CAST & CREDITS

cast:
Sam Rockwell, Anjelica Huston, Kelly Macdonald, Brad William Henke

regia:
Clark Gregg

distribuzione:
20th Century Fox

durata:
89'

sceneggiatura:
Clark Gregg

fotografia:
Tim Orr

scenografie:
Roshelle Berliner

montaggio:
Joe Klotz

costumi:
Michael Dennison

musiche:
Nathan Larson

Soffocare | Recensione | Ondacinema

Soffocare

di Clark Gregg

commedia, drammatico, Usa (2008)

di Giuseppe Gangi

Voto: 6.0
L'irreale è più potente del reale.
Perché la realtà non arriva mai al grado di perfezione cui può spingersi l'immaginazione.
Perché soltanto ciò che è intangibile, le idee, i concetti, le convinzioni, le fantasie, dura. Le pietre si sgretolano. Il legno marcisce. La gente, bé... la gente muore.
("Soffocare" di Chuck Palahniuk)


L'uscita in Italia di "Soffocare" si rimanda da mesi e mesi (dopo la proiezione a Locarno in onore di Anjelica Huston), e la sua parabola non può non ricordare quella di "Control", per il quale si dovette aspettare più di un anno per poterlo vedere nelle sale. Misteri della distribuzione di questo strambo stivale.

Dopo il successo mondiale del "Fight club" di David Fincher, sembrava che tutti i romanzi di Chuck Palahniuk, l'autore cult di questi ultimi dieci quindici anni ("cult non è la parola esatta, ma è la prima che viene in mente"), fossero destinati a diventare dei film, e si vociferava che lo stesso Fincher avrebbe portato sullo schermo "Survivor", poi però non se ne fece niente.
È stato invece Clark Gregg, un attore al suo esordio dietro la macchina da presa, a mettere mano a quello che è considerato il capolavoro di Palahniuk, "Choke". Il budget di nemmeno tre milioni e mezzo di dollari e un impianto da film indipendente, con a disposizione però un cast di tutto rispetto - a partire da Sam Rockwell, che calza come un guanto i panni di Victor Mancini - facevano ben sperare i lettori affetti da "palahniukite acuta" in un adattamento fedele e coraggioso.
Un film "tratto da" va sicuramente valutato come opera a sé stante e, solo successivamente, qualora qualcosa non funzionasse, andare a ricercare i difetti nel lavoro di trasposizione. Gregg nello scrivere la sceneggiatura deve aver pensato bene di mantenersi il più fedele possibile alla storia centrale, ma non è stato capace di enucleare lucidamente quelli che erano i punti di forza di un romanzo denso e magmatico, che trovava un plusvalore nello stile variegato e particolare di Palahniuk. E diciamocelo, gran parte della bellezza del film di "Fight club" stava nella regia di Fincher che riusciva a dare una versione cinematografica della scrittura palahniukiana; perciò, nel film di Gregg, pesa soprattutto la piattezza della messinscena, la mancanza di arguzie visive e di un vero cambio di passo (lo stile sincopato e allucinato della fine si trasforma sullo schermo in un'abbreviata marcia forzata).
Eppure faceva tirare un sospiro di sollievo l'inizio all'incontro dei sesso-dipendenti anonimi in cui Victor comincia a fare l'elenco delle "leggende metropolitane" presenti, protagonisti di varie storielline a luci rosse, poiché per idea compositiva e realizzazione si aveva l'impressione di vedere sullo schermo l'incipit del libro. Ma i difetti sono dietro l'angolo.

C'è un'immagine forte ed estremamente riassuntiva di quello che è "Soffocare" il romanzo: la descrizione di una dozzina di foto di un uomo tracagnotto vestito da Tarzan, con un buffo orangutan addestrato a infilargli caldarroste su per il culo. Quest'immagine, che rappresenta l'ideale eroe di Victor, e lo shock che genera sono totalmente assenti nel film; e, si badi, il problema non è di certo il difettare di questa o quella scena/dialogo/battuta: gli elementi vi sono, ma sono maldisposti e non sfruttati adeguatamente. Il lavoro di Gregg sembra deragliare ogni qual volta si intravede la possibilità di centrare un bersaglio, di portare avanti un'idea, un concetto. E sottolineo che bastava scegliere una via fra le tante offerte dal romanzo: l'istituzionalizzazione della dipendenza, la lezione sui sentimenti, e in particolare la riflessione sulla messinscena del soffocamento (dove poteva trovare una più perfetta sintesi se non attraverso il mezzo-cinema?) sono tutti elementi incollati lì, per strizzare l'occhio agli aficionados, ma che servono a ben poco senza quel minimo sindacale di rielaborazione. La normalizzazione di un tessuto narrativo che era tutto fuori(ché) norma(le) può portare soltanto a un risultato fortemente limitante.

Forse l'intento di Gregg era semplicemente quello di realizzare una piacevole commedia e, per carità, c'è pure riuscito: il film si fa seguire, è divertente, ha ottime battute (ciao, Chuck), e tutto il repertorio della commedia "indie", ma v'è una notevole differenza fra un'opera dimenticabile e una che entrava sottopelle ("sottopelle non è la parola esatta, ma è la prima che viene in mente").
E a chi desiderava (ri)vedere quest'ultima non può che andare di traverso il boccone...e soffocare.