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6.0/10

Il mare anglosassone (da cui nightmare) è quell'entità resa arcinota da Füssli accovacciata sul petto dei dormienti, comune al folklore di molte aree geografiche (ed ere storiche). Non equivale all'incubo, inteso come brutto sogno, ma al suo trasmettitore. In medicina, appare nel suo aspetto classico, come ombra indistinta o semplice sensazione di presenza a chi soffre di paralisi del sonno e allucinazioni ipnagogiche (nella fase da veglia a sonno) o ipnopompiche (da sonno a veglia), scatenando terrore (pavor nocturnus è il nome di una variante del disturbo). Il regista al debutto su lungo Jonathan Hopkins vuole persuaderci che Maggie Q, Nikita televisiva, sia una dottoressa esperta in materia. A riprova ci mostra nel prologo il trauma infantile, ovviamente famigliare, che l'ha spronata a laurearsi in parasonnie. Poi, per fortuna, smette di crederci anche lui e per risolvere la faccenda assolda Sylvester McCoy, caricatura a metà fra senex ex machina e Van Helsing coppoliano in occhialazzi e gilè da pesca, che è il controluce (testualmente: le immagini con cui entra in campo sono quasi sovraesposte) del buio soffuso di "Slumber". Lo stravolge, dandosi come anomalia di sistema (neutra: non rovina, cambia la visione).

Sul versante formale, fino al suo ingresso, il tema (il sonno più che il sogno) ha buon e prevedibile riscontro nel setting delle luci, nei colori smorti, nella camera statica, addormentata (che senza sorprese diventa shake quando l'Incubo è in scena), nella traccia sonora priva di climax percussivi. Anche l'andamento della trama sembra concorrere a indurci in uno stato di torpore controllato, come se invece del film stessimo guardando l'elettroencefalogramma dei pazienti monitorati in clinica dalla dottoressa Alice, davanti al quale pure lei si abbiocca ogni tanto. O come fossimo noi quei pazienti con gli elettrodi in testa, e il film si limitasse a registrare la nostra reazione ai suoi eventi. Alcuni sono azzeccati (cioè, angosciano davvero), emergono da un'antologia di fobie collettive (i denti...) e prendono sembianza nell'incubo ricorrente (tradotto in script con qualche ripetitività, il che, per assonanza, non guasta), senza contrazioni vistose in atmosfere e ritmi generalmente plumbei e dilatati. Hopkins fa per piazzare qualche jump scares a casaccio e ha l'intelligenza di capire che non è aria. In effetti "Slumber" non sempre attraversa quelli che oggi sembrano i passaggi obbligati dell'horror commerciale. Segue piuttosto il crescendo di un clima di isteria di massa fino all'epilogo, in cui, anziché sciogliersi, la tensione diventa crudeltà (o monito extradiegetico: lo vedremo). Cosa gradita, dopo che il redde rationem con l'entità era finito in una centrifuga di consuetudini demoniache dal sapore di eterno scontro fra bene e male - un po' fuorigiri.

Il film, forse a insaputa della sua letteralità, investe altri livelli di conflitto. Uno di essi è fra ceti socioeconomici, stili di vita (americani e non solo), ambienti ideologici di riferimento. Alla famiglia working class tradizionale (i Morgan, pazienti di Alice), nel senso più emblematico e reazionario del termine, con reddito appena sopra l'incapienza, molti figli, fallocentrica, stanziata in una casa tutta disordine e perlinato e vecchi divani, se ne contrappone una upper class (quella di Alice), più che abbiente, lievemente disgregata, donna in carriera e uomo-mamma, stanziata in una casa postmoderna in cui sembra sia appena passato un costoso interior designer (il décor non mente). Forzando (mica tanto) la mano della lettura politica, una partita fra gli stereotipi di una "sinistra liberal istruita" (Alice) e una "destra popolare" (i Morgan) - giocata sul campo di un evergreen di imbarazzante attualità occidentale -, laddove la prima si arroga di "curare" la seconda, i buzzurri delle classi mediobasse, ignorando di dover pareggiare i conti anzitutto con se stessa. Nel segno del pregiudizio sociale, il povero pater familias dei Morgan a causa di un legittimo cicchetto per placare i nervi è subito scambiato per alcolizzato picchia-bambini, mentre se Alice si dopa per lavorare a oltranza riceve al massimo occhiate di sbieco.
In questo nodo nascosto (il bisogno di elaborare una coscienza civile a partire da un'autocritica) la focale si riduce, stringe sul dramma emotivo (il bisogno di elaborare un'autocoscienza) e "Slumber" si configura in fondo come la tragedia di una donna workaholic che in piena compulsione, fraintesa con deontologia, fa saltare le relazioni con il marito e la figlia. Il fantasma che tormenta Alice non è il flashback del fratellino ucciso dall'Incubo di fronte ai suoi occhi di bambina, ma la dipendenza usata per insabbiare l'ansia da convinzione di non essere all'altezza di un progetto - di vita - sociale (l'infamia del loser, il nostro senso di inadeguatezza all'incessante richiesta di prestazioni efficienti da parte della società). Il suo obiettivo (narrativo) non è sconfiggere l'Incubo e sopire il senso di colpa, ma è quello di tutti i qualcosadipendenti: ammettere di avere un problema.

Per passarci il messaggio, Hopkins batte forte sul tasto della famiglia da lei trascurata e chiude nel pessimismo entrambi i discorsi, che dopotutto convogliano in uno, riservando - a mo' di sirena d'allarme - la magia dell'happy end ai soli Morgan, bacino d'utenza non più solo Southern di elettori trumpiani, in cui le (estreme) destre di ovunque da sempre forgiano i loro slogan, precetti, populismi, fascismi, fra gli osanna ai valori di rito. Dio, patria, famiglia, e il fatto che nel prefinale di "Slumber" ci siano tutti (montati in sequenza: 1. sventolio di Stars & Stripes in campo lungo / 2. dettaglio della guglia di una chiesa / 3. i piccoli Morgan in altalena) forse sta a indicare che il regista, horror o no, sappia esattamente di cosa parla davvero il suo film.



Cast e credits

cast:
Maggie Q, Sylvester McCoy, Simon Troughton, Will Kemp, Honor Kneafsey


regia:
Jonathan Hopkins


distribuzione:
Koch Media/Midnight Factory


durata:
84'


produzione:
Pascal Degove, James Harris, Mark Lane


sceneggiatura:
Jonathan Hopkins, Richard Hobley


fotografia:
Polly Morgan


scenografie:
Caroline Story


montaggio:
Gary Forrester


costumi:
Jemima Penny


musiche:
Ulas Pakkan


Trama
Alice è una specialista dei disturbi del sonno alle prese con il caso della famiglia Morgan, che sembra perseguitata da una parasonnia collettiva. I Morgan sono tutti affetti da sonnambulismo e il figlio piccolo da terrore notturno: immobilizzato a letto, vede un'entità minacciosa pronta a ghermirlo. Alice si dedica anima e corpo al caso, trascurando la sua famiglia, perché vede lo spiraglio per risolvere un trauma personale, l'aver assistito alla misteriosa morte del fratellino quando era bambina, forse proprio per mano della stessa entità che insidia i Morgan.