe stata l’ultima collaborazione con Martin Scorsese, perché poteva esserci soltanto un regista nella stanza e, visto che ormai si considerava tale, non aveva senso lavorare per qualcun altro[2].


Rewind

Joel (Jim Carrey) si sveglia solo e stropicciato. Sta per dirigersi a lavoro quando sente che sta per partire un treno per Mountauk: apparentemente per un colpo di testa corre per prendere quel treno, adducendo poi una scusa per aver saltato il lavoro. L'uso di una macchina da presa che si limita a documentare la  passeggiata di Joel aderendo al suo punto di vista esplicita l'idea di una soggettiva interiore che riflette lo stato d’animo del protagonista: l'atmosfera in spiaggia è fredda e rarefatta ed è da solo, eccetto per una ragazza con un giubbotto arancione (Kate Winslet). Ragazza che poi rivede al caffè, mentre timidamente accenna un saluto. E che rivede ancora sul treno, quando  lei si presenta (si chiama Clementine) e si mette a parlare sebbene egli risponda  a monosillabi. I due si rivedono ancora ed escono insieme: fanno un eccentrico pic-nic notturno, su un lago gelato, guardando le stelle. Scocca la scintilla. Boy meets girl, il plot più abusato del mondo, svolge la funzione di introdurci ai personaggi principali attraverso un prologo di un quarto d'ora che ritarda l'inizio effettivo del film. I titoli di testa scorrono su un montaggio di inquadrature di Joel, dentro la propria auto, che piange inconsolabile. Un'ellissi, propiziata da una dissolvenza in nero, ci porta – apparentemente - alla fine della storia tra Joel e Clementine, quando l’uomo, scoprendo che la ex si è sottoposta al processo di rimozione selettiva della memora, decide a sua volta di farsi cancellare dalla memoria la loro storia insieme.

"Eternal Sunshine Of The Spotless Mind" è uno dei rari film della cinematografia americana degli anni 2000 che invita alla revisione: la ricomposizione di una cronologia degli eventi attira sin da subito lo spettatore in una ricerca di senso che non si potrà inverare se non giunti ai titoli di coda; inoltre, lo sforzo mentale a cui è chiamato il pubblico si riflette nelle peripezie del protagonista che prova in ogni modo a trattenere i ricordi del suo amore per Clementine, prima della loro eliminazione. L'intreccio si svolge su un doppio binario, come accade spesso nei film tratti dagli script di Kaufman: un primo binario situato nel presente ci dice dell'innamoramento di Joel e Clementine facendo da cornice per il segmento narrativo più corposo, rappresentato dai ricordi dell'uomo. L'invenzione del dottor Howard Mierzwiak (Tom Wilkinson) prevede prima la mappatura dei ricordi inerenti alla persona amata e poi una processo di rimozione, durante il quale, provocando dei microtraumi cerebrali, si cancellano le componenti memorali indesiderate cosicché si possa cominciare una nuova giornata alleggeriti dal proprio bagaglio sentimentale ed emotivo. Quando Stan (Mark Ruffallo) e Patrick (Elijah Wood) iniziano la procedura sull'addormentato Joel avviene quel ribaltamento connaturato al cinema gondryano: ciò che avviene dentro la testa del protagonista, e gran parte del racconto lì si srotola, primeggia per rilevanza su ciò che accade esteriormente, benché gli avvenimenti possano influenzarsi vicendevolmente. Riavvolgendo la narrazione conosciamo la dolorosa presa di coscienza di Joel sulla fine della storia, gli ultimi scampoli di una relazione minata e poi via via fino alle origini dell’innamoramento. Durante lo stato d’incoscienza Joel capisce che non vuole dimenticare Clementine: nel frattempo, Stan e Mary, la segretaria innamorata di Mierzwiak, danzano sballati davanti al suo corpo incosciente. C’è nell’immagine di quest'uomo che sta vivendo un profondo conflitto interiore, mentre tutto il mondo esterno (afflitto peraltro dalle medesime problematiche) sembra non curarsene, quasi un ritratto dell'uomo del XXI secolo. Come se Gondry e Kaufman abbiano intuito la direzione di una generazione per cui la novità non succede al passato ma lo sovrascrive, ponendo l'accento sulle tragiche conseguenze; ossia che vivere l’ebbrezza di un eterno presente, non permettendo l'elaborazione degli accadimenti, incatena le esistenze in percorsi inquieti dove la ripetizione è coatta.


Mind movie

Ci si ricordi di ciò che scriveva Gilles Deleuze a proposito dell'opera di Stanley Kubrick e di Alain Resnais: se il primo realizza per il filosofo francese veri e propri film-cervello ("In Kubrick il mondo stesso è un cervello, cervello e mondo costituiscono un’identità (…) ogni viaggio nel mondo è un’esplorazione del cervello"), il secondo costruisce architetture narrative in cui i personaggi sono trascinati all'interno dei circuiti cerebrali.[3] Le falde temporali e i diversi livelli narrativi tipici di Gondry sono, in tal senso, un'eredità di Alain Resnais e non è peregrino accostare "Eternal Sunshine Of The Spotless Mind" a "L'anno scorso a Marienbad"[4], anch'esso capolavoro in cui la ripetizione differente di sequenze, immagini, parole provocano una vertigine per il continuo slittamento semantico del testo filmico: in entrambi i casi, infatti, un uomo richiama alla memoria la storia d'amore avuta con una donna che, invece, non ricorda alcunché, subordinando dunque l'azione narrativa allo scavo nei meandri della memoria, il presente a un nebuloso passato conservato nella psiche. Se Resnais esternalizza la compressione spazio-temporale nei luoghi metafisici dell'albergo e del giardino, Gondry proietta il film direttamente dentro la mente di Joel dando una configurazione cinematica alla felice sentenza di Deleuze, secondo il quale "il cervello è lo schermo"[5]. In tal senso basti ricordarsi cosa accade dopo che Joel è caduto nello stato di sonno indotto dai farmaci: come in un sogno lucido linklateriano, vede attraverso un appannato schermo mentale Stan e Patrick muoversi e conversare nel suo appartamento. Non li può toccare né può interagire con loro, ma li vede e li sente così come noi vediamo e sentiamo il film. Inizialmente la cancellazione segue l'andamento previsto dalla mappatura di Stan: lo spettatore è praticamente guidato dall'innesto del processo di cancellazione all'interno di un flashback, mostrando lo sdoppiamento di Joel che assiste alla degradazione dei propri ricordi. Gondry può quindi partire lancia in resta con sdoppiamenti, manipolazioni della velocità dell'immagine, falsi raccordi, spaesando la geografia psichica con incoerenze logiche, poiché i ricordi si mescolano tracimando l'uno nell'altro. A questo punto si apre una parentesi che riguarda l'arte di Gondry, le sue specificità in ambito registico e autorale. Com'è stato accennato, il maggior torto che si può fare (e che si è fatto) al filmmaker francese è di ridurre il suo talento a una sorta di artigianato della fantasia, considerandolo un metteur en scène che si balocca con trucchi méliesiani e trovate sceniche, ma privo di una poetica e di un punto di vista sull'uomo e sul mondo. Gondry, al contrario, fin dai suoi esordi ha dimostrato non solo di essere un regista capace di concretizzare le proprie idee visive ma anche un deciso innovatore della narrazione per immagine: per altro, in una dimensione produttiva, quella dei videoclip, che impone limiti evidenti, Gondry ha portato avanti un discorso da cui emergono i germi della sua unicità. Non v'è dubbio che "Eternal Sunshine Of The Spotless Mind" e il suo successo abbiano costituito il trampolino di lancio per poter esprimere ancora più liberamente la propria personale visione. Ne "L'arte del sogno"  (La Science des rêves, 2006), splendido film dallo spesso sostrato autobiografico, Gondry descrive con perizia l'eccentricità e la disfunzionalità di Stéphane, affetto da violenti episodi di "inversione" a causa dei quali finisce per vivere gran parte della propria giornata nel territorio onirico dei propri sogni svegliandosi stremato e rischiando di scambiare il sogno con la realtà. La superfetazione fantastica che ricopre la superficie del reale è una griffe gondryana che nel capo d'opera del 2004 si misura con una messa in scena che compie il piccolo miracolo di convertire le invenzioni del regista in uno strumento essenziale per configurare un immaginario psichico. Gondry – come anche Spike Jonze – gira in maniera realista scene fantastiche allestendo così una surrealtà in cui diviene presto complesso scogliere i dubbi riguardo a quale piano di realtà assegnare ciò che si sta vedendo. In sostanza, l’autore si inserisce in una importante tradizione della cultura contemporanea che si sviluppa intono al concetto della fine del mondo vero[6]; come altri registi, quali David Lynch (o Quentin Tarantino) l’immaginario si presenta "come un universo ulteriore e supplementare" che "mette in discussione il mondo esterno ed effettua una sistematica derealizzazione del visibile"[7]. A tal proposito, Gondry sfrutta un procedimento tipicamente lynchano nell’uso di un’unica luce puntata sui personaggi nelle scene più concitate, come quando Joel cerca di nascondere Clementine dall’eliminazione, così da incupire improvvisamente l'atmosfera in un profilmico che va fuori fuoco prima di dissolversi. Il regista predilige l’analogico al digitale (comunque presente) così da dare concretezza allo stato di precarietà del mondo interiore di Joel; egli intensifica la sensazione di un reale in disfacimento, grazie a degli espedienti geniali che devono rispondere al concetto di smaterializzazione. Si pensi, ad esempio, alla libreria che scompare progressivamente, procedimento già visto in "Hardest Button to Button" dei White Stripes. Il travelling insieme a un montaggio in décalage assolvono formalmente il compito di rilevare le incongruenze, di indicare discontinuità tra un ricordo e un altro costruendo vicoli mnemonici privi di uscita. La circolarità della narrazione che può ricordare il nastro di Möbius sintetizza un altro tratto tipico del Gondry regista di videoclip, capace di racchiudere un micro-film in un virtuoso movimento di macchina. [8]


Macerie romantiche

Incasellare "Eternal Sunshine Of The Spotless Mind" è un'impresa ardua, poiché pur non essendo una commedia tout court, non è mai compiutamente drammatico. Il prologo offre una situazione tipica della rom-com, sebbene dimostri in seguito di avere il pregio di rivoluzionare tale sottogenere, spiazzando continuamente l’orizzonte delle attese, a partire dall’espediente sci-fi, necessario per scompaginare le coordinate spazio-temporali. La scrittura, in perfetto equilibrio tra l’elemento cerebrale e quello umano, da una parte, penetrando i meccanismi mnesici, avvia una nuova esplorazione del cervello, dall’altra sembra riformare la commedia romantica.
Charlie Kaufman ha tra i suoi miti giovanili Woody Allen ed "Eternal Sunshine of the Spotless Mind" è un aggiornamento postmoderno della neurotic comedy di matrice alleniana. A ben vedere la relazione tra Clementine e Joel è una versione sottotono di quella tra Annie e Alvy; in questo caso, l’uomo, per un complesso nevrotico che lo condanna all’inazione, non riesce ad assumere quel ruolo di pigmalione al quale aspira. D’altra parte, come asserisce Clementine, la ragazza non è un concetto o un’idea proiettabile a piacimento dagli uomini, bensì una donna e nemmeno delle più semplici, umorale e cangiante come le tinte dei suoi capelli. A questo punto non si può più tacere della qualità del manipolo di interpreti che popolano la pellicola: se i comprimari svolgono una funzione fondamentale poiché in qualche modo rispecchiano frustrazioni e aspettative tradite dei protagonisti, in particolare la Mary di Kristen Dunst, la scena è inevitabilmente dominata dalla Clementine di Kate Winslet e dal Joel Barish di Jim Carrey. Se la prima lavora sulle note alte del proprio pentagramma recitativo, mai l’attore canadese è stato così misurato e asciutto: la totale sottrazione della sua maschera comica lascia trasparire la nudità esistenziale del personaggio, facendo intravvedere anche le lacerazioni e le depressioni del suo geniale interprete. Sappiamo come il tournage non sia stato semplice per Carrey, poiché Gondry frustrava la possibilità di eccedere e di improvvisare della star, spingendo in direzione opposta la Winslet. In questa differenza si manifesta non solo la sensibilità del regista nel dirigere due grandi attori ma anche la natura duplice dell'opera: una commedia romantica raramente è stata così straziante. In un modo assimilabile a "Manhattan", la componente romantica è rarefatta da una serie di elementi caratterizzanti l'impianto scenico e stilistico dell'opera: l'uso di campi lunghi, in particolare nella messa in quadro di ambienti freddi e invernali (letteralizzazione del paesaggio interiore di Joel); la spiaggia innevata di Mountauk che più volte ritorna nel corso della narrazione; la colonna sonora di Jon Brion che passa da atmosfere trasognate a riversare la tensione per la scomparsa dei ricordi più dolci (senza trascurare la voce malinconica di Beck che canta "Everybody's got to learn sometime"). La consapevolezza di essere inghiottiti dall'oblio e, per questo, l'abbandono a rivivere il ricordo pienamente senza tentare di modificarlo, rappresenta una vetta emotiva del romanticismo del nuovo millennio. "Vorrei essere rimasto, davvero" confessa Joel, ormai spettatore impotente della dissoluzione della sua memoria; "E se tu rimanessi questa volta?" si domanda attraverso Clem, così da costruire, mentre le case crollano e l'immagine va fuori fuoco, un ultimo addio, che si rivelerà una suggestione, un inception autoindotto. Quando, nel finale, Joel e Clementine accettano la natura fragile del loro amore andando incontro alle conseguenze probabili della loro relazione, capiamo che li rivedremo ancora ripercorrere le loro orme, lasciate sulla neve a Mountauk.

 

[1] Il titolo italiano, criticatissimo fin da subito, è divenuta col tempo una pietra miliare delle traduzioni oscene, spesso citato come esempio negativo. Il titolo originale, "Eternal Sunshine of the Spotless Mind" traducibile "Infinita letizia della mente candida!", è il verso di un carme di Alexander Pope citato all’interno del film da Mary Svevo (Kirsten Dunst): "How happy is the blameless Vestal's lot!/The world forgetting, by the world forgot./Eternal sunshine of the spotless mind!/Each pray'r accepted, and each wish resign'd" ("Lettera di Eloisa ad Abelardo").

[2] A. Wiseman, Paul Schrader On 'First Reformed', Martin Scorsese & Why The 1970s Produced "Better Audiences": BAFTA Screenwriters Series, https://deadline.com/2018/11/paul-schrader-taxi-driver-raging-bull-martin-scorsese-first-reformed-audiences-1970s-bafta-1202510916/

[3] Gilles Deleuze, L'immagine-tempo. Cinema 2, Ubulibri, Milano 1989, pp. 228-31.

[4] Cfr. L. Pacilio, https://www.spietati.it/se-mi-lasci-ti-cancello/

[5] Uno dei saggi conclusivi della silloge Divenire molteplice s’intitola "Il cervello è lo schermo".

[6] F.W. Nietzsche «Il mondo … non esiste come mondo in sé […] Guerra a tutti i presupposti in base ai quali si è creata la finzione di un mondo vero», in Frammenti postumi 1888/89, in F.W. Nietzsche, Opere, Milano, Adelphi, vol. III, t. 3, pp. 70-1.

[7] Paolo Bertetto, Il cinema di David Lynch. L'enigma e l'eccesso, in P. Bertetto (a cura di), David Lynch, Venezia, Marsilio, 2008, p.8.

[8] L'evoluzione della narrazione per immagini può ricordare in vasta scala (ma seguendo un solo personaggio) ciò che accade alle protagoniste del video "Sugar Water" delle Cibo Matto: due donne divise da uno split screen e destinate a veder scorrere le proprie vite su falde temporali inverse, tangenti in un unico e fatale punto.


13/12/2018

Cast e credits

cast:
Jim Carrey, Kate Winslet, Kirsten Dunst, Tom Wilkinson, Mark Ruffalo, Elijah Wood


regia:
Michel Gondry


titolo originale:
Eternal Sunshine of the Spotless Mind


distribuzione:
Eagle Pictures


durata:
108'


produzione:
Anonymous Content; This is That


sceneggiatura:
Charlie Kaufman


fotografia:
Ellen Kuras


scenografie:
Dan Leigh


montaggio:
Valdís Óskarsdóttir


costumi:
Melissa Toth


musiche:
Jon Brion


Trama
In un presente alternativo in cui esiste un sistema per cancellare i cattivi ricordi, due fidanzati, Joel Barish e Clementine Kruczynski, si stanno separando. Per non soffrire decidono di utilizzare i servizi dei laboratori Lacuna...