CAST & CREDITS

cast:
Gô Ayano, Ken Yasuda, Erika Sawajiri, Takayuki Yamada, Yusuke Iseya

regia:
Sion Sono

distribuzione:
Sony Pictures Entertainment

durata:
139'

produzione:
Happinet - Japan Music Entertainment - Kôdansha - Tristone Entertainment Inc.

sceneggiatura:
Mataichirô Yamamoto - Osamu Suzuki

fotografia:
Hideo Yamamoto

montaggio:
Shûichi Kakesu

musiche:
Naoki Ohtsubo

Shinjuku Swan | Recensione | Ondacinema

Shinjuku Swan

di Sion Sono

drammatico, yakuza, Giappone (2015)

di Piero Calò

Voto: 7.0
Tatsuhiko si trascina indolente lungo la luccicante isola pedonale di Kabukicho, distretto di Tokyo. La serata è mite e quasi pure riscaldata dai neon ghiacciati dei locali dove si dispensano alcol e sesso a buon mercato: tutti sembrano spassarsela nel quartiere a luci rosse.
Tutti, escluso Tatsuhiko che si conta in mano le monetine che sono tutto il suo capitale, insufficiente pure a riportarlo a casa. Una banda di teppistelli ha la pessima idea di farlo arrabbiare…

Il 2015 sarà ricordato come un anno molto impegnativo da Siono Son.
Ha diretto ben sei film, uno dei quali, "The Wispering Star", è stato presentato in anteprima nazionale alla (sbiadita) Festa del Cinema di Roma lo scorso ottobre.
Il TFF gli aveva già dedicato una personale nel 2011 e, appena quattro anni dopo, ha deciso di proiettare in anteprima ben tre delle sue opere nuove: "Tag", "Love & Peace" e, infine, il nostro "Shinjuku Swan" (t.l. "Il cigno di Shinjuku").
Probabilmente il meno interessante dei quattro, "Shinjuku Swan", focalizzato sul giovane Tatsuhiko (Gou Ayano), è una sintesi di ottime prospettive di botteghino tra il genere "Yakuza" e quello adolescenziale facilmente declinabile in storiacce di sesso, droga e gang giovanili.
Tatsuhiko è lo straniero che più o meno scientemente pianifica la sua (ir)resistibile ascesa nel mondo dei grandi nel mentre metà del suo cervelletto affronta i primi dubbi di ordine morale.
Ed è questa la scommessa non del tutto vinta dal talentuoso Sion: la storia appare leggermente ingolfata dalla rigidità schematica del "genere" il cui superamento questa volta non è riuscito. Accostato frettolosamente all’invece riuscitissimo "Guilty of Romance" (2011), i due film condividono soltanto alcuni tratti esteriori, marginali; su tutti, il tema della prostituta illusoriamente felice. Laddove nel 2011 ha avuto a disposizione una prateria per mettere alla berlina il mondo degli adulti, corrotti fino al midollo, nel 2015 Sono Sion ha provato a blandire i cuccioli battendo la strada della fiaba con tanto di morale in un contesto ugualmente degenerato.
 A ben guardare, il soggetto si prestava ad almeno tre, quattro storie diverse per altrettanti film. Ridotto a uno, la materia si aggroviglia, la decodifica si fa incerta, il segnale risulta disturbato, il messaggio si disperde.
È abbastanza chiaro che la vita di Tatsuhiko è arrivata a un punto di svolta: salvato dal pestaggio da mr Mako (Yusuke Iseya) che lo prende sotto la sua ala paterna, al nostro eroe non par vero che il passaggio alla maturità richiede l’affinamento di un talento naturale e non, per esempio, un apprendistato lungo e faticoso. Non deve far altro che approcciare ragazze belle e proporle di diventare, da belle che sono, anche ricche. Sarà uno scout
In una società che ha in uggia l’anticonformismo, presso una gioventù che chiede solo di essere branco indistinto, Tatsuhiko è l’ultimo dei profeti che deve rassicurare le future puttanelle: sì, sarete come tutte le altre. Giovani, ricche e felici. Io sarò il vostro pappa. Un pappa simpatico.
Che il suo datore di lavoro non gli chieda neanche di tagliarsi la sua disordinatissima zazzera bionda, dà a Tatsuhiko l’ultima delle illusioni: di essere diverso, di aver ricevuto il diploma di super-uomo, guida di un gregge allegro e spensierato.
Quei capelli sono il suo stigma. È veramente impossibile mimetizzarsi così nell'indistinto, la Vendetta lo riconosce senza difficoltà e ordisce la trama di Hideyoshi (Takayuki Yamada), un illuso come lui super-uomo che in un tempo non troppo lontano, a scuola, era stato suo amico prima e avversario poi in una di quelle storiacce da liceali & coltelli che sarebbe stato un buon film da solo.
E si affaccia anche l’Amore, quello della doppiamente illusa Ageha (Erika Sawajiri) che per essere felice si intossica di speed e si infatua, in un lucido delirio post-moderno di realtà e fantasia, del suo Eroe che tanto somiglia al Piccolo Principe (sì, quello di Antoine de Saint-Exupéry) di cui stringe per tutto il tempo una copia sul petto, conforto e illusione della sua vita che non sembra già né giovane, né ricca né, peggio ancora, sorridente come le era stato promesso.

