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Ondacinema

recensione di Stefano Santoli
8.5/10

Rione Traiano di Napoli. Nel 2014, un sedicenne, Davide Bifolco, viene ucciso da un carabiniere che lo scambia per un camorrista latitante. Nel 2017, il regista Agostino Ferrente si reca al Rione Traiano, interessato ai giovani e giovanissimi del quartiere. Li mette davanti all’obiettivo e ci conversa, e nel gruppo pesca due amici fraterni, Pietro e Alessandro, che diventano i protagonisti di questa sperimentazione cinematografica. “Selfie” è girato con la videocamera del telefono cellulare, lasciato in mano ai ragazzi, liberi di riprendere la loro vita quotidiana. Il film si fa da sé, l’intervento dell’autore è a posteriori, in fase di montaggio. Se la “sceneggiatura” ha preso corpo anche nel farsi, giorno dopo giorno, è avvenuto comunque sempre dopo le riprese. Ferrente non si nasconde affatto: ne sentiamo ogni tanto la voce, percependo in modo chiaro sin dall’inizio il suo interagire. Il film – rispecchiando in questo la stessa realtà stratificata della città di Napoli – è un oggetto ibrido e meticcio, in cui la realtà è avviluppata alla messa in scena in modo inestricabile. Frammenti dei “provini” e delle conversazioni con alcuni degli altri ragazzi trovati da Ferrente sono frapposti alle vicende di Pietro e Alessandro (si fanno ricordare in special modo due bambini e una giovanissima adolescente): è soprattutto nelle loro parole che emerge l'onnipresenza di malavita e camorra, come un humus, un tessuto di fondo.

Prima di vedere “Selfie” si potrebbe temere che l’esperimento sia sì originale ma buono per un cortometraggio: tutt'al contrario, l’operazione si rivela commisurata alla durata e il film, pur essendo breve (un’ora e un quarto appena) è densissimo. In primo piano, abbiamo lo scavo nelle personalità di Pietro e Alessandro, che si fa sempre più vivido e naturale man mano che i due ragazzi prendono confidenza con il mezzo, smettendo rapidamente di atteggiarsi per mostrarsi in modo autentico per quelli che sono. Sottotraccia, il film procede sviluppando in parallelo i suoi due motivi di fondo, uno di natura per così dire antropologica, mentre l’altro consiste in una riflessione linguistica. La doppia riflessione è strettamente connessa.

Sul piano antropologico, il film di Ferrente si presenta come una vivida documentazione su una gioventù napoletana “onesta” pur in un quartiere “difficile”, che sceglie di non cedere alla tentazione di adeguarsi allo spaccio di droga coma soluzione facile alla disoccupazione. Una documentazione che però non rinnega il contesto di fondo (malavita e camorra, come si diceva, sono onnipresenti): la tesi non è ridimensionarne il peso, l’intenzione è piuttosto di de-assolutizzarlo, aprendo lo sguardo su una realtà ancora più complessa e variegata rispetto a quella che emerge con insistenza da oltre un decennio a questa parte, grazie alla proliferazione dell’universo “Gomorra” e dei suoi “spin off” letterari, televisivi e cinematografici (come “La paranza dei bambini”). Ormai la dimensione-Gomorra è diventata un paradigma di riferimento, come rivela in modo diretto il dialogo fra Alessandro e Pietro sulle pistole impugnate erroneamente di piatto, che riprende – in modo probabilmente inconsapevole – un passaggio del libro “Gomorra” di Saviano, in cui già all’origine lo scrittore rifletteva sul mutuo rapporto fra fiction e realtà (l’impugnatura della pistola di piatto è un atteggiamento scenico che non consente la mira corretta, e deriva dall’imitazione dei gangster movie americani).

Sul piano strettamente linguistico, “Selfie” si rivela una feconda riflessione sul rapporto tra realtà e fiction. Il discorso si fa esplicito quando i due ragazzi, subito dopo l’unica scena del film in cui vediamo tutto un gruppo di adolescenti con le pistole a sparare colpi in aria, discutono fra loro in merito all’opportunità di aver ripreso con lo smartphone, per il film, quei momenti. Uno sostiene infatti che non è stata cosa buona far vedere le pistole: la tesi che sta sposando è che il film di Ferrente sia una sorta di controcampo rispetto al contesto criminale, che vorrebbe lasciare quindi fuori campo. Palesemente non è la tesi condivisa da Ferrente, che infatti lascia che il film sia “contaminato” anche dall’inquietante parentesi delle armi da fuoco. Ciò che rileva, come riflessione sul mezzo, è aver fatto in modo che tutto avvenisse direttamente tramite la messa in scena scelta dai ragazzi. È a loro che è lasciata, letteralmente, la “messa in quadro”: sono operatori di un regista che ha volutamente espunto dal film ogni estetica autoriale di messinscena, per lasciare padroni del mezzo i protagonisti stessi.

In uno dei suoi capolavori, “…E la vita continua” (1992), Abbas Kiarostami tornava sui luoghi del suo precedente film “Dov’è la casa del mio amico” (1987), dopo un devastante terremoto. Vi tornava alla ricerca dei personaggi della pellicola del 1987, documentando gli effetti del cataclisma e insieme scoprendo “la vita al lavoro”, che continua, instancabile e operosa, dopo e nonostante la morte. Il terremoto nell’Iran del 90 sta al film di Kiarostami come in “Selfie” la morte di Davide sta al mondo in cui è incappato Ferrente, imbattutosi anche lui in forme di vita contigue e parallele ad una morte. Morte che, come svelano le didascalie finali del film, il regista non pretende affatto di esorcizzare. L'assassinio di Davide ha avuto, infatti, uno strascico cupissimo. 


06/06/2019

Cast e credits

cast:
Alessandro Antonelli, Pietro Orlando


regia:
Agostino Ferrente


distribuzione:
Istituto Luce Cinecittà


durata:
76'


produzione:
Magneto, Arte France, CDV Casa delle Visioni, Rai Cinema, Pirata M. C.


sceneggiatura:
Agostino Ferrente


montaggio:
Letizia Caudullo, Chiara Russo


musiche:
Andrea Pesce, Cristiano Defabritiis


Trama
Alessandro e Pietro sono due ragazzi del Rione Traiano, dove le forze dell'ordine hanno ucciso per sbaglio un loro coetaneo, Davide Bifolco, scambiato per un latitante. Il regista gli affida uno smartphone con cui raccontare le loro vite.