CAST & CREDITS

cast:
Michael Moore, George W.Bush, Richard Nixon, Reggie Cervantes, John Graham, William Maher, Linda Peeno

regia:
Michael Moore

distribuzione:
01 Distribution

durata:
113'

produzione:
Chris Aldred, Judy Aley, Rod Birleson

Sicko | Recensione | Ondacinema

Sicko

di Michael Moore

documentario, Usa (2007)

di Anna Maria Pelella

Voto: 6.0

Accompagnato a Cannes da un'aria di spionaggio e dall'involontaria pubblicità del governo degli Stati Uniti, Michael Moore ha comunicato alla stampa di tutto il mondo di aver contrabbandato fuori dal suo paese l'ultima sua fatica, il già controverso "Sicko". Una pellicola lucida e impietosa sulle condizioni medie di vita in America, non tanto di chi non ha un'assicurazione sanitaria, quanto di chi invece ce l'ha e comunque non riesce a curarsi.

Il tono ironico per cui lui è giustamente famoso qua si esprime nei vari siparietti in cui Moore ci mostra la situazione degli altri sistemi sanitari in Europa, alcune volte enfatizzando i vantaggi, con montaggi divertenti e colonne sonore accattivanti, ma sempre mostrando la verità sui luoghi dove l'assistenza è fornita dallo stato, senza che questo significhi un regime comunista. In Francia è la destra che governa, ma è prevista persino un'assistenza domiciliare alle neo-mamme nei primi mesi dopo il parto, che esse possono sfruttare anche per i lavori di casa come bucato e faccende varie.

La capacità comunicativa di Moore è qui molto più evidente che nei precedenti film, dove spesso ha lasciato che le immagini parlassero per lui, mentre in questo caso recita addirittura la divertita parte di un turista stupefatto nell'apprendere le regole di gestione del malato nell'ospedale inglese.

Anche quando Moore ci mostra la nascita di questo sistema, ormai fuori controllo, nei lontani anni in cui Nixon si fece praticamente portavoce delle esigenze, non di milioni di cittadini, ma dell'unica multinazionale delle assicurazioni dell'epoca, il tono è da documentario. Non c'è soltanto un'aperta condanna, in primo luogo c'è il passaggio di informazioni, merce assai rara in America. Egli usa parole chiare e concetti semplici, sfruttando al meglio lo stile documentaristico, nel tentativo di informare i cittadini americani delle possibili alternative percorribili. Ed è per meglio sottolineare questo fatto che carica in barca tre pompieri volontari di Ground Zero e li porta alla base di Guantanamo, dove i presunti terroristi ricevono le cure che il governo a Cuba offre a tutti i cittadini, gratuitamente. Ovviamente non vengono accolti, e a lui non resta altro da fare, in quel paese ostile e comunista, che portare i pompieri in un ospedale dell'Avana e là farli curare dai medici di Fidel. Scopriamo così che un farmaco che in America costa 120 dollari a Cuba costa solo 5 centesimi, e qui il tono da documentario cede il posto all'umanità di persone che semplicemente aiutano altre persone, senza connotazioni politiche di nessun tipo. Questa risulta senz'altro la parte più dura da digerire come anche quella in cui una dottoressa di una grossa compagnia di assicurazione dichiara piangendo in tribunale di aver deliberatamente negato l'assistenza medica a un uomo assicurato con la compagnia per cui lavorava, il quale per questo è morto.

La lucidità con cui Moore ci mostra le sue argomentazioni rende assai incisive le sue immagini e se è pur vero che nei precedenti film c'erano dei picchi di comicità interessanti, come il cartoon di "Bowling A Colombine", in questo è evidente una volontà di smuovere l'orgoglio nazionale dei suoi concittadini, anche dopo la tragedia che li aveva momentaneamente accomunati, in special modo quando ci mostra i pompieri cubani che abbracciano i volontari di Ground Zero.

Di fronte ad alcune immagini, il dubbio che può venire allo spettatore è che Moore giochi un po' sporco con i sentimenti di chi guarderà il film, ma si avverte comunque tutta la passione con la quale egli crede veramente in quello che fa, se non anche l'ingenuità con la quale sembra sperare che basti dire semplicemente le cose perché esse vengano poi capite da tutti.

L'intera pellicola è permeata dal senso di incredulità che ci prende di fronte al fatto che un sistema diventato degno di un racconto di Kafka viene spacciato come il migliore del mondo, in un paese che si crede superiore e fuori da ogni possibilità di critica.

A questo punto ci si augura che la chiarezza e l'onestà degli intenti di Moore sia comprensibile anche e soprattutto a quanti credono che l'assistenza sanitaria statale sia l'anticamera del comunismo. Per adesso Moore ci informa che si limiterà a portare il suo bucato alla Casa Bianca.

"Sicko", efficace crasi di sick (malato) e ko, è un film di cui è molto difficile parlare senza cedere alle lusinghe di quelle che potrebbero sembrare frasi facili e retorica. Moore in questo film cambia efficacemente approccio nell'affrontare il problema che presenta, ed evita di andare a sbattere contro i mulini a vento. Negli Stati Uniti è comunque un diritto costituzionale possedere armi, ecco perché "Bowling A Colombine" ha avuto più impatto da noi in Europa. "Fahrenheit 9/11" colpiva duro la politica della Casa Bianca, ma in patria è servito a pochissimo, perché anche di fronte a tragici e macroscopi errori lo "United we stand", veniva prima di tutto. Quindi le due precedenti opere hanno sì fatto di Moore un fenomeno ma, se hanno contribuito ad accarezzare e rafforzare le opinioni di chi già in partenza la pensava come lui, purtroppo non hanno smosso di un centimetro (anzi) le convinzioni di chi non ne condivideva le posizioni. Con "Sicko" Moore sembra aver capito il trucco e dei 50 milioni di americani che non hanno copertura sanitaria, di cui 18000 destinati quest'anno a morire senza cure, parla pochissimo, all'inizio, semplicemente come premessa. Non perché questo fatto non rappresenti un dramma, ma perché per l'americano medio risulterebbe solo una "predica" già sentita, riguardante persone che non sono in un modo o nell'altro capaci di inserirsi in quello che è il sistema consolidato e accettato.

Invece, parlare delle difficoltà dell'americano comune nell'ottenere una copertura assicurativa, parlare delle persone assicurate a cui, grazie a vizi di forma o a vere e proprie forzature, vengono negate dalle loro stesse assicurazioni cure necessarie per sopravvivere (letteralmente), far vedere che addirittura i volontari dell'11 settembre vengono lasciati a loro stessi o raccontare una classica famiglia americana "proud to be" ridotta a vivere nello scantinato della figlia perché abbandonata dalla propria assicurazione di fronte alla malattia; per quello stesso americano contento del sistema sono veri e propri pugni nello stomaco.

Il film scorre e vediamo una compagnia di assicurazione negare cure, che lo avrebbero salvato, a un padre di famiglia suo assistito e malato di cancro, condannandolo a morte. Vediamo una bambina di 18 mesi lasciata morire perché la copertura sanitaria della madre non copriva le spese in quell'ospedale ma solo in quello convenzionato, giusto per citare le cose più atroci. Cose degne dei periodi più bui della nostra storia recente che stanno succedendo ora, sotto i nostri occhi, in quella che viene chiamata la più grande democrazia del mondo. Certo, si potrebbe dire che Moore come al solito taglia con l'accetta e mette di fronte il nero e il bianco senza sfumature e senza contraddittorio, ma quante sfumature e quanto beneficio del dubbio merita un sistema che produce orrori di quel tipo che puzzano neanche troppo poco di selezione etnico-sociale? Un sistema dove se non hai le possibilità economiche e sei malato, non hai altra chance che togliere il disturbo è senz'altro un sistema subdolo e meschino di mantenere un determinato ordine culturale e sociale. Di fronte alla disperazione impotente delle persone vittime dell'ingiustizia, di fronte a uomini e donne ai quali è stata tolta qualsiasi dignità ti viene da piangere tanto sale la rabbia, a quel punto il regista sembra quasi salvarti da se stesso. Il suo stile documentaristico rimane un marchio di fabbrica inconfondibile, il montaggio serrato e sempre teso a mettere alla berlina il grottesco di certi personaggi, unito al suo modo di raccontare le cose come uno che è appena piovuto dalla luna ti strappano un sorriso più di una volta, nonostante quello che stai vedendo. Fanno da contraltare al sistema americano i sistemi sanitari perfettamente funzionanti di Canada, Francia, Uk e (udite udite), Cuba.

Il film tocca di striscio un altro tema scottante quando il "vecchio laburista fiero di esserlo" ci ricorda che esistono due modi di controllare la gente, farle avere paura e indebitarla; perché la gente indebitata è demoralizzata e ricattabile. Noi, con il credito al consumo, siamo a buon punto (ma quello richiederebbe un film a parte). A fine film, Alida Guevara dice che più un paese produce ricchezza più questa ricchezza dovrebbe essere utilizzata per far stare meglio i propri abitanti. Se questa frase ci sembra ancora banalmente logica, facciamo ancora in tempo a salvarci.