Girato con estrema scioltezza, la cinepresa di Sono si muove con disinvoltura nello spazio "felice" e scintillante di neon di un quartiere che ben presto rivela la sua natura artificiosa e angusta che una canzoncina ricorrente e angosciosa dipinge come "porto di mare".
Fatto sta che a Tokyo di mare non ce n'è e il sentimento di infinito che spesso ingenera in chi ha sempre di fronte quell'orizzonte indistinto, negli avventori del quartiere a luci rosse non è nulla di più di una illusione di movimento, un movimento che è un continuo annaspare, fuggire, rincorrere, dell’elemento profilmico che dell’ampiezza dello spazio dà soltanto una idea fallace.
In verità, le gang indaffarate nei loro business non occupano più di un marciapiede perché quello opposto è già un territorio di un’altra gang, uno spazio invalicabile.
I locali in apparenza glamouros dove esercitano le ragazze sono anche il loro squallido dormitorio, un lettino per il lavoro e per il riposo, un comodino per lo speed, un babacio al posto del guanciale.
Come un inferno ballardiano, la gioventù ribelle è prigioniera di un isola di cemento le cui sbarre sono solo celate dall’effetto solarizzato delle luci, abbaglianti come quelle di un campo di concentramento.
Sion si muove come un cicerone velocissimo che vi fa posto sulle carrellate e le panoramiche virtuose come una giostra che vi impedisce di comprendere che non fanno altro che girare intorno a se stesse.
La qualità "pop" dei decor è declinata nel suo significato più retrivo, di accozzaglia, su cui la fotografia sovraesposta prova a convincerci di una felicità patente e in giostra pure lei. Curiosamente, lo spettatore potrebbe ricordare le gite a rotta di collo cui fu costretto Nino Manfredi creduto erroneamente un gerarca fascista che passava in rassegna le stesse fattorie, strade, campi coltivati come fossero decine e invece erano sempre le stesse ("Anni ruggenti", Luigi Zampa, 1962).

A ulteriore rinforzo dell’illusione perenne non possiamo non rimarcare il persistere del "protocollo del sesso" cui si accompagnano al contrario rarissime sequenze di "svolgimento". Tale atmosfera apre una ulteriore sotto-trama che avrebbe avuto come protagonista la raffinatissima maitresse Ryoko (Yu Yamada) Domina del suo altrettanto raffinatissimo locale in perenne penombra e da cui un terzo film sarebbe venuto fuori con facilità. 
E dopo tanta illusione, tanta messa in scena, tanta accozzaglia, arriva liberatorio un colpo di pistola che all’improvviso rompe l’atmosfera oppiacea come fosse la risposta adeguata di un infante a una ninna-nanna insulsa